Sì, l’Uefa dovrebbe spostare la finale di Champions di Istanbul

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(Foto: Emrah Yorulmaz/Anadolu Agency via Getty Images)

Che il (neanche troppo) soft power di Erdogan sconfinasse nello sport, non è una sorpresa. Basta chiedere a gente come Hakan Sukur: “Avrei vissuto una gran bella vita e avrei fatto il ministro se avessi giocato secondo le loro regole, se avessi fatto come dicevano. Invece adesso vendo caffè” ha spiegato qualche tempo fa l’ex attaccante di Galatasaray,  Torino, Parma e Inter al New York Times per riassumere l’assurda vicenda che lo costringe a vivere in California per il suo legame con l’arcinemico del presidente turco, il predicatore Fethullah Gülen, a sua volta ex alleato del Sultano. Non può mettere piede nel Paese perché su di lui pende un mandato di cattura per terrorismo e il padre, arrestato dopo il tentato golpe del 2016, è morto di cancro in carcere. I beni della famiglia sono stati confiscati. Questo accade a chi si oppone ad Ankara, specialmente se ha un qualche grado di popolarità.

Non è un caso che in queste ore lo stiano cercando tutti, a San Francisco, perché rappresenta una versione profondamente diversa di quello che abbiamo visto in questi ultimi giorni sui social network e sui campi di calcio. In ordine sparso: il giovane esterno della Roma Cengiz Under ha twittato una foto che lo ritrae nel saluto militare con la maglia della società e le bandierine turche a corredo. Altri calciatori come lo juventino Merih Demiral sempre su Twitter o il milanista Hakan Calhanoglu, nelle storie su Instagram, hanno postato foto in cui prendono posizione a favore del sanguinoso intervento nel Kurdistan siriano.

A un’immagine furbescamente pacifica di un soldato che stringe le mani a una bimba si accompagna questa didascalia: “La Turchia ha 911 chilometri di confine con la Siria. Questo è un corridoio di terroristi. Il Pkk e l’Ypg sono stati responsabili della morte di circa 40mila persone, incluse donne, bambini, neonati. La missione della Turchia è quella di prevenire la creazione di un corridoio del terrore sui nostri confini meridionali e di riportare due milioni di siriani in territori sicuri”. Disinformazione, populismo – si mettono sullo stesso piano le due organizzazioni – ingegneria demografica: c’è di tutto per vergognarsi in quelle righe. Ma pur sempre senza la maglia della società, che invece Under ha sfruttato non senza la riprovazione di molti tifosi.

Mentre la nazionale turca festeggia allo stesso modo – l’odioso saluto militare venerdì scorso: tutti sull’attenti subito dopo il gol decisivo contro l’Albania segnato da Tosun al 90esimo – qualcosa, però, si muove. In questi giorni si sta discutendo della proposta del ministro dello Sport italiano Vincenzo Spadafora sulla finale di Champions League del 2020, programmata a Istanbul per il prossimo 30 maggio: l’esponente dei 5 stelle ha inviato al presidente dell’Uefa Alexander Ceferin una lettera in cui chiede “se sia inopportuno mantenere ad Istanbul la finale di Champions League il 30 maggio 2020”, alla luce “dei gravissimi atti contro la popolazione civile curda e dell’intervento con il quale l’unione europea condanna l’azione militare della Turchia”.

Un gesto giusto: già dovremo ingoiare i mondiali in Qatar, almeno la finale gestita dall’Uefa, organizzazione europea, potrebbe e dovrebbe dare un segnale. Il calcio non è solo sport ma strumento di riconoscimento economico e geopolitico: chiunque tenti di separare i piani è in malafede. I messaggi che passano da quelle manifestazioni arrivano sempre, non solo quando sono positivi o costruttivi. Se si pensasse che il calcio non possa avere una ricaduta su scelte e politiche sociali, allora non vi si dovrebbero legare neanche altre iniziative (sacrosante, ovviamente) come quelle contro il razzismo. Non ha senso, come vedremo più avanti, spiegare che calcio e politica devono rimanere divisi.

Intanto una società tedesca, il St. Pauli di Amburgo, ha punito un suo giocatore, Cenk Sahin, per un post su Instagram. E ha deciso di sospenderlo: “Siamo con il nostro eroico esercito e con i nostri eroici soldati turchi – aveva scritto Sahin sul social – le nostre preghiere sono con voi”. Per il club sono parole che denotano “il suo ripetuto disprezzo per i valori della squadra” e che hanno portato la dirigenza a metterlo fuori rosa: “Il contratto esistente resterà in vigore – ha spiegato la società – per proteggere tutte le parti coinvolte, il club permetterà a Cenk Sahin di allenarsi e di giocare le partite con altri club”. Insomma, a casa loro uno che la pensi in quel modo non è gradito.

Politica e sport devono restare separati” ha detto il difensore juventino Leonardo Bonucci, per rispondere al suo compagno Demiral. “Lo sport deve essere divertimento, unione, passione. Io sono per la non violenza – ha spiegato il capitano della Nazionale – la guerra fa male a tutti. E noi calciatori dobbiamo essere d’esempio. Poi ognuno è libero di esprimere il suo pensiero, ma farlo su un campo da calcio non è giusto”. A parte che lo sport è politica, la questione dovrebbe scalare di livello: se alle posizioni dei calciatori dovrebbero pensare le società, certo non censurandoli ma almeno dissociandosi tempestivamente, della situazione complessiva dovrebbero invece occuparsene le istituzioni sportive continentali. Anzitutto spostando quella finale del 30 maggio.

“Revocare una finale è un atto forte. Penso che ora non siamo nemmeno nelle condizioni di discuterne – ha detto Michele Uva, vicepresidente dell’Uefa, ieri a Radio anch’io sport è chiaro che con il comitato esecutivo ed il presidente Ceferin, valuteremo le situazioni, ma mi sembra assolutamente prematuro parlare di sanzioni a questo livello”. Se non serve un atto forte per quello che sta accadendo in Rojava, difficile capire cosa occorra davvero per decidere di assegnare un calcio di rigore contro autoritarismo, violenza e propaganda.

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