Com’è nata la leggenda dell’Area 51?

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Non esattamente la vera Area 51 (Photo by Sean Gallup/Getty Images)

Lo scorso 27 giugno il gamer Matty Roberts ha creato un evento su Facebook: Storm Area 51, they can’t stop all of us. Come gag era originale e, forse anche per l’indolenza estiva delle redazioni che ne hanno fatto una notizia, l’evento è diventato sempre più popolare e imitato. Tra i cloni spiccano Storm Loch Ness, Nessie can’t hide from us all (21 settembre) Storm the Vatican, they can’t molest us all (31 ottobre).

Ma il 20 settembre sembrava lontano, e in molti avrebbero scommesso che per allora l’hype per l’assalto alla base militare in Nevada si sarebbe smorzato. Madornale errore. Non solo i meme sull‘invasione dell’Area 51 sono stati i più popolari dell’estate, ma all’avvicinarsi della data sono cominciati preparativi più concreti. Non più un assalto correndo come Naruto (anche se qualche temerario si è fatto beccare in avanscoperta), ma un maxiraduno nelle sue vicinanze.

Questa evoluzione ha spaventato i residenti delle piccole cittadine che sorgono accanto alla base. Quanti di quei tre milioni e rotti, tra partecipanti e interessati all’evento su Facebook si sarebbero presentati? Si rischiava che fossero troppi per le limitate infrastrutture. Alla fine Roberts e gli altri organizzatori di Alienstock, il principale festival che si doveva tenere nella città di Rachel, hanno ripiegato per una festa a Las Vegas il giorno prima dello storm. La decisione però ha causato una scissione nel movimento: un gruppo di intraprendenti ha continuato a portare avanti i preparativi per Alienstock, nonostante fossero stati diffidati dall’usare quel nome. Un altro festivalStorm Area 51 basecamp, era previsto a Hiko. Nel mentre qualcuno aveva fiutato l’affare, i memi sono diventati magliette e gadget, e la Bud ha preparato una birra in tema (gratis solo per gli alieni eventualmente liberati). Fino all’ultimo, non si poteva sapere quante persone e dove si sarebbero presentate, per sicurezza è stato anche sospeso il sorvolo di quelle zone, mentre le autorità locali invitavano a fare scorte di beni di prima necessità nel caso l’orda dovesse arrivare. Bilancio finale: a un ingresso della base, un centinaio di manifestanti hanno sfoggiato costumi e cartelli. La festa è continuata con i concerti, che hanno richiamato circa 1500 persone. Nessun incidente grave, tanti nuovi memi e social media manager all’inseguimento dell’hashtag.

Costruzione di un mito

Come mai l’evento ha avuto tanto successo? E perché ora? Di certo anche quest’anno la stampa americana (New York Times, Politico) ha dato spazio a presunte rivelazioni ufologiche, ma forse è più semplice pensare che l’Area 51 sia così famosa che sarebbe potuto capitare in qualunque momento.

Perché oggi ci basta il nome di questa installazione per pensare a ufo e alieni? L’Area 51 comincia a salire nell’Olimpo della pop culture nel 1989, quando l’imprenditore Bob Lazar rivelò di aver lavorato a progetti di retroingegneria aliena nell’area S-4 vicino all’Area 51. Non solo gli Stati Uniti nascondevano l’esistenza degli extraterrestri, ma avevano copiato la loro tecnologia. Difficilmente Lazar può essere considerato un testimone affidabile, visto che ha mentito persino sul suo curriculum e le sue parole non hanno mai portato prove. Ma le sue interviste, inizialmente a volto coperto, sono diventate famose. Quest’estate ha anche detto la sua sullo storm: fermatevi, è pericoloso, e poi gli alieni erano nella zona S-4 e non nell’Area 51.

La storia ha avuto successo perché quello che diceva confermava quello che l’ufologia cospirazionista aveva sempre pensato, e nonostante i suoi distinguo fu l’Area 51 a entrare a far parte della trama. L’idea risultò appetibile anche per le trame di cinema e Tv. Da Independence Day all’Indiana Jones che vorremmo dimenticare, da X-files a Futurama, è il posto ideale per nascondere ogni tipo di segreto, ufologico o meno.

Eravamo noi?

Strane voci sull’Area 51, però, circolavano decenni prima che Lazar la rendesse familiare al grande pubblico, e viene quindi da chiedersi se e cosa ci fosse dietro. La base in sé esiste, e non è mai stato un segreto: più che altro è stato negato il suo nome ufficioso, Area 51, che pure era usato internamente. Quello che si fa dentro invece è segreto, ma da molti anni il pubblico ha accesso a un’importante mole di documenti declassificati che permettono di ricostruirne la storia.  Area 51 è uno dei nomi dello Homey Airport (Kxta). Costruito nel 1955 di fianco al letto del Groom Lake (un altro nome con cui è nota) è oggi uno dei campi di addestramento del Nevada Test and Training Range dell’aviazione americana. Da qualche tempo però sappiamo che durante la Guerra fredda serviva alla Cia per testare i più avanzati aerei militari. Tra questi il bombardiere U-2 e lo A-12, l’antenato del famoso ricognitore supersonico Sr-71. Oltre al fatto che è una base militare, queste attività spiegano il riserbo mantenuto sulle operazioni a Groom Lake. Per quanto avanzati, gli aerei testati durante la Guerra fredda non avevano nulla di alieno, ma se qualcuno gli avesse visti, avrebbe potuto scambiarli per ufo, e da lì far nascere la leggenda?

In effetti, questa è la spiegazione standard da debunker, che coincide con quella pubblicizzata dalla Cia tramite twitter nel 2014.

Il problema è che, più che una spiegazione, questa è un’ipotesi apparentemente ragionevole ma non provata, che accettiamo per pigrizia. Come ha osservato Roberto Labanti su Query, la pubblicazione twittata dalla Cia è una monografia del 1992, che nel 2013 è stata pubblicata senza parti censurate (ma era già uscita nel 1998). È un ampio studio sulla storia dei test a Groom Lake: la questione ufo è limitata all’ipotesi di un dirigente della Cia, secondo cui i test degli U-2 spiegherebbero la metà degli avvistamenti registrati in quegli anni dal progetto Blue book. Il progetto Blue book (1951-1969), sempre dell’Usaf, è stata l’ultima delle indagini sistematiche sugli avvistamenti ufo sponsorizzate dagli Stati uniti. Eppure a ben vedere il volo degli U-2, stando sia ai dati del Blue book che di altre banche dati, non ha causato un incremento di avvistamenti. Questo non significa che nemmeno un aereo militare sia stato visto e non riconosciuto come tale. Il punto è che l’area 51 non è mai stata un hot spot di avvistamenti, come si potrebbe pensare senza leggere le fonti originali.

Guerra fredda e ufologia

Che l’Area 51 sia qualcosa poco extra e molto terrestre non è in discussione, ma rimane ancora il dubbio di come, prima di Lazar, avesse iniziato a svilupparsi la fama di quel luogo. Una leggenda ufologica può nascere anche senza avvistamenti di oggetti più o meno mondani a darle un fondo di verità. L’Area 51 era (ed è) una zona isolata nel deserto del Nevada, circondata da altre installazioni militari. Da fuori, durante la Guerra fredda, le persone non potevano sapere che cosa succedeva lì. Nel frattempo gli ufo erano ancora un tema caldo, e non mancavano le teorie cospirative. Probabilmente per mettere in relazione Area 51 e ufo non c’era bisogno di qualcuno che vedesse gli aerei sperimentali. Ma anche la Cia non era immune al contagio ufologico, e qualcuno si è convinto che l’agenzia stessa fosse responsabile di gran parte del fenomeno ufo in america. Come scrive Labanti:

“Forse, piuttosto che dirci qualcosa su quanto veniva visto nei cieli americani, quella convinzione ci mostra quanto l’immaginario ufologico avesse fatto presa anche nelle menti di alcuni uomini dei servizi d’intelligence, tanto da entrare a far parte dell’auto-rappresentazione del proprio passato”.

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