L’economia degli oceani vale 3mila miliardi

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Proteggere la salute degli ecosistemi marini è – anche – un’occasione di business. Basta un semplice dato per averne conferma: se gli oceani fossero uno stato, il loro prodotto interno lordo – tremila miliardi di dollari – sarebbe superiore a quello di paesi come l’India e l’Italia, e li renderebbe la settima economia al mondo in termini di ricchezza generata.

Un’economia che però è sempre più a rischio, a causa delle minacce ambientali – inquinamento, sovrasfruttamento delle risorse, riscaldamento globale – e delle pressioni dirette e indirette prodotte sui mari dalle attività produttive, che rischiano di compromettere definitivamente o quasi le possibilità di creare valore economico e sociale negli ambienti costieri e marini.

Sostenibilità, una grande occasione

Per evitarlo, generando al contempo nuove opportunità imprenditoriali, la strada obbligata da percorrere è quella della sostenibilità: a dirlo è il primo rapporto Business for Ocean Sustainability, presentato a Milano il 5 novembre e realizzato da One Ocean Foundation, organizzazione dedicata alla salvaguardia dei mari nata da un’idea dello Yacht Club Costa Smeralda (Yccs).

Scopo del rapporto, realizzato in collaborazione con la School of Management (Sda) dell’università Bocconi, la società di consulenza McKinsey e il Consiglio nazionale delle ricerche spagnolo (Csic), è dare alle imprese delle linee guida e illustrare le pratiche virtuose già messe in campo da alcune di esse sul versante della tutela dell’ambiente marino.

Il presidente dello YCSS Riccardo Bonadeo (a sinistra) e il segretario generale di One Ocean Foundation Jan Pachner (Foto: One Ocean Foundation)

Coscienza è la parola chiave: bisogna conoscere i problemi per poterli affrontare, ed è proprio questo lo scopo dello studio”, ha detto il segretario generale di One Ocean Foundation, Jan Pachner: “Il nostro è un approccio positivo, pensiamo che spaventare i cittadini sia inutile. Le imprese sono più veloci degli stati e non hanno tempo di aspettare le leggi quando vedono un’opportunità, e i problemi dell’ecosistema sono una grande opportunità. La nostra fondazione vuol essere un ponte tra le imprese e le organizzazioni non governative che hanno più esperienza in campo ambientale, per affrontare queste occasioni al meglio”. 

Oltre il concetto di ‘Blue Economy’

Lo studio ha coinvolto oltre 200 tra aziende nazionali e internazionali, startup, associazioni e ong appartenenti a 13 settori industriali, per un fatturato totale di quasi 1.000 miliardi di euro. Questa prima edizione è stata dedicata al Mediterraneo perché è un ambiente che favorisce lo sviluppo di un fatturato annuo dei settori legati al mare pari a 386 miliardi di euro, con circa 4,8 milioni di posti di lavoro.

Ma anche “perché è il nostro mare, quello su cui viviamo e dove facciamo le nostre attività”, ha spiegato il vicepresidente di One Ocean Foundation (e presidente dello Yccs), Riccardo Bonadeo. Ma, ha aggiunto Pachner, “si tratta solo del primo step: l’obiettivo è allargare a livello globale uno studio che è il primo al mondo nel suo genere”.

Il report “non si ferma al concetto di ‘Blue Economy’, ma fa un passo ulteriore”, come ha messo in luce illustrandone i risultati Stefano Pogutz, presidente del comitato scientifico della fondazione e docente di Corporate Sustainability alla Bocconi: “Quell’idea era troppo limitata, perché avrebbe significato analizzare solo quanto impatta in modo diretto sugli oceani, come ad esempio la pesca con reti a strascico che danneggiano i fondali. La gran parte della ‘pressure’, della pressione ambientale sugli oceani dipende dalle attività industriali che si svolgono sulla terraferma, e che in questo studio abbiamo tenuto in considerazione: basta pensare a tutti i materiali che vengono riversati in mare e poi diventano microplastiche”.

(Fonte: report “Business for Ocean Sustainability” – One Ocean Foundation)

Un terzo di aziende leader

La ricerca ha analizzato quali sono i settori industriali che esercitano la maggior parte della pressione ambientale diretta e indiretta sugli oceani, basandosi sui dati di istituzioni ed enti di ricerca e tenendo conto degli 11 indicatori di salute ambientale (Ges) definiti dall’Unione europea. In seguito, alle aziende sono stati somministrati dei questionari per accertare il loro grado di consapevolezza dell’impatto della loro attività sugli oceani e quali fossero le iniziative da loro promosse per mitigarlo.

(Fonte: report “Business for Ocean Sustainability” – One Ocean Foundation)

Secondo i dati raccolti e analizzati, le imprese coscienti della pressione sugli ecosistemi marini del proprio settore industriale sono il 35 per cento e, per la maggior parte, si sforzano di ridurre questo impatto. Le criticità più note alle aziende sono quelle promosse da movimenti di opinione, ad esempio riguardo l’inquinamento da plastiche e microplastiche, mentre più limitata è la conoscenza delle pressioni indirette come lo sfruttamento eccessivo delle risorse marine.

Se le aziende sia consapevoli che attive (‘sustainability leader’) sono il 34 per cento, c’è però ancora molta strada da fare: il 44 per cento infatti è non consapevole né attiva (‘ritardatari’), e il restante 22 per cento si divide tra consapevole ma inattiva (‘bloccati’) e inconsapevole ma attiva (‘interessati’).

(Fonte: report “Business for Ocean Sustainability” – One Ocean Foundation)

Adottare azioni coerenti

Per svolgere davvero quel ruolo di guida nella transizione verso un’economia sostenibile per l’ambiente che il documento riconosce loro, le imprese devono quindi mobilitarsi sia sul versante della consapevolezza che su quello – si legge – dell’“adozione di ‘azioni’ coerenti”.

Stefano Pogutz, presidente del comitato scientifico di One Ocean Foundation (Foto: One Ocean Foundation)

Per aiutare quelle che stanno nelle situazioni di mezzo, e favorire la presa di coscienza del 44 per cento i aziende inattive”, ha spiegato Pogutz, la via maestra è “la diffusione delle pratiche virtuose che abbiamo individuato nelle aziende leader, ovvero il coinvolgimento dei clienti, le innovazioni di processo e di prodotto ma anche di organizzazione, la gestione sostenibile della supply chain, la trasparenza sulle decisioni e le azioni messe in opera e la partnership stakeholder rilevanti  – ong, parti sociali, governi”, perché le difficoltà della sfida ambientale richiedono la collaborazione tra competenze diverse.

Ma anche tempi brevi, elemento su cui il professore è ottimista: “Fino a tre o quattro anni fa –  è stata la sua conclusione  – il tema degli oceani quasi non era nei radar, poi nel giro di pochissimo si sono iniziate a dare delle risposte concrete. E il 2019 – con le iniziative di Greta Thunberg, ma anche con il manifesto firmato da duecento amministratori delegati di grandi corporations – è stato davvero l’anno di svolta per la consapevolezza di tutti”.

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