My Country: The New Age, guerra e amore nella Corea del Sud di mille anni fa

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Avevamo intuito dopo aver seguito k-drama a sfondo storico come Mr Sunshine e Scarlet Heart: Ryeo che la Corea del Sud fosse in grado di produrre serie appartenenti a questo genere davvero pregevoli. Come la seminale Mr. Sunshine, anche My Country: The New Age è una produzione originale di Netflix che in Italia abbiamo potuto seguire con una decina di giorni di scarto rispetto alla programmazione in patria. La trama gira intorno a Seo Hwi e Nam Seon-ho, amici d’infanzia diventati eterni rivali, ognuno schierato sul fronte opposto durante un periodo fondamentale e delicato della Storia come lo fu il passaggio dall’epoca Goryeo a quella del Joseon nel XIV secolo. Seo Hwi è un orfano, il figlio di una generale caduto in disgrazia che ambisce alla carriera militare per mantenere la sorella; Seon-ho è l’erede illegittimo di Nam Jeon, scaltro e ambizioso signore della guerra che vuole raggiungere i vertici del governo sfruttando il suo superiore. Quest’ultimo, Seong-hye, a sua volta, è la figura storica che liberò il Paese da una dinastia reale in decadenza e fece monarca se stesso col nome di re Taejo.

La trama di My Country: The New Age si snoda su più livelli: la linea narrativa che segue i destini di Seo Hwi e Seon-ho, la cronaca degli eventi che portano al rovesciamento del Goryeo e quella, più subdola e appassionante, della faida tra il re e il figlio Bang-won, a cui era stato promesso il trono in cambio di supporto bellico e tattico. La prima storyline è di quelle che spezzano il cuore degli spettatori che si lasciano coinvolgere: Seo Hwi è l’eroe senza macchia, altruista e devoto fino all’estremo ai propri ideali, riassumibili nell’assoluta devozione ai propri cari (compresi quelli che lo tradiscono sistematicamente). Seon-ho è l’amico che lo tradisce per i propri interessi, nello specifico il cieco desiderio di vendetta nei confronti di un padre padrone che disprezza. Nel corso della serie si pente delle sue azioni e poi ricade nelle stesse abitudini svariate volte, ma con Seo Hwi crea una delle coppia da bromance più affiatate mai viste sul piccolo schermo.

Seon-ho è un protagonista che si finisce facilmente a detestare e altrettanto presto a perdonare; merito di un interprete, Woo Do-hwan, che è attraente e repellente al tempo stesso. Assieme a Yang Sejong, giovanissimo attore dalla carriera folgorante (a tre anni dal debutto è la star in ascesa delle serie coreane e uno dei pochi con una filmografia corredata di ruoli da protagonista), e Jang Hyuk, forma un trio di protagonisti perfettamente in parte. Tuttavia, è quest’ultimo, veterano della hallyu (la nuovelle vague francese) a rubare, nella seconda parte della serie, la scena: la figura del principe che ha perpetrato delitti innominabili per assecondare il padre, per poi venirne tradito, è una figura mastodontica. Inarrestabile, e disposto a tutto per ottenere quel trono per cui si è venduto l’anima, è il villain dilaniato dal peso delle proprie azioni che sopporta a stento se stesso mentre compie azioni sempre più turpi, incapace di fermarsi. La sua lealtà e l’affetto verso Seo Hwi ne rivelano il lato più nobile, lo sguardo pieno di rabbia, risentimento e lacrime del bravissimo Jang Hyuk mentre si macchia dell’ennesimo peccato in nome di un ideale contorto ne rivelano quello più umano.

My Country: The New Age è un dramma storico a metà tra genere politico e genere bellico. Riesce bene in entrambi, infilandosi tra gli ingranaggi che fanno funzionare una macchina politica oleata con i buoni propositi di un futuro migliore e il sangue degli alleati traditi, e mettendo in scena battaglie di appassionante e realistica (eppure molto, molto poco esibita) violenza. My Country è anche un romance (quello tra Seo Hwi e la saggia Hee-jae), nonché una parabola di padri e figli: da quello nobile ed eroico di Seo Hwi, che ha dato vita a un discendente buono e leale, a Seong-hye e Nam Jeon, genitori impietosi che hanno generato una prole persa nel risentimento e dominata dal desiderio di accettazione.

Sono poche le serie coreane – e quelle occidentali, americane in primis – che rompono il tabù del papà perfetto. Siamo per lo più abituati a personaggi di mariti pessimi e uomini fallibili ma sempre genitori amabili; difficilmente incontriamo figure negative e se vengono mostrate, spesso l’evoluzione della trama pende verso perdono e pentimento. My Country, come la seminale Scarlet Heart prima di lei, indugia senza pietà nella disamina dei rapporti disfunzionali tra padri e figli, tanto dolorosi da far distogliere lo sguardo e descritti con una sincerità disarmante e crudele.

In barba alle critiche che volevano i coreani incapaci di produrre film storici decenti – il tentativo di Sword in the Moon nel 2003 fu accolto tiepidamente e film come lo storico erotico Frozen Flower del 2008 addirittura derisi – My Country dimostra il contrario con una serie monumentale sotto ogni punto di vista: dalla capacità di legare i personaggi fittizi con la Storia e farne un pretesto per ricostruire un periodo importante senza ridurli a meri personaggi strumentali alla cura con cui le gesta di re Taejo, di Bang-won e Nam Jeon sono descritte con passione e senza didascalismi fino alla messa in scena, grandiosa.

My Country costituisce un importante dispiego di mezzi per il canale orientale che l’ha prodotta assieme a Netflix: le scene di battaglia sono epiche, feroci e coinvolgenti, dalle riprese in campo lungo e aeree corredate da imponenti scene di massa; la colonna sonora è struggente, energica e poetica a seconda della necessità e la confezione in generale – tra costumi, scenografie e fotografia – è il meglio cui si può assistere per i drammi storici anche occidentali. Alla fine ha ben ripagato la scelta rischiosa di concentrasi su quella che è una delle storie più raccontate nel cinema coreano (tanto che gli interpreti del re e del principe avevano già coperto questo ruolo in passato: Jang Hyuk, per esempio, già visto in Volcano High e Public Toilet, è stato Bang-won anche in Empire of Lust).

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