Il sogno di Elon Musk di raggiungere Marte è realistico?

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Elon Musk
(foto: Bronte Wittpenn/Bloomberg via Getty Images)

Il primo lancio sperimentale in orbita avverrà entro sei mesi. Gli equipaggi umani, invece, la Starship li porterà oltre l’atmosfera poco dopo, comunque nel 2020. Quindi, per l’astronave di SpaceX appena presentata da Elon Musk durante una conferenza a Boca Chica, in Texas, il futuro sarà cadenzato dall’allunaggio a partire dal 2024 e, finalmente, dal raggiungimento del suolo marziano, ambizione  suprema dell’imprenditore. Tutto avverrà sfruttando mezzi riutilizzabili, come la serie Falcon, a 11 anni dalla prima messa in orbita.

La Starship sarà costruita in una speciale lega di acciaio inossidabile, progettata dai laboratori di SpaceX e sottoposta a un trattamento criogenico per renderla più performante alle estreme temperature siderali. Alta 50 metri per 9 di diametro e mossa da sei motori Raptor, a serbatoi pieni l’astronave peserà circa 1400 tonnellate e potrà portare oltre l’atmosfera carichi fino a 150mila chilogrammi. Per staccarsi dal suolo, si avvarrà del Super Heavy Rocket, il propulsore di 68 metri di altezza capace di sviluppare una spinta doppia rispetto a quella del Saturn V, il più potente razzo mai costruito, quello che dal ’69 portò l’uomo sulla Luna.

Il prototipo della Starship a Boca Chica, Texas, lo scorso 28 settembre (foto: Loren Elliott/Getty Images)

Questo, almeno, in teoria. Perché in concreto, come sempre quando c’è Musk di mezzo, i dubbi non mancano.

Il primo a sollevarli, qualche giorno fa, è stato nientemeno che l’amministratore della Nasa, Jim Bridenstine.

Con un tweet secco, Bridenstine ha richiamato all’ordine Musk e la sua impresa spaziale, chiedendo che si rispettino i tempi per la consegna della Crew Dragon, la capsula per il trasporto degli astronauti che dovranno effettuare i voli commerciali su contratto dell’agenzia statunitense. Un sollecito efficace, visto che ieri SpaceX ha ufficializzato che il volo test della capsula con equipaggio, il “Demo-2”, sarà effettuato nel primo trimestre del 2020.

Ciò detto e tralasciando che anche la Nasa, in quanto a ritardi, ha più di uno scheletro nell’armadio – valga per tutti proprio l’esempio del nuovo Space Launch System, il lanciatore con ambizioni interplanetarie iniziato nell’era George W Bush e non ancora ultimato – a fronte degli entusiasmi mediatici scatenati da Boca Chica è più interessante soffermarsi sui programmi di SpaceX in rapporto ai calendari spaziali altrui. E, nondimeno, in rapporto alla realtà.

Detto altrimenti, qual è l’imminente futuro delle nostre migrazioni spaziali? E quanto le dichiarazioni di Musk sono legate a esigenze di marketing più che alla possibilità reale di concretizzarsi? Ne abbiamo parlato con Didier Schmitt, coordinatore del Programma di esplorazione umana e robotica dell’Agenzia spaziale europea per la Conferenza ministeriale prevista a fine novembre. Un ruolo chiave, visto che il meeting stabilità le priorità dell’Esa e i progetti che verranno finanziati nei prossimi tre anni.

Didier Schmitt dell’Agenzia spaziale europea (foto: P.Sebirot/Esa)

SpaceX ha fatto un ottimo lavoro“, chiarisce subito Schmitt, “il suo Falcon 9 è un concentrato di tecnologia e innovazione. Tuttavia il signor Musk è anche conosciuto per annunciare progetti che poi non vanno a buon fine. Si tratta di una iniziativa interessante, di un buon tentativo, ma non bisogna sottovalutare la complessità di un viaggio verso il Pianeta Rosso. Non posso sbilanciarmi ma, secondo il mio umile e personalissimo parere, per andare su Marte avremo bisogno di molto tempo“.

Quanto?

“L’aspetto politico è determinante; la stessa missione che riporterà l’essere umano sulla Luna rappresenta una strategia politica e andare su Marte sarà la stessa cosa. Dubito ciò avverrà prima di vent’anni“.

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(immagine: SpaceX)

Addirittura vent’anni?

“Certo. Anche perché i viaggi interplanetari non potranno avvenire in qualsiasi momento: la Terra e Marte si allineano in modo favorevole solo ogni due anni circa e per alcune settimane, cosa che costituisce un ostacolo significativo. Ma non è tutto: una volta arrivati, non si potrà tornare indietro a piacimento. Si dovrà scegliere: rimanere 30 o 40 giorni prima di ripartire, oppure aspettarne 500  prima che l’orbita del nostro Pianeta e quella di Marte siano nuovamente allineate in maniera ottimale. In alternativa, si potrà raggiungere Marte, girarci attorno e poi tornare, ma anche per questo sarebbero comunque necessari tre anni.

“Come ultima opzione, c’è l’atterraggio su Fobos, uno dei  due satelliti marziani naturali. Da un punto di vista tecnico, questa scelta rappresenta una soluzione piuttosto semplice, poiché sul satellite la gravità è irrisoria (0,0057 m/s², ndr) e l’assenza di peso non richiede utilizzo di energia. Oltretutto, si tratta di un corpo piuttosto piccolo, con un diametro di soli 23 chilometri.

“Per farla breve, i fattori da considerare in un eventuale atterraggio su Marte sono numerosi. Ecco perché credo occorreranno almeno altri vent’anni prima che il viaggio possa concretizzarsi”.

Quindi i progetti di SpaceX vi lasciano scettici?

“Premesso che l’Agenzia spaziale europea non ha alcuna opinione ufficiale a riguardo, non c’è alcuno scetticismo: in fondo in pochi, undici anni fa, credevano che Musk sarebbe riuscito a costruire razzi in grado di tornare a terra per poi ripartire. Quindi…”

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(gif ricavata da video SpaceX/YouTube)

Quindi che cosa ci riservano gli anni imminenti in quanto a esplorazione umana dello spazio?

“La situazione geopolitica in continua evoluzione ha un ruolo importante in questo settore: durante la guerra fredda l’esplorazione spaziale rappresentava una sfida tra le due superpotenze di allora, Stati Uniti e Unione Sovietica. Il forte interesse per l’esplorazione umana e robotica dello spazio è rimasto invariato, tuttavia, oggi, la competizione vede come protagonisti Cina e Usa. Questa è la principale differenza. Per quanto riguarda il futuro, tralasciando gli interessi di nuovi player spaziali come India o Emirati Arabi, sappiamo che gli Stati Uniti hanno deciso di tornare sulla Luna: la missione Artemis, della Nasa, prevede che un uomo e, per la prima volta, una donna americani tocchino il suolo lunare entro la fine del 2024: prima di Marte è questa la priorità. Noi stessi, come Esa, siamo coinvolti nel progetto”.

In che modo?

“Artemis prevede la realizzazione di una stazione in orbita cis-lunare, la cosiddetta Gateway. Dopodiché, diverse missioni sfrutteranno le capsule Orion per il trasporto degli astronauti verso la stazione. Il sistema di capsule è di produzione europea; la Nasa non sarà in grado di andare sulla Luna senza la nostra tecnologia. Ogni volta che una Orion inizierà un viaggio, avrà bisogno di un modulo di servizio europeo per essere inviata sul nostro satellite. Gateway costituirà una piccola stazione spaziale dalla quale si potrà partire a bordo delle capsule per scendere sulla superficie selenica e risalire. Significa anche che tutto potrà essere riutilizzato, a differenza del programma Apollo, in cui qualsiasi modulo veniva buttato.

“Dopo la prima fase, che prevede l’allunaggio da parte della Nasa tra il 2024 e il 2025, è previsto l’insediamento di moduli abitativi, un altro progetto, come il Gateway, che coinvolgerà l’industria italiana. C’è una novità importante, che sarà sottoposta alla Ministeriale fra poche settimane: è un progetto chiamato 5th Lunar Transfer Vehicle, un sistema multi funzione in grado di rifornire la Gateway con cibo per gli astronauti, carburante e quanto sarà necessario”.

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Renderizzazione della Lunar Orbital Platform-Gateway (immagine: Nasa)

È lecito considerare questi progetti tappe di una futura spedizione su Marte?

“Il Pianeta Rosso fa ovviamente parte dei nostri piani: alla Ministeriale non sottoporremo solo ExoMars, che speriamo di veder ripartire l’anno prossimo, ma anche Mars Sample Return, una delle missioni più complesse mai affrontante. La spedizione, cui lavoriamo in collaborazione con la Nasa, prevede l’utilizzo di un grande lander e di un rover che raccoglieranno campioni su Marte e li posizioneranno in un mini razzo; ques’tultimo, una volta lanciato in orbita marziana, libererà il suo carico. Una navicella dell’Esa recupererà i campioni per riportarli sulla Terra. Stiamo lavorando molto a questo progetto, in particolare all’orbiter che tornerà sul nostro pianeta, al robot che preleverà i campioni e al braccio che li manipolerà e li posizionerà sul razzo”.

Perché, a fronte di progetti automatizzati, è così importante che l’uomo arrivi su Marte?

“Anzitutto perché alla base dell’evoluzione umana, come alla base dell’evoluzione di qualsiasi altra specie, c’è la competizione; andare nello spazio è una questione di competizione. La storia cambierà, potranno cambiare anche i protagonisti, ma la competizione rimarrà sempre.

“In più, al di là dell’aspetto politico, c’è la tensione all’esplorazione: niente affascina tanto l’uomo quanto il raggiungimento di un luogo sconosciuto. Visitare un posto con un robot non scatena la stesso entusiasmo o la stessa empatia nelle persone.

“Non ultima, c’è la scienza. Marte era molto simile alla Terra 3,8 milioni di anni fa: la presenza di oceani, atmosfera, vulcani e placche tettoniche suggerisce ci fosse la vita o addirittura che ci possa ancora essere sotto la superficie. Sarebbe una scoperta in grado di cambiare completamente la nostra prospettiva rispetto a chi e che cosa siamo, nonché la prova che non siamo soli nell’universo. Dietro a questa domanda c’è un aspetto filosofico cruciale: non si tratta solo di arrivare per primi in un posto e piantare una bandiera, ma di capire il perché di una tale scoperta.

“Forse, se dovessimo andare su Marte, gli americani, i cinesi e gli europei riuscirebbero poi a collaborare per un fine comune più alto. E credo che proprio in questa direzione l’umanità dovrebbe rivolgere i propri sforzi. Almeno, questo è il mio desiderio”.

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