Se Boateng lancia l’ora di integrazione a scuola

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(Foto: account Twitter Fiorentina)

Con la nave Ocean Viking carica di 84 persone recuperate dal mare che vaga per il Mediterraneo, prima prova della tenuta del governo giallorosso sull’immigrazione, e in un clima in cui non si sa esattamente cosa aspettarsi, arriva la proposta di Kevin-Prince Boateng. Sì, proprio lui, il campione ex testa calda appena approdato alla Fiorentina che in una bella intervista a Repubblica parla anche del razzismo.

L’ex milanista, reduce da sei mesi ai margini col Barcellona, la butta giù così, rispondendo a una domanda sui cori discriminatori – i soliti “buu” ingiuriosi – nei confronti dei giocatori neri, incassati anche da lui anni fa, quando nella partita Pro Patria-Milan lasciò il campo: “Penso anche al bambino di tre anni preso a calci a Cosenza per il colore della sua pelle, è l’episodio che mi fa più male – spiega il 32enne centrocampista – i cori allo stadio vogliono ricordarci quando i nostri nonni erano schiavi. Ma chi fa quei cori, prima che razzista, è un ignorante. E l’ignoranza va abolita. A scuola, introduciamo un’ora di integrazione: dobbiamo ripetere ai bambini che siamo tutti uguali. Loro sono il nostro futuro”.

La frase fa effetto. Davvero l’integrazione si può imparare sui banchi di scuola? Probabilmente sì, la scuola può (e dovrebbe) sempre fare la sua parte, e per fortuna esistono infiniti progetti nelle classi di mezza Italia. Verrebbe da dire che dopo 14 mesi di disintegrazione – dei rapporti umani, della solidarietà più elementare, del senso di umanità e in definitiva del tessuto sociale italiano – parlare di integrazione anche in senso pratico sembrerebbe una scelta salvifica. Quasi una terapia obbligata per un’opinione pubblica devastata dal falso mostro comunicativo dell’invasione degli stranieri. Ma chi e come dovrebbe occuparsene? E l’integrazione non è, forse, già una dinamica che pone una differenza di fondo fra due gruppi di persone, partendo dal presupposto che uno debba fare di tutto per allinearsi a usi e costumi dell’altro?

Quella di Boateng è una provocazione, o forse non troppo, visto che sembra rientrare in una serie di preoccupazioni più ampie quando per esempio dice, sul mondo che vorrebbe per i suoi figli: “Un mondo in cui non ci sia assuefazione al male. Parliamo più di un gol di Ronaldo che di quel che accade in Egitto, delle guerre, dei morti. Quasi non facciamo più caso alle tragedie”. Ma l’ora di integrazione ha almeno un merito: individuare l’ignoranza come presupposto della discriminazione diffusa. Almeno di buona parte, quella slegata alle storture e dai pregiudizi ideologici e legata solo alla diffidenza, alla paura, alla distanza, all’incapacità di capire, ai pochi strumenti culturali disponibili. Per l’altra, come quella della Curva Nord dell’Inter che qualche giorno fa è addirittura riuscita a difendere i cori razzisti dei tifosi cagliaritani contro Romelu Lukaku pretendendo di spiegarli come un metodo di tifo e una strategia per intimorire gli avversari, c’è poco da fare. Se non lo smantellamento dei gruppi organizzati (allo stadio come nelle strade) e il loro allontanamento dalla vita delle società.

La massima beffa per queste persone, e perfino per chi ha pervicacemente voluto reintrodurre l’ora di educazione civica a scuola – ufficialmente rilanciata agli istituti primari e secondari ma slittata all’anno prossimo – sarebbe proprio questa: utilizzare parte di quel tempo per accogliere l’idea di Boateng. Per non fermarsi cioè ai rudimenti della Costituzione ma per scavare in profondità e capire come, nel nostro mondo ferito e nella nostra contemporaneità, quei principi debbano essere applicati. Dovrebbe essere un monte ore autonomo, non rosicchiato da altre materie, in cui i ragazzi si confrontano con le sfide di una società divisa: oltre alla legalità, alla cittadinanza attiva e digitale, alla sostenibilità ambientale, al diritto alla salute e al benessere della persona bisognerebbe parlare di come tutte quelle norme servano a farci vivere bene insieme. Senza distinzioni di alcun genere.

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