Bio-on, che fine fanno le joint venture per sviluppare la bioplastica?

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La Guardia di finanza nella sede di Bio-on (foto: Guardia di finanza Bologna)
La Guardia di finanza nella sede di Bio-on (foto: Guardia di finanza Bologna)

Se c’è un esempio plastico della strategia di comunicazione di Bio-on, la startup della bioplastica al centro di un’inchiesta della Procura di Bologna che ne ha azzerato i vertici, che il giudice per le indagini preliminari Alberto Ziroldi definisce “roboante, ammiccante e ottimisticamente proiettata verso obiettivi sempre più significativi”,  quello è il caso delle creme solari con microplastiche biodegradabili My Kay.

Prodotte per il colosso dei beni di largo consumo Unilever, sono sviluppate da Aldia, società partecipata da Bio-on al 90% e al 10% da Banca Finnat Euramerica spa. Quest’ultima è la specialist che segue la società dai tempi della quotazione all’Aim, il listino delle piccole imprese di Borsa italiana, e che proprio in virtù dell’accordo con Unilever alza il target price del titolo a 86 euro (quando il giorno prima viaggiava a 53 euro), senza però precisare che il generico “importante partner finanziario” che ha partecipazioni in due controllate di Bio-on (l’altra società si chiama Liphe) sia proprio la stessa banca che ha emesso la raccomandazione a quotare le azioni quasi il doppio. Lo ha ammesso solo in seguito, quando la bolla ormai era scoppiata.

Il rapporto di Banca Finnat su Bio-on
Il rapporto di Banca Finnat su Bio-on

A fine luglio, dopo la pubblicazione da parte del fondo statunitense Quintessential capital management di un rapporto che mette in dubbio modello di business e credibilità di Bio-on e ha dato l’abbrivio all’indagine della Procura di Bologna, Wired ha scoperto che l’ex regina dell’Aim, arrivata a valere un miliardo di euro, aveva consegnato al marchio dell’abbigliamento North Sails, uno dei canali distributivi delle creme insieme all’ecommerce, 280 pezzi per una decina di negozi. Circa venti confezioni di crema a vetrina. E di questi, ne erano stati venduti venti.

Ma da allora niente pare che non ci siano stati grandi passi in avanti, visto che, a domanda di Wired nei giorni successivi all’inchiesta, da North Sails fanno sapere di non avere “ulteriori dati da fornire oltre a quelli già trasmessi in precedenza”. Potrebbe dirlo Unilever, la quale però non risponde alle domande di Wired. Da luglio l’azienda si è limitata a ripetere il ritornello di presentazione della linea di cosmetici, senza dare conto dei volumi di vendita, mente il rapporto del fondo guidato da Gabriel Greco metteva sotto accusa il modello Bio-on.

Le partecipate di Bio-on (fonte: report Banca Finnat)
Le partecipate di Bio-on (fonte: report Banca Finnat)

Alleanze in bilico

Dopo che mercoledì 23 ottobre l’operazione Plastics Bubble della Guardia di finanza di Bologna, su impulso della Procura felsinea, ha decapitato i vertici di Bio-on con l’accusa di false comunicazioni sociali e manipolazione di mercato, indagato nove persone e messo sotto sequestro beni per 150 milioni di euro, circola imbarazzo tra i partner dell’ex unicorno bolognese, le cui azioni sono sospese a tempo indeterminato dalle contrattazioni. Grandi imprese si sono fatte sedurre dai piani di Marco Astorri, fondatore e ormai ex presidente di Bio-on, dato che si è dimesso da tutti gli incarichi, finito agli arresti domiciliari. All’interrogatorio con il giudice per le indagine preliminari Astorri si è avvalso della facoltà di non rispondere. L’accusa è di aver fabbricato e manipolato informazioni per centrare risultati a cui, altrimenti, Bio-on non sarebbe mai arrivata.

Ed è ancora più difficile che arrivi ora, con una pesante inchiesta sul groppone e una posizione finanziaria netta, a fine 2018, per 22,5 milioni, che la stessa Banca Finnat prevedeva in negativo almeno fino al 2020. Le joint venture sono nell’occhio del ciclone. Bio-on, sostengono gli inquirenti, le ha usate per gonfiare i conti ma non hanno prodotto utili. La multiservizi emiliana Hera fa sapere a Wired che l’acquisto di una partecipazione in Lux-on, ancora al 100% di Bio-on, “per la messa a punto di un processo tecnologico in grado di convertire biomasse di scarto o gas in biopolimeri, non è ancora stato finalizzato e le relative attività sono sospese”.

Le creme di Bio-on per Unilever (foto: My Kai)
Le creme di Bio-on per Unilever (foto: My Kai)

La Gima Tt del gruppo del packaing Ima, che ha il 20% della Amt Labs (in maggioranza di Bio-on), “resta in attesa di capire l’evoluzione degli eventi prima di prendere qualunque decisione in merito alla società partecipata in minoranza”. Il suo presidente, Sergio Marzo, ha tracciato agli inquirenti un quadro del tutto diverso da quello che ne ha fatto Bio-on, che nel conto economico del 2018 si attribuisce per intero il valore della licenza della Amt Labs.

Il gruppo Maccaferri, che sta gestendo il passaggio della holding Seci al fondo QuattroR dopo l’avvio di una procedura concorsuale, aveva già fatto sapere che la riconversione di un ex zuccherificio, al centro dell’alleanza in Sebiplast, è in alto mare. Silenzio da Kartell, che in Bio-on ha una quota del 2% e con la startup ha il 50% delle quote della Exolel, per lo sviluppo di mobili in bioplastica. Mentre Maire Technimont relega il 50,1% della partecipazione in U-Coat a “progetto marginale appena iniziato, per sviluppare un applicativo della loro tecnologia, ancora tutto da sviluppare”.

I mobili presentati al Salone del Mobile da Kartell e Bio-on (sito: Bio-on)
I mobili presentati al Salone del Mobile da Kartell e Bio-on (sito: Bio-on)

Futuro incerto

Le prossime mosse di questi partner, però, saranno determinanti per capire se c’è un futuro per una Bio-on affidata a un nuovo timoniere (la procedura da parte del tribunale civile è in corsa) e se i circa cento dipendenti potranno mantenere il posto di lavoro (il 16 novembre è previsto un punto con la regione) e riceveranno lo stipendio di ottobre. Si rischia una procedura concorsuale. D’altronde, senza aziende a cui vendere le licenze, Bio-on, che si presentava come una intellectual property company, ossia un’azienda che fa ricerca applicata, nello specifico sulla bioplastica, e poi commercializza i suoi brevetti con altre imprese, ha il fiato corto.

La produzione di polveri, come ha scoperto la Procura, è lontana dai mille tonnellate all’anno. “La produzione era di 19 tonnellate da inizio 2019”, ha dichiarato il procuratore capo di Bologna, Giuseppe Amato. Lo scorso 26 agosto, dopo che la bomba di Quintessential era già scoppiata, Astorri però assicurava su Youtube che la fabbrica “ci consente di produrre mille tonnellate all’anno”. Mentre il suo braccio destro e cofondatore, Guido “Guy” Cicognani (interdetto dagli uffici sociali, come il presidente del collegio sindacale, Gianfranco Capodaglio), al telefono lo stesso giorno ammetteva che il suo socio aveva “sparato molto alto”.

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