Nazisti a Lucca, l’ignoranza travestita da provocazione

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La questione è messa efficacemente in chiaro dalla persona che contesta la sfilata: “È un gioco il nazismo?”. No, non è un gioco. Ed evidentemente, al pari del fascismo, neanche un’opinione. È il più oscuro abominio della storia e viene in effetti da chiedersi cosa abbia spinto i due ragazzi che si sono visti un paio di giorni fa a Lucca Comics and Games a scegliere proprio divise naziste, svastiche e celtiche, con tanto di carro armato in scala al seguito per la loro “sfilata”. Provocazione? Convinzione? Voglia di fare notizia senza retroterra alcuno? Difficile dirlo, le cronache non hanno approfondito riportando soltanto che la questura di Lucca ha avviato un’indagine, e dunque i contorni della passeggiata in salsa SS verranno presto chiariti.

Si capisce, dalle immagini diffuse dalla pagina Welcome to Favelas e poi riprese da molte testate, che sono molto giovani. Questo significa tutto e niente: le curve degli stadi – vedi alla voce Hellas Verona – sono piene di capibastone più che stagionati appassionati di genocidi e dittature e le scuole, per fortuna, ricche di ragazzi che sanno bene cos’abbiano significato la seconda guerra mondiale e la Shoah. Dunque che con certi simboli, emblemi di odio assoluto, non si scherza. E che, come ha spiegato chi li ha giustamente contestati per strada, il nazismo non è un gioco. Certo che se poi quei simboli ce li ritroviamo allo stadio, ogni benedetta domenica, diventa anche complicato spiegare che no, non c’è evento né cornice che giustifichino o possano racchiudere e disinnescare un gesto simile.

Non c’è ovviamente neanche bisogno di dire che comune di Lucca e organizzatori hanno immediatamente preso le distanze e condannato il comportamento dei due ragazzi, definito “offensivo non solo per il festival e tutto il suo pubblico, ma soprattutto per la memoria storica del nostro territori”. L’evento, uno dei più ricchi e stimolanti del panorama italiano, non c’entra ovviamente nulla. Il brutto exploit è frutto della libera iniziativa dei visitatori.

Può essere, però, che l’invasione di cosplayer abbia convinto i due nazisti in erba a rischiare, confidando nel mascheramento collettivo che colora eventi del genere? Chissà. Altri giovani, dice La Stampa, hanno spiegato alla Digos che lo scopo dell’installazione, “dove c’era pure montata una tenda da campo”, era “realizzare una specie di simulazione storica di epoca bellica”. Non a caso pare che questi indossassero divise di altre formazioni militari. Ma, se così fosse, la questione non cambierebbe di una virgola e diventerebbe anzi più controversa: che genere di rievocazione avevano intenzione di mettere in piedi? Con quale senso dietro? E in che modo le divise di epoca nazista possono collocarsi in una sgangherata scenetta storica autoprodotta? Siamo insomma dalle parti dell’ignoranza travestita da provocazione, più che rievocazione: la storia è una cosa seria e i suoi aspetti peggiori non si declinano in una mascherina da sfilata fai-da-te. Magari confidando che il caos e il clima creativo annacquino, giustifichino e ridimensionino le inevitabili (e sacrosante) reazioni.

Ma non dovrebbe essere un evento o un appuntamento a impedirti o meno di compiere una scelta simile. Dovrebbe essere la consapevolezza per quello che è successo, il disprezzo per la gamificazione della Storia, l’amor proprio di non trasformarsi in un pupazzo di cui aver pena.

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