Il premier israeliano Benjamin Netanyahu è stato incriminato per corruzione, frode e abuso d’ufficio

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(foto: Amir Levy/Getty Images)

Il procuratore generale israeliano Avichai Mendelblit ha formalmente incriminato il premier uscente Benjamin Netanyahu per corruzione, frode e abuso d’ufficio. Si tratta della prima volta nella storia di Israele che un primo ministro subisce accuse simili durante il suo mandato. Da parte sua Netanyahu ha fatto sapere che non intende dimettersi e che sospetta un golpe nei suoi confronti. Ad ogni modo, la legge israeliana consente la rimozione del primo ministro solo dopo una condanna definitiva, che probabilmente arriverà dopo molto tempo, ovvero a processi ultimati. La decisione del procuratore, però, potrebbe avere effetti nel breve termine, se si considera la situazione di stallo politico del paese e le difficoltà di Netanyahu di formare un governo, dopo il risultato delle ultime elezioni.

Le inchieste iniziate lo scorso febbraio da Mendelblit – che era stato scelto proprio dallo stesso Netanyahu – sono tre e in qualche modo hanno in comune la volontà del primo ministro di ottenere dei vantaggi. Il caso 1000 – come è conosciuta la prima inchiesta – Bibi viene indagato per frode in merito a regali facoltosi ricevuti da uomini d’affari come il produttore cinematografico Arnon Milchan e il miliardario australiano James Pack. Nel caso 2000, invece, si indagano i rapporti con l’editore del giornale Yediot Ahronot, Arnon Mozes: Netanyahu avrebbe accettato di indebolire il giornale rivale (Israel Hayom) in cambio di una copertura favorevole al governo sulla stampa di Mozes. Nella terza inchiesta, invece, conosciuta come caso 4000, si tratta l’affaire Bezez-Walla e compare, oltre la frode e l’abuso di ufficio, anche l’accusa per corruzione. Bibi avrebbe favorito l’azionista di maggioranza di Bezeq, la più grande compagnia di telecomunicazioni israeliana, per avere in cambio una copertura favorevole sul sito di notizie Walla news, che risulta sempre legato a Bezeq.

La risposta di Bibi

Negando tutti i capi di imputazione, Netanyahu ha convocato una conferenza stampa e ha parlato di un tentato golpe nei suoi confronti. Ha poi insistito sul fatto che non è legalmente obbligato a dimettersi e che non intende farlo. “Ho molto rispetto per la magistratura ma bisogna essere ciechi” – ha detto – “per non vedere che qualcosa non va“. Il primo ministro punta il dito sul fatto che non si stia cercando la verità, ma piuttosto dei motivi per screditarlo. Per questo ha invitato i cittadini a “processare gli inquirenti”. Netanyahu ha poi sottolineato che la decisione di Mandelblit è resa nota in un “momento politico delicato di Israele“. Il procuratore sostiene invece di aver agito soltanto in base alle prove e alle considerazioni legali: “nessun’altra considerazione mi ha influenzato”.

Momento delicato

L’annuncio dell’incriminazione arriva difatti in un momento particolare e potrebbe rivelarsi cruciale per il futuro politico del paese. Solo poche ore prima c’era stata l’ammissione di Benny Gantz, sfidante di Netanyahu alle scorse elezioni, di non riuscire a formare un governo. Il mandato gli era stato affidato dal presidente Reuven Rivlin un mese fa dopo un primo tentativo, anche quello senza successo, di Netanyahu. Le elezioni avevano, di fatto, visto un testa a testa fra i due. Adesso, secondo quanto prevede la legge israeliana, inizia una finestra temporale di 21 giorni in cui altri parlamentari possono proporsi chiedendo un mandato al presidente, ma le probabilità di successo sono scarse. Per questo il paese, dopo aprile e settembre, potrebbe votare anticipatamente una terza volta entro fine anno. Netanyahu in carica da dieci anni ha finora governato il paese con l’appoggio di una coalizione di destra nazionalista e religiosa. Dopo queste accuse c’è chi sostiene che qualcuno possa ostacolarlo.

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