Perché i cambiamenti climatici mettono a rischio anche i safari

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Un safari nel Serengeti, Tanzania (foto: Wolfgang Kaehler/LightRocket via Getty Images)

Speravamo di adocchiare le migrazioni, ma non abbiamo avuto fortuna”, dice Federico, in vacanza con la famiglia nel parco del Serengeti in Tanzania. “Pare che sia incredibile”.

Fra gli animali selvatici che abitano il parco – la principale e più estesa riserva naturalistica dell’Africa orientale – ci sono leoni, leopardi, ghepardi, ippopotami, rinoceronti, elefanti, giraffe, zebre, gazzelle, bufali e gnu. Federico ha ragione: solitamente si spostano in massa alla ricerca delle condizioni migliori per vivere di volta in volta seguendo le piogge – che portano erba da mangiare per gli erbivori e più erbivori di cui cibarsi per i predatori. Vederli attraversare tutti insieme un torrente – gli gnu a fianco alle zebre e le leonesse rigorosamente controvento che li aspettano al varco – è come essere spettatori di una scena biblica e vale il prezzo del safari (nonché forse, direbbe qualcuno, di una vita intera nelle nostre grigie città).

Eppure, il cambiamento climatico rischia di toglierci anche questi spettacoli magnifici, perché le piogge imprevedibili rendono l’organizzazione di un safari sempre più difficile, e soprattutto mettono a repentaglio la vita degli animali selvatici. Cosa ne sarà del turismo naturale in un mondo senza più niente da vedere?

In condizioni normali, le cosiddette grandi migrazioni coinvolgono oltre due milioni fra gnu, zebre, gazzelle, si ripetono annualmente e regolarmente attraverso la Tanzania del Nord e il Kenya. È possibile avvistarli tutti insieme durante i mesi più secchi, da luglio a ottobre e ​​da dicembre a marzo. Durante questi due periodi arrivano la maggior parte dei turisti per partecipare a quelli che le guide chiamano game, nel senso proprio di gioco: non sai cosa riuscirai a scovare. Il resto dell’anno, a novembre e ad aprile, la pioggia rende i pascoli verdi e le mandrie si sparpagliano, perciò ci sono meno possibilità di vincere al gioco, e meno visitatori.

I numeri esatti relativi alla fauna sono difficili da calcolare, poiché i governi centrali hanno da poco iniziato a raccogliere e compilare informazioni da tutti i parchi pubblici e le riserve non statali. Ma il dottor Joseph O. Ogutu, statistico presso l’università di Hohenheim in Germania, ha utilizzato indagini aeree per monitorare le mandrie di gnu in Africa orientale.

Osservando 60 anni di dati, ha scoperto che le migrazioni sono crollate: nella zona Serengeti-Mara del 73%, nell’Amboseli dell’85%, nel Mara-Loita dell’81%, nell’Athi-Kaputiei del 95%, nel Tarangire-Manyara del 72%. “Ciò che minaccia gli animali selvatici differisce da zona a zona. In generale le principali cause di declino sono l’espansione agricola mal pianificata, recinzioni, insediamenti, centri urbani, strade e altre infrastrutture, bracconaggio e concorrenza con il bestiame per cibo, spazio e acqua potabile”, ci ha detto Ogutu. “In definitiva, questi problemi sono dovuti all’aumento del numero di persone e animali. Il modo in cui la terra viene utilizzata (dalle ex aree di pascolo ai terreni agricoli) sta cambiando e c’è anche più conflitto tra uomo e fauna selvatica man mano che sempre più animali entrano in contatto con le persone”.

Giraffe nel Serengeti (foto: Frances M. Ginter/Getty Images)

All’università di Wittenborg nei Paesi Bassi, Esther Bakker-Gitonga sta conducendo una ricerca incentrata sulle “opzioni di adattamento al cambiamento climatico tra le comunità marginalizzate e dipendenti dal turismo in Africa”. Bakker-Gitonga sostiene che il cambiamento climatico di fatto intervenga peggiorando gli effetti già dannosi delle attività umane. Infatti, i pastori dei villaggi intorno ai parchi si trovavano in difficoltà e iniziano a premere per l’acquisizione delle risorse di solito riservate alla fauna selvatica. Acqua e pascoli vengono via via sottratti a gnu, zebre e gazzelle per darne a capre e mucche. Così gli animali dei parchi, non indispensabili come quelli da allevamento, hanno la peggio.

Del resto, la fauna selvatica risente anche direttamente delle precipitazioni che tardano ad arrivare o sono troppo abbondanti – come negli ultimi anni – per via del surriscaldamento globale. La ricercatrice Halima Kilungu Hassan dell’università di Wageningen nei Paesi Bassi sta studiando gli effetti del cambiamento climatico sul turismo naturale e ha concluso che tutti questi impatti si intensificheranno con il tempo: “L’alta stagione ha buone probabilità di diventare caotica”, ha spiegato a Wired.

Prove convincenti mostrano che la perdita di fauna selvatica e l’alterazione della migrazione degli gnu nel Serengeti-Mara è fortemente legata alla variabilità delle piogge e alla siccità persistente, cambiamenti sostanziali nel suolo del Serengeti dai primi anni Settanta e una sostanziale riduzione del flusso del fiume Mara durante la stagione secca dal 1972 in poi”, ha riportato nella sua tesi di dottorato. “Il fiume Mara fornisce acqua potabile per la migrazione degli gnu nella stagione secca e le dinamiche del fiume innescano la grande aggregazione di fauna selvatica che attira i turisti da luglio a settembre”.

E, insieme ai turisti, attira anche profitto. Soltanto in Tanzania il turismo basato sulla natura ha attratto 1,2 milioni di visitatori internazionali nel 2016 su 17 parchi, secondo la Banca mondiale il doppio rispetto al 2006, e contribuito al 13 per cento del Pil. Inoltre, circa 450mila persone all’anno sono turisti tanzaniani, secondo l’autorità dei parchi Tanapa. In Kenya, i turisti sono stati oltre 2 milioni nel 2018, con un aumento di circa il 10% del turismo domestico.

In un mondo ideale, sarebbe meraviglioso se tutti credessero che la fauna selvatica ha diritto a vivere, anche se non avesse un valore economico”, ci dice Bakker-Gitonga. “Ma viviamo in un mondo scarso di risorse e con molti conflitti, quindi ci comportiamo come se fossimo padroni del pianeta e decidiamo cosa merita di essere salvato e cosa no. Abbiamo colonizzato la Terra e gli animali sono alla nostra mercé, anche se erano lì prima di noi”.

Bakker-Gitonga ribadisce l’importanza degli studi ambientali, in Kenya ufficialmente divenuti argomento chiave del curriculum scolastico nel 2008 e materia indipendente nel 2019, il che dovrebbe permettere una migliore educazione ecologica.“Per esempio, le guide dovrebbero evitare di portare i clienti a stanare animali dove non potrebbero, passando con i loro fuoristrada fuori dai tracciati”, spiega l’accademica. “Tutto questo danneggia un delicato equilibrio già compromesso da tanti fattori perché le auto inquinano e spaventano”.

Sulla scia delle proteste di questi mesi, sono sempre le buone pratiche dei locali che fanno la differenza. Come scrive Julian Brave NoiseCat in un articolo sul passato razzista dei movimenti ambientalisti, “le origini dell’ambientalismo sono più vicine nello spirito al safari o la caccia al trofeo che non alla marcia o al sit-in” ma “sta diventando più comune vedere persone di colore e indigeni, in particolare le donne, farsi strada”.

Secondo gli attivisti del movimento internazionale Fridays For Future, una soluzione sarebbe se i locali potessero usufruire del turismo in qualche modo. “Il turismo naturale è molto importante per l’ecosistema”, dice Kevin Mtai, che organizza gli scioperi di Fridays For Future in Kenya. “E può essere reso più sostenibile fornendo benefici finanziari diretti per la conservazione, minimizzando gli impatti fisici, sociali, comportamentali e psicologici. Bisogna offrire esperienze positive sia per i turisti, sia per i locali, sia per la fauna selvatica, e creare consapevolezza ambientale e culturale”. Le guide in fin dei conti pagano un’entrata ai parchi, e quindi il governo dovrebbe re-investire il guadagno a vantaggio dei locali.

Noi spendiamo circa 200 euro a testa al giorno”, dice Federico. “Ma quando ti ricapita una cosa del genere?”. In effetti, non si sa.

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