Non chiamatela tregua: gli Usa hanno regalato un protettorato turco a Erdogan

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(Foto: Mustafa kaya/Xinhua)

L’hanno chiamata “tregua”, e senz’altro per la popolazione falcidiata dall’attacco turco delle ultime due settimane lo sarà senz’altro. Ma molto breve. L’accordo imposto da Donald Trump somiglia infatti di più a un armistizio dell’attaccante con se stesso: rassicurato e blandito dalle potenze internazionali, su tutte gli Stati Uniti, il Sultano accetta di sospendere l’offensiva intascando una vittoria. E il dato geopolitico è tutto qui: Recep Tayyip Erdoğan ha vinto la sua breve ma spietata guerra contro i curdi forse condotta anche ricorrendo alle armi chimiche, secondo le denunce dei medici.

Il presidente turco ha accettato di dare 5 giorni di tempo per consentire il ritiro dei combattenti curdi dalla zona di sicurezza di 30 km nel nord-est della Siria che i turchi puntelleranno e occuperanno. A seguire, se il cessate il fuoco reggerà, la distruzione di tutte le postazioni curde e dell’artiglieria pesante e una conclusione definitiva dell’operazione militare. Con un’occupazione de facto che estenderà a un’area molto vasta lo stesso regime imposto da mesi in città come Afrin, zona solo formalmente siriana nel distretto di Aleppo controllata dall’esercito turco ormai dal 2018 e da dove le testimonianze parlano di un vero “inferno” con migliaia di sfollati in campi improvvisati e stupri, incendi, devastazioni e imposizione della sharia da parte della più assortita gentaglia: “Persone macellate come pecore. I miliziani arabi, jihadisti turchi, ma anche provenienti dall’Asia, dalla Cina, hanno da subito minacciato di massacrare la popolazione curda. Ci sono stati stupri a non finire non appena sono entrati in città. Incendi, saccheggi. 400 villaggi martoriati” raccontava lo scorso anno all’agenzia Nena un prete della zona.

La comunità internazionale ha dunque accettato che questo stato di cose si estenda con ogni probabilità alla cosiddetta zona cuscinetto pretesa dal Sultano, profonda appunto oltre 30 chilometri e non si sa quando davvero estesa lungo il confine, si parla di 120 chilometri fra Tal Abyad e Ras al Ayn, dalla quale i curdi saranno cacciati o dove, a casa loro, avranno vita complicatissima a causa delle gang islamiste e dei molti miliziani dell’Isis tornati in libertà. La loro autonomia ne uscirà compromessa: “Bene il cessate il fuoco, ma non accetteremo un’occupazione della Siria del Nord” si è infatti affrettato a ribadire Salih Muslim, portavoce del Pyd, il Kurdish Democratic Union Party. Il timore, anzi la quasi certezza, è esattamente quella: una situazione in stile cipriota, dove la presenza militare turca diventi permanente, stringente, definitiva, mutilando il progetto democratico del Rojava e mortificando ancora più in profondità quella nazione curda senza Stato.

Se il Ypg, cioè le Unite di protezione popolare, accettano i 32 chilometri della fascia di sicurezza emersi dall’accordo fra Sati Uniti e Turchia, allora varrebbe la pena che i curdi lasciassero la loro terra – ha spiegato a Repubblica Ynnaz Urkan, dell’Ufficio di informazione del Kurdistan in Italia – questa non è una buona cosa. Perché tutte le città curde principali del Nord della Siria ricadrebbero in questa maniera sotto il controllo turco”.

La tregua si concorda fra le due parti in conflitto: in questa singolare tregua trumpiana, conclusa dal vice Mike Pence e dal segretario di Stato Mike Pompeo, la trattativa è invece avvenuta fra turchi e americani col beneplacito di Mosca che se pure parlava di “rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale della Siria” è pronta a sedersi al tavolo di Sochi, il 22 ottobre, per definire il resto delle condizioni sul confine. Se davvero i guerriglieri curdi hanno in qualche modo accettato l’accordo – e le parole di Mazloum Kobani, capo delle Unità di protezione, sembrano confermarlo – lo hanno fatto schiacciati da nove giorni di orrore e dalle forze allo stremo. Ma un conto è concordare una tregua, un altro legarla a doppio filo a un’occupazione militare: “È solo l’inizio ma non raggiunge gli obiettivi turchi” ha spiegato. Più chiaro Mazloum Abdi, comandante delle Forze democratiche siriane: “Accettiamo la tregua, ma non che la Turchia rimanga nella regione né un cambiamento demografico”.

Sarebbe dunque il caso di chiamare le cose col loro nome: Usa e Russia hanno appena assegnato una specie di “protettorato” turco nel Nord della Siria, in pieno territorio curdo, con l’esclusione a quanto pare di Kobane e Manbij, dove Erdogan potrà avviare la sua avventura di ingegneria demografica. Non solo otterrà l’indebolimento della resistenza curda ma potrà trasferire in quella fascia almeno 2 dei 3,6 milioni di profughi siriani, in gran parte provenienti da altre zone del Paese, con l’obiettivo di annacquare l’identità curda. C’è da immaginare, visto lo stato delle infrastrutture, ricollocandoli in campi profughi semipermanenti dalle condizioni spaventose. Questo, né più né meno, avverrà da quelle parti nei prossimi mesi. La rassicurazione di “rispettare l’integrità del Paese” da parte di turchi e americani è davvero poca cosa.

L’unica cosa certa è che gli Stati Uniti assegnano a Erdogan quello che desiderava e non solo: come “premio” per dieci giorni di offensiva e situazioni catastrofiche come quella di Afrin sospenderanno le sanzioni alla Turchia. Sul resto si deciderà a Sochi in un incontro fra Erdogan e Vladimir Putin. I curdi? Niente paura, Trump ci ha spiegato che “sono incredibilmente felici di questa intesa”. D’altronde chi non sarebbe felice di vedere la propria casa invasa dal nemico storico, che per anni ha favorito la circolazione dei terroristi dell’Isis nel tuo cortile, e che pianterà le tende per non si sa quanto tempo cercando di sfrattarti con un’ondata di profughi in un’altra guerra, quella fra popoli?

C’è una sottile speranza per i curdi, un corridoio strettissimo fra gli equilibri delle forze che si incrociano in quel fazzoletto di terra: la zona in cui entrerà l’esercito turco è ora piena di soldati russi e siriani e le Forze democratiche siriane hanno sottoscritto un accordo militare con Damasco, destinato a farsi intesa politica che non potrà non includere la rapida cacciata delle truppe di Ankara e dei loro miliziani. Magra consolazione, per una popolazione la cui sorte e autonomia sembra l’ultima delle preoccupazioni.

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