I risultati del test VivaRaiPlay: “L’immagine non è quella di un paese arretrato”, dice il Cto della Rai

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Da un traffico di 20 Gbit al secondo a uno da 300/350. Questa è la differenza che ha portato VivaRaiPlay sulla banda dell’app. Un afflusso e un impegno di 17,5 volte più grande della media cui la piattaforma era abituata. Esattamente ciò che doveva accadere. VivaRaiPlay è stato infatti concepito per attirare un pubblico nuovo, per far installare l’applicazione a chi non lo avesse mai fatto e farla usare a quante più persone possibile al fine (anche) di rispondere alla domanda: la rete italiana può reggere una diretta nazionale di massa? Un test di cui nessuno poteva prevedere l’esito perché mai tentato prima (la fruizione delle partite di calcio non è sparsa ovunque, ma più diffusa là dove le squadre coinvolte hanno tifosi).

Che l’esperimento sia andato bene se n’è accorto chiunque quel 13 novembre (ma anche nei giorni successivi) abbia guardato la diretta. Non ci sono stati intoppi: “La rete ha retto” dice giustamente soddisfatto l’ing. Stefano Ciccotti, l’uomo a capo di tutta la parte tecnologica, il Cto della Rai “ha retto all’interno delle aspettative. Del resto avevamo due collegamenti dedicati punto punto con il content delivery network, vuol dire che noi consegnavamo con un tasso di successo del 100%, senza perdere nemmeno un bit. Ed essendoci affidati al leader del settore, Akamai, loro erano in grado poi di gestirlo al meglio. Non è usuale, solitamente chi fa streaming non ha collegamenti dedicati. Abbiamo fatto bene”. Raccontata così sembra un’architettura infallibile (e probabilmente lo è), ma c’era ben più timore e insicurezza nella voce dello stesso Ciccoti la prima volta che ce lo ha spiegato, quando mancavano una 20ina di giorni alla trasmissione. Il pericolo infatti c’era, e era tanto che la Rai non riuscisse a inviare correttamente i pacchetti ma che la rete italiana non reggesse l’impatto, che una concentrazione di traffico eccessiva in certe zone servite meno bene causasse problemi. Invece no. E dire che di traffico ce n’è stato.

Come è stato divulgato dalla Rai, la prima puntata di VivaRaiPlay andata in onda solo sull’app, cioè quella del 13 Novembre, ha attirato un totale di 850mila visualizzazioni, l’evento live in streaming più seguito di sempre in Italia. Ma dal lato tecnico non si ragiona a visualizzazioni: “A noi interessa il traffico istantaneo, quanta banda stiamo consegnando ogni minuto. Le visualizzazioni hanno a che vedere con come accedi all’app, se lo vedi da smartphone o da televisore sempre 1 visualizzazione è. Invece per noi cambia tutto in termini di banda, perché il segnale che mandiamo al televisore è molto più pesante, sono 5-800Kb contro 5 Mbit”. Così bene ha retto la rete che addirittura dal secondo e terzo giorno Rai si è permessa di aumentare la qualità del segnale (proprio del bitrate) diretto ai televisori con sistema operativo Tizen (cioè Samsung) da 2,4 a 3,6Mbit e fino anche a 5Mbit su quelli con sistema Hbbtv.

Tra le molte scoperte frutto di questi primi giorni di trasmissione di VivaRaiPlay, un paio sono state particolarmente impreviste. La prima è che il 60% delle persone si è collegata da dispositivo mobile, di fatto certificando l’ubiquità totale dello streaming (per quanto non è dato sapere quanti non si collegassero da casa propria attaccati alla propria linea wifi, non avendo una smart tv), in parole povere questo programma è stato visto senza problemi in tutto il nostro paese, anche in zone più difficili e periferiche su cui si potevano avere dei dubbi.

La seconda è l’immagine di un paese molto meno restio alla tecnologia di come lo si dipinge di solito: “L’immagine di un paese arretrato non è quella che abbiamo visto da qui”, continua Ciccotti: “I televisori connessi ci sono e sono utilizzati e l’operazione di trovare l’app, aggiornarla e metterla in moto non è banale. Non condivido per niente l’immagine degli italiani come analfabeti digitali, l’app l’hanno messa in moto e come! Inoltre dal mio modesto osservatorio posso dire che ho avuto la sensazione che le reti 4G e 4,5G siano state realizzate con estremo criterio. Quel ritardo che abbiamo in certe zone con nella rete fissa lo compensiamo decisamente con quella mobile, perché quella rete regge davvero davvero bene”.

Per assicurarsi che nessuno avesse problemi è stata indispensabile però quella settimana di trasmissione ibrida, sia sul digitale terrestre che online. Quello è stato un gigantesco (e rapido) beta test di ogni singolo device e ogni singola versione, Chi aveva release vecchie, chi non l’aveva mai aggiornato e chi invece l’aveva appena aggiornato. Su tutti i modelli di tutti gli strumenti a tutte le versioni l’app doveva funzionare, dai televisori fino a cellulari. E curiosamente in questo è stato determinante anche Fiorello: “È lui che ci ha messo il sale sulla coda. Era lui che dovevamo convincere della bontà e della tenuta dell’app, del fatto che non stesse mettendo la faccia su qualcosa che non funziona. Spesso ci ha contattato dicendoci che un utente X aveva problemi e noi dovevamo risolverli velocemente per dimostrare che invece funziona. Cioè ammettiamolo, in altri casi avremmo risposto che l’app funziona sul 95% dei device e va bene così. Ma non in questo”.

A prescindere dai device dunque gli italiani hanno visto VivaRaiPlay su quello che è un canale aggiuntivo rispetto ai soliti (in concorrenza con quel che avveniva in contemporanea su tutti gli altri inclusi i tre principali Rai) e l’hanno guardato come una trasmissione televisiva, con quel comportamento: “Di solito lo streaming non ha una fruizione costante ma una più rilassata, invece la curva dei contatti a VivaRaiPlay ha esattamente la forma di quelle dei programmi tv”, continua Ciccotti. Questo significa che ha il suo picco all’inizio e cala leggermente a mano a mano che si avvicina alla fine con dei drastici avvallamenti verso il basso in corrispondenza degli stacchi pubblicitari:Non è insomma una fruizione distratta ma una identica a quella televisiva”. ll paese è quindi pronto a contenuti anche più richiesti trasmessi in streaming e Ciccotti ci tiene a precisare che la piattaforma è attrezzata anche per carichi superiori a questo: “Penso peresempio ad una finale di calcio della nazionale di calcio femminile”.

Se ci si stupisce che un’azienda come la Rai, con tutte le sue arretratezze e i suoi meccanismi arrugginiti, sia riuscita in un’impresa simile in così poco tempo si sbaglia? “Sì. Qui il problema non è il cambiamento o la professionalità, e lo dico da dirigente, ma impostare il lavoro secondo un processo industriale: pianificazione, definizione di progetto, risorse su cui fare affidamento e uno scheduling vincolante. Fiorello è stata la persona che ha attivato questo vincolo, che ci ha obbligato a rispettare una data e se c’è una cosa che in RAI siamo bravissimi a fare è rispettare le date (da Sanremo fino alle dirette di calcio). Quest’obiettivo ha rivelato che non ci sono sacche di inefficienza, almeno io da tecnico non le ho viste, ma semmai c’è l’esigenza di mettere la gente a lavorare secondo processi chiari”.

Ci sono molti altri dati che non è ancora il momento di rendere pubblici o che, con i consueti meccanismi farraginosi Rai, richiederanno più tempo per essere liberati. L’intenzione però è di non tenere i risultati per sé ma di diffonderli quando sarà il momento, anche a beneficio della concorrenza e di chi lavora sull’infrastruttura tecnologica: “Io vorrei fare un white book quando arriveremo alla fine della corsa di VivaRaiPlay, cioè a Dicembre, uno che racconti l’esperienza e spieghi cosa sia successo lato infrastruttura, per dare proprio dei suggerimenti a chi deve fare lo stesso. Questa è roba da farci un convegno”.

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