Raccontare l’autunno

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(foto: Peter Macdiarmid/Getty Images)

Siamo entrati – chi più chi meno, e riscaldamento globale permettendo – in quella stagione nervosa e instabile dipinta da poeti e narratori chiamata autunno. Dominata da colori tenui, dai gialli e dai marroni sugli alberi in pieno foliage, a volte ravvivata dai falò dei campi o dal rosso di qualche foglia d’acero, il tono che i narratori di ogni epoca hanno conferito all’autunno è quello tipico di una stagione a metà, di passaggio, tra la nostalgia (ricordo di un’ipotetica estate della vita) e il senso dell’imminente fine (con l’arrivo dell’inverno). “Così alla fine l’estate si riduce a queste poche macchie / Di ruggine e di marcio sulla porta da cui lei è uscita”, verseggiava Wallace Stevens nel suo (ultimo) libro di poesie, chiamato appunto Aurore d’Autunno (Adelphi), dove la stagione di cui parliamo ritorna ossessivamente più volte. Versi ai quali però potremmo contrapporre quelli celebri di Emily Dickinson: “Se tu venissi in autunno, / Io scaccerei l’estate, / Un po’ con un sorriso ed un po’ con dispetto, / Come scaccia una mosca la massaia”. Autunno stagione quindi sinonimo di una certa decadenza a tratti pure dolce, di passioni dispettose – non certo votate all’erotismo più caldo ma nemmeno fuochi pallidi – periodo di simbolico approccio alla senescenza sì, ma anche di meditazione spesso associata a lunghe e gioiose camminate, nell’intenso verde boschivo pullulante delle forme più varie.

E, anche, mese di caccia e di funghi: potremmo iniziare un percorso tra i libri recenti e parlare proprio di una ars venatoria con oggetto questi ultimi. Siamo in attesa di vedere pubblicati in Italia i libri dell’eccentrico micologo Paul Stamets: uno per tutti Mycelium Running: How Mushrooms Can Help Save the World, dove spiega il concetto di bioremediation, ovvero la bonifica massiva di luoghi inquinati e radioattivi attraverso microorganismi. Stamets è un personaggio forse già sussurrato all’orecchio di qualche lettore italiano, dato che è stato ritratto magnificamente nel Come cambiare la tua mente di Michael Pollan (Adelphi). Seguendo questa strada micologica, è il libro di un’antropologa malese a sorprendere in questi mesi. Si intitola La via del bosco e l’ha pubblicato da poco Iperborea. L’autrice, Long Litt Woon, racconta della sua vicenda: ha appena perso il marito, il dolore è lancinante, lei reagisce all’improvviso, addentrandosi appunto nella via dei funghi in Norvegia. Si iscrive cioè a un corso di micologia, appassionandosi così all’infinito catalogo delle differenti specie, andando a scovarli nel bosco e vivendo una sorta di adrenalina che le bilancia dentro la presenza dura del lutto. Superare la morte con i funghi? “Quando trovo un fungo, si legge nel libro, mi capita di avere l’impressione che il tempo si fermi. Flusso e zen nel medesimo istante. Il benessere interiore e la sensazione di essere tutt’uno con l’universo danno gioia e soddisfazione’. L’accesso gioioso a questo regno plurale fatto di gambi e spore, di forme variabili e anche di specie perniciose, è bilanciato splendidamente dall’autrice con l’acceso al regno singolarissimo della propria solitudine personale, facendo del libro uno strano oggetto terzo: a metà tra manuale di scoperta botanica e anche antropologica – non si parla solo di funghi, ma anche della sotterranea ma vivissima comunità di fungaioli – e diario intimo di rinascita.

Parlando di tutt’altre caccie, ovvero quelle reali, il recente premio Nobel Olga Tokarczuk ritornerà presto in libreria a fine anno con Guida il tuo carro sulle ossa dei morti (Bompiani, dicembre, ma il libro era già uscito con Nottetempo, quando l’autrice era molto meno nota in Italia). Una favola nera e selvatica che si risolve in giallo, con protagonista una lunatica anziana insegnante d’inglese che nel tempo libero traduce Blake, fa l’oroscopo alle persone che incontra, e lotta per gli animali della valle polacca dove vive, ostacolando più volte l’attività dei cacciatori. Fino a che però strane morti di uomini si verificano in quegli stessi boschi. “A lei fanno più pena gli animali degli uomini”, le dicono considerandola la principale sospetta, perché va in giro dicendo che quegli assassinii sono da considerarsi le vendette degli animali della valle, e non opera umana. In un momento di forte riconoscimento degli animal rights, questa novella macabra – che pare toccare anche la tematica dell’ecoterrorismo – è però in fondo un grido dalla vita nei confronti della morte. Ci ricorda che l’inverno è sempre dietro l’angolo, specie nelle azioni umane, e che è la natura più selvaggia che ci insegna spesso compassione ed empatia.

Uno spirito autunnale più malinconico che selvaggio, dove agli animali sofferenti si sostituiscono personaggi impazienti, si respira anche nei racconti da poco pubblicati da Minimum fax di un autore che ha un suo nutrito pubblico di fan da noi, Chris Offut. A casa e ritorno è il titolo della raccolta che in inglese ha come titolo l’hemingwayano Out of the Woods. Il luogo principale è il Kentucky come patria d’elezione, ricca di verdeggianti boschi e colline dalle quali è in fondo difficile andarsene. E lo sanno i protagonisti di questi racconti, dal profilo spesso tragico ma allo stesso tempo delicatamente sospesi di Offut, becchini, giocatori d’azzardo, camionisti… Lo sa ad esempio Gerard, nel racconto che dà il titolo al volume, il quale, partito per attraversare l’America alla ricerca del fratello, passerà dall’Illinois, per arrivare infine nel Mississippi e capire quanto sia limitato il suo mondo rurale: “Guidò tutto il giorno e attraversò il fiume Mississippi di notte. In un’area di sosta stese una coperta e si sdraiò. Aveva freddo. Sopra di lui, il cielo era disseminato di stelle. Sembravano abbassarsi, minacciavano di schiacciarlo a terra. Una scia luminosa attraversò la notte, e lui pensò che gli avessero sparato, finché non capì che era una stella cadente. A casa le colline bloccavano tanta parte del cielo che lui non ne aveva mai vista una”.

Offut fa certo parte a pieno titolo, col suo minimalismo mai scontato, di quella tradizione che ci descrive una verde autunnalità non solo come luogo di un certo dissidio tra il bene e il male, ma come forte prerogativa estetica, tutta americana. Potremmo scomodare non solo Kent Haruf che spesso celebra l’autunno nei suoi romanzi, ma anche tra i classici il Henry David Thoreau di Colori d’autunno, appena riproposto da Lindau, che ci dimostra quanta vitalità ci possa essere nell’offerta di colori incredibili che da fine agosto gli si presentava per i boschi e le campagne del New England. In questo libro, Thoreau studia meticolosamente tutta la palette autunnale americana, facendone un trattato estetico che mira a scoprire l’invisibile nel visibile. E dove l’autunno è da prendersi, scrive, come “il fiore, o meglio: il frutto dell’anno” e non come anticipazione della fine.

Una visione potremmo dire ottimistica dell’autunno che era presente anche in Walt Whitman, che raccontò prosperità autunnale sia in Foglie d’erba – specie nella serie Ruscelli d’autunno – che nella poesia Autunno (“È l’autunno; / e gli alberi muovono le scarse foglie sempre più gialle e rosse al mite vento d’ottobre attorno ai villaggi dell’Ohio”) e che enfatizza il verde poderoso, e la vita mite e dolce delle fattorie. Una gioia che si trasforma anche in passione amorosa omoerotica. Ed è qui da menzionare l’arrivo di un singolare libro withmaniano sullo scaffale, uscito per Tunué, La quercia, un taccuino di versi d’amore corredato di belle illustrazioni a tutta pagina, in cui l’autore pare far intravedere i verdi autunnali americani come campione del desiderio, piuttosto che della melanconia. Il poeta da prima s’identifica con un grande quercia sempreverde, solitaria, imponente e corrugata, per comprendere la propria impossibilità ad accettare la solitudine: “Mi sono chiesto però come potessero crescervi su quella quercia, foglie gioiose, restando sola laggiù senza / un amico o un amante—Perché non avrei / mai potuto”; E quindi, continuando a leggere i componimenti, grida come al mondo, alla Terra, al continente americano, coi suoi fiumi, praterie e montagne di cui è stato ed è il Bardo, che l’aver trovato un amore per un uomo, gli farà quasi deporre la penna, rinunciare a tutto. “La conoscenza e la grandezza americana, e le gesta degli eroi, non hanno più valore”, scrive, se ho un uomo al mio fianco che desidero. A voler ridurre il portato di tanta poesia, questa raccolta ci pare rappresentare il coming out unico di un poeta che si confessa sussurrando alla natura.

Ritornando nel Nord Europa, di tutt’altri autunni ha scritto un autore che è oramai entrato nel mito: Stig Dagerman, con Autunno tedesco (Iperborea). L’anarchico scrittore svedese di capolavori come Bambino bruciato o Perché i bambini devono ubbidire?, morto suicida troppo presto nel 1954, fu inviato nelle Germania del 1946 a raccontare il paese distrutto dalla seconda guerra: un paese che già faceva i conti con l’onta del nazismo ma allo stesso tempo soffriva una fame e povertà endemiche. Il reportage di Dagerman è una catabasi nell’inferno che l’autore incontrò viaggiando a Berlino, a Colonia, ad Amburgo, ad Heidelberg, le strade dei senzatetto e i vagoni pieni di profughi, la prostituzione e il malcostume, le strade allagate, piene di fango e alberi bruciati. L’autunno in Dagerman non è affatto gioioso, è una stagione terribile di violenta denazificazione, di passaggio verso un inverno ancor più duro, fin dall’esordio del libro: “Nell’autunno del 1946 gli alberi della Germania sono rimasti spogli per la terza volta dopo il famoso discorso di Churchill sull’imminente caduta delle foglie. È stato un triste autunno, con pioggia e freddo, crisi di fame nella Ruhr e fame senza crisi nel resto del vecchio Terzo Reich…”. L’autore si approssima alla sofferenza del popolo germanico senza pregiudizi, fa domande a quelli che una volta erano schierati con Hitler, rischiando una posizione assai scomoda all’epoca, da uomo a uomo racconta la moralità corrotta del secondo dopoguerra, in un momento in cui la Germania era un succulento bottino di guerra per gli Alleati.

Rimanendo nel Nord Europa, due ultimi consigli legati alla stagione attuale (ma fuori dai 7 del titolo): il noto autore Karl Ove Knausgaard non ha solo impegnato la sua produzione nel ciclo autobiografico ossessivo e minuzioso dei sei volumi de La mia lotta (pubblicati per Feltrinelli), ma si è dedicato anche a un particolare Quartetto delle Stagioni ancora inedito in Italia. Di questo, è Autunno un libro autobiografico indirizzato alla figlia nascitura, in cui l’autore dialoga da padre e allo stesso tempo racconta le meraviglie di un autunno svedese. Il libro segue come un diario i mesi di settembre, ottobre e novembre, e crea, con capitoli intitolati seguendo cose comuni a volte astratte a volte concrete (dai Letti, alla Foglie di Autunno, dalla Medusa, alla Solitudine, alle Mosche, alla Terra…), una catalogo delle meraviglie autunnali da consegnare alla figlia.

Da noi, un’impresa di saga simile a quella di Knausgaard, ma che rimane più solidamente romanzesca, è quella dell’un tempo raccontista Luca Ricci, che ha portato lo scorso anno in libreria Gli autunnali (La Nave di Teseo, 2018) e sta per riportare il secondo volume chiamato Gli estivi, in uscita all’inizio del 2020 sempre per la Nave di Teseo. Gli autunnali era il romanzo di un matrimonio che si infrange nella mancanza di desiderio scoppiata violentemente alla fine dell’estate e completata dall’amor fou del protagonista, lo scrittore fallito Gittani, per una donna conosciuta solo in foto: Jeanne Hébuterne, moglie di Amedeo Modigliani, che diviene un santino da venerare. Ricci da lì costruisce una sorta di architettura perfetta di un adulterio da compiere, che risulta però quasi un motivo egoistico di riscatto e rilancio di Gittani nei confronti di una vita propria che decade – “a differenza di tanti miei coetanei, non mi ero ancora rassegnato a entrare nel novero di quegli uomini disposti a vivere una vita sola”, dice. L’intelligenza narrativa di Ricci è spietata nello scandagliare il teorema amoroso quanto piena di variazioni e tonalità nel raccontare l’autunno romano di Gittani. Autunno che rientra a pieno titolo nella lista dei protagonisti del romanzo, come in realtà una primavera delle ossessioni: “I parchi e le ville s’apparecchiavano dei colori dell’autunno: quei rossi, quei gialli, quei marroni, quegli arancioni, che sono la vera primavera dei temperamenti inquieti”.

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