Come si racconta il Medioriente

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(foto: KARIM SAHIB / AFP) (Photo credit should read KARIM SAHIB/AFP/Getty Images)

La polveriera mediorientale pare essersi riaccesa con il ritiro delle truppe americane. La Turchia riprende la sua battaglia feroce contro i curdi in Siria (è rimasto ancora qualcosa della Siria?), l’Isis rialza la testa anche se sembrava quasi sconfitto, gli Stati Uniti si comportano dalla loro da stato canaglia più di certi storici stati canaglia mediorientali. Oltre a necessitare di una lista di libri e saggi antropologici sull’efferatezza di certi grotteschi leader contemporanei – si veda in questo senso il recente Strongmen uscito per Nottetempo, che presenta tra i ritratti degli odierni dittatori anche il presidente turco Erdoğan, raccontato dallo scrittore turco Burhan Sönmez – come possiamo orientarci tra le polveri di rovine meravigliose della civiltà umana, bombardate e vilipese dalla guerra? 

Raccontare il Medioriente evitando l’esotismo e l’orientalismo – il famoso termine coniato dallo scrittore americano di origini palestinesi Edward Said nel 1978 – pare impossibile quanto dover raccontare storie di rovine e guerre interminabili come quella siriana, martoriate da interessi di nuovi e mediocri scià o di nazioni e multinazionali europee e americane, genocidi e bombardamenti neo imperialisti. Il Medioriente è tutt’oggi in ogni caso un racconto di scoperta amorosa; un tempo scoperta di studiosi, archeologi, estimatori dell’Arabia e di quei territori che dal Canale di Suez arrivano sino al Bosforo, oggi forse più di giornalisti, fotografi e diplomatici, che non può prescindere tuttavia dal racconto di guerra, e viceversa. 

Amore e battaglia: ce l’aveva già insegnato quello splendido atto di passione che è Bussola di Mathias Enard, uscito lo scorso anno in Italia per E/o e premio Goncourt nel 2015. Il romanzo enciclopedico di Enard è la storia di due innamoramenti di uno studioso: uno con l’Oriente e l’altro con una donna che lo studia, Sarah, sua collega. Un lungo corteggiamento non sempre facile, che accompagna il lettore tra Iran, Siria, Palestina, Turchia, nei meandri della voce monologante di un protagonista goffo e accorato a un tempo, e che tira fuori dal cappello decine e decine di biografie di illustri orientalisti, musicisti, storici, avventurieri e soprattutto donne come Lady Stanhope, Annemarie Schwarzenbach e Marga d’Andurain, personaggi che hanno amato, definito, espropriato ma anche difeso i popoli mediorientali. Di sfondo, ma non troppo, soffia nel romanzo un vento cattivo che è il presente dello Stato islamico. L’Isis propaganda una supposta purezza araba nei confronti dell’Occidente, trascurando totalmente il dialogo e i debiti reciproci tre le due culture. Emblematiche in questo senso proprio le pagine in cui il protagonista si accampa alle porte di Palmira, che di lì a poco sarà saccheggiata dai terroristi.

Enard, raffinato conoscitore del Medioriente – si pensi anche al romanzo dove lo scrittore francese immagina Michelangelo a Instabul, Parlami di battaglie, di re e di elefanti (Rizzoli) – è ritornato nelle sue zone anche lo scorso anno, con una graphic novel scritta assieme a Zeina Abirached (autrice e illustratrice del bestseller Persepolis). Il libro si chiama Prendre refuge (Casterman, 2018) e intreccia due storie d’amore di epoche diverse: una del 1939 tra due archeologi a Kabul e una del 2016, tra un orientalista e Nayala, una rifugiata siriana, a Berlino. La difficoltà di amare in tempi di guerra, appunto quella di rifugiarsi non solo in un altro paese ma nell’affetto di qualcun altro, è un motivo che pare così ritornare, nel gioco di ubiquità tra l’Occidente e l’Oriente, la Germania e l’Afghanistan.   

Di difficoltà ad amare, non più dal punto di vista europeo e in un contesto famigliare tradizionalista e opprimente sebbene oggi apparentemente liberato, parla anche il recente e prestigioso International Man Booker Prize, per la prima volta è stato dato tra l’altro a un autore in lingua araba: Celestial Bodies (Sandstone Press, 2018) della scrittrice Jokha Alharthi, che viene dall’Oman (uno stato di cui in Italia sappiamo poco o niente). Racconta tre sorelle che con le loro differenti pene d’amore – dentro e fuori il matrimonio – si fanno tuttavia testimoni dell’evoluzione della società omanita, da un contesto che fino al 1970 accettava la schiavitù a una società moderna.

Ritroviamo una storia epica e famigliare mediorientale dal sapore amaro e ironico a un tempo, e che ci riporta in Siria, in quella raccontata da Khaled Khalifa, uno dei più importanti autori siriani. In Morire è un mestiere difficile (Bompiani, 2019), la guerra tra il regime di Assad e i ribelli viene colta in un’odissea compiuta da tre fratelli che devono portare il padre, morto in un ospedale di Damasco, a seppellire, come da sua volontà, ad Aleppo. Nel viaggio tra Damasco e Aleppo – soli 400 chilometri – ovviamente succede il finimondo per i tre. La Siria, fin dall’inizio, è un paese in cui persino la morte ha perso di valore, e il figlio Bulbul vorrebbe spiegarlo al padre morente: “Dappertutto, nel paese, c’erano morti ammazzati che venivano sepolti in fosse comuni, senza neanche essere identificati. Anche per le famiglie ricche, la cerimonia di lutto era ridotta a qualche ora soltanto: la morte non era più quel “carnevale” in cui mostrare il proprio status sociale”, si legge. 

Di morte degna, usando l’ironia per sconfiggere il terrore, trattava potremmo dire anche lo spiazzante Frankenstein a Bagdad (E/o) di Ahmad Sadawi, giovane autore iracheno. Il romanzo parla di Baghdad così come prima abbiamo parlato del Medioriente intero: un luogo di meraviglia storica oggi fatto incredibilmente a brandelli, da occupazioni internazionali e attentati tra varie fazioni. Il contesto del romanzo è la guerra civile irachena scoppiata tra il 2005 e il 2006 tra sciiti e sunniti, con ancora le truppe americane presenti a guardare inerti. In questa città a pezzi vivono vari personaggi, tra i quali emergono Hadi il rigattiere (e futuro dottor Viktor Frankenstein), una vecchia signora in attesa del ritorno di un figlio scomparso, il determinato giornalista Mahmud… Tutti quanti, a loro modo, congiurano l’improvviso apparire in città di un novello ed efferato Mostro, un uomo composto dai brandelli delle vittime innocenti degli attentati. Frankenstein (o nell’originale Shesma) è uno shellyano gigante richiamato alla vita non tanto per sfidare la morte, quanto per dare dignità alla stessa, nel mezzo della più stupida guerra civile. La sua crudeltà diverrà infatti nel corso del romanzo un principio di salvezza, da Golem diventerà per molti una specie di salvatore, perché prima di tutto composto non solo da brandelli di morti, ma idealmente da pezzi di etnie e culture, di quel melting pot antico che caratterizzava la civiltà mesopotamica, e che oggi è stravolto da mappe e cartine tracciate da altri. Il romanzo di Sadawi è particolarmente efficace nel rovesciare un mito che potremmo considerare occidentale, dimostrando come nel caso delle assurdità delle guerre mediorientali il fantastico possa raggiungere toni assolutamente realistici. 

Vorremmo chiudere infine con due ritorni in libreria che considero importanti, sempre seguendo questa linea tra sogno e realtà bellica di un Medioriente che ci riguarda profondamente. Un libro unico è appena ritornato in una nuova edizione e traduzione rivista a settembre 2019: I sette pilastri della saggezza (Bompiani) di T. E. Lawrence, il famoso e discusso Lawrence d’Arabia considerato da sempre assieme genio, mistificatore, eroe, avventuriero o bluff intellettuale (e ahinoi, per alcuni persino icona della destra estrema). Soprassedendo le polemiche, la storia del libro è nota: l’autore fu chiamato dagli inglesi durante la Prima guerra mondiale a imbastire un esercito arabo per portarlo fino a Damasco e sconfiggere definitivamente l’Impero ottomano; da lì l’idea di raccontare quelle vicende. Lawrence però era stato giovane archeologo e scopritore di oggetti preziosi in Siria, parlava le lingue locali e conosceva da vicino i beduini. Insomma, prima di imbracciare le armi più volte – nel corso della sua vita tormentata e allo stesso tempo breve, si è intrufolato più volte nei conflitti arabi – si dilettava come un provetto orientalista à la Enard di cui sopra: ovvero nel collezionare, amava in modo appassionato l’Oriente. Il famoso libro di Lawrence – che l’autore paragonò a Moby Dick e i Karamazov – non divenne tanto così un taccuino di guerra, quanto un profondo, monumentale affresco di un sogno che si infrange nella realtà, e che alla visionarietà di certe meditazioni sul dettagliato panorama sublime arabo accompagna il realismo crudo nelle descrizioni di certi massacri e campi di battaglia cruenti. Famosa la poesia d’esordio, dedicata a un enigmatico (o enigmatica) “S.A.” (forse lo stesso Sogno dell’Arabia, forse un giovane Sheikh Ahmed): “Ti amavo, perciò sospinsi queste maree d’uomini / tra le mie mani e scrissi come stelle / la mia volontà nel cielo / per conquistarti la libertà / la preziosa casa dai sette pilastri / cosicché brillassero per me i tuoi occhi…”. 

Meno sporto sul lato bellico, ma più su quello di un amore abbagliante – sebbene intrecciato di intrigo politico a partire da una città mediorientale fragorosa come le precedenti citate, ovvero Alessandria d’Egitto – è un repêchage fondamentale che finalmente si sta completando in libreria grazie ad Einaudi. Stiamo parlando della ripubblicazione dei volumi (ne manca solo uno, Clea) del Quartetto di Alessandria dell’autore inglese Lawrence Durrell – un ciclo narrativo unico che il curatore Giorgio Montefoschi ha definito “l’unico serio tentativo di romanzo proustiano dopo Proust”. Dopo Justine nel 2012, e Balthazar nel 2016, è quest’anno stata la volta della riproposizione del terzo capitolo, Mountolive.

Il Quartetto di Durrell racconta in fondo la stessa storia o meglio uno stesso personaggio e i suoi effetti: Justine, l’ebrea sensuale che diventa crogiuolo di passione, gelosie e complotti, l’amante del narratore Darley che ritorna ogni volta con nuove sfaccettature e verità da raccontare. Ogni romanzo è infatti una sorta di commentario e versione del precedente, come a dichiarare l’impossibilità di abbracciare e comprendere davvero l’amore per quella donna-simbolo, che è poi sensuale e sfuggente quanto l’amore per una città, l’Alessandria descritta dal punto di vista di chi vi ci si perde. “Città di specchi”, la chiama Matteo Nucci nella prefazione alla nuova edizione: che svela la verità e anche la nasconde, che affascina ma anche intrappola.

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