Wired Trends 2020: la trasformazione digitale non è questione di tecnologia ma di cultura

0
25
Questo post è stato pubblicato da this site
trends_digital
(foto: Senia Ferrante)

Se è vero che le tecnologie digitali aiutano le aziende a entrare in nuovi business, i dati raccontano che solo due aziende su tre hanno completato (o perlomeno avviato) progetti in corso di trasformazione digitale, mentre un terzo delle realtà imprenditoriali ancora non si sta muovendo. “Questo vuol dire che c’è una parte non trascurabile delle nostre aziende che ancora sta rincorrendo l’evoluzione tecnologica”, ha spiegato il Ceo di Ipsos Nicola Neri, “e poi occorre tenere conto che almeno una parte dei progetti non sono di vera trasformazione, ma consistono di un più semplice taglia-costi attraverso piccole modifiche all’assetto aziendale”.

È stata questa la riflessione di apertura del terzo evento nell’ambito dei Trends 2020 organizzati da Wired Italia insieme a Ipsos: una serie di otto appuntamenti dedicati alle tendenze in arrivo e alle novità che dobbiamo aspettarci per il prossimo anno (tra i prossimi appuntamenti: Telco, Security e Insurance). Tema dell’incontro della mattinata, in particolare, è stata la digital trasformation, nella sala tutta esaurita del Milano Luiss Hub for makers and students.

“Il concetto di strategia digitale è diverso dalla semplice introduzione di una tecnologia”, ha aggiunto Ilaria Urgenti, Service line leader e Corporate reputation di Ipsos, “ma presuppone che ci sia una visione di medio e lungo termine”. Sul palco sono state raccolte e raccontate le principali sfide contemporanee della metamorfosi digitale. Al primo posto c’è senza dubbio il passaggio culturale, ossia far capire ad addetti e dipendenti quali sono gli aspetti su cui concentrarsi, allontanando allo stesso tempo lo spauracchio della sostituzione delle persone con la tecnologia. Poi ci sono il miglioramento delle competenze, l’indirizzamento dei capitali verso l’aggiornamento hi-tech e, non da ultime, le questioni organizzative.

“È fondamentale dare vita a nuovi processi organizzativi e a nuovi ecosistemi aziendale, in cui tutte le persone si sentano parte del processo di trasformazione, mettendo da parte l’efficientismo puro e analizzando l’impatto sull’attività quotidiana dei lavoratori”, ha spiegato Urgenti. In conclusione del suo intervento, ha infine lanciato al pubblico alcune domande aperte, soprattutto sul fatto che i manager debbano badare prima al profitto o alla tutela dei lavoratori, e quali siano le direttrici specifiche di innovazione aziendale su cui vale davvero la pena concentrarsi.

Qualche indicazione in proposito è arrivata da Giorgio Girelli, general manager di Aruba Enterprise: “Le travi portanti della trasformazione digitale sono due, da una parte le infrastrutture e dall’altra la capacità di lavorare con metodologie e processi che garantiscano degli standard elevati. Consapevoli che non sempre esiste una soluzione giusta e universale, ma che serve una personalizzazione tanto tecnologica quanto in termini di gestione e governance, si è discusso del nuovo ruolo dell’It service provider, che non è più quello di offrire un mero servizio ma nel creare una partnership con l’azienda, affiancandola nel momento in cui incontra difficoltà organizzative o culturali.

“Oggi non siamo più al tempo del web 1.0 con il concetto di biblioteca digitale”, ha chiarito Girelli, “ma siamo arrivati a una connettività in cui le persone interagiscono con delle intelligenze artificiali e allo stesso tempo creano relazioni sociali con altre persone”. Ecco perché è sbagliato confondere i concetti di trasformazione di digitale e di rifare le cose vecchie approfittando della tecnologia: “non stiamo parlando semplicemente di un togliere la carta o di singole iniziative a macchia di leopardo”, ha concluso, “ma di ripensare tutti i processi in modo completamente diverso, con una strategia chiara e con una flessibilità intrinseca by-design”.

Uno dei settori chiave del digitale oggi è il cloud, la cui maturazione in termini di servizi offerti rende disponibili tutta una serie di building block utili per innovare, testare idee e salire rapidamente di scala, soprattutto quando si tratta dell’analisi dei big data. “Per ora i settori che investono e spendono di più su questo fronte sono il manifatturiero e il finanziario-assicurativo, dove quest’ultimo ha già raggiunto un soddisfacente livello di maturità”, ha sintetizzato Alessandro Piva, direttore dell’osservatorio del PoliMi Cloud Transformation. “Pure le telecomunicazioni e i servizi media si stanno muovendo, anche se con volumi di investimento inferiori”.

Secondo i risultati di un’indagine condotta proprio dall’osservatorio meneghino, la digitalizzazione nelle startup italiane ci vede indietro rispetto a Stati Uniti, Cina e mondo anglosassone nella capacità di muovere venture capital. “Questi numeri sono indicativi del nostro dna e non sono una misura così accurata di ciò che le startup stanno facendo”, ha commentato Piva. “La realtà è meglio di quella che emerge, e vediamo un Paese che si sta muovendo grazie al digitale, spinto anche da una community di un centinaio di innovation manager, non solo a livello privato ma anche nella pubblica amministrazione e nelle istituzioni”.

“Guardando al 2020”, ha aggiunto Fabio Rizzotto, Associate vice president e Head of research & consulting di Idc Italia, “le priorità di business includono la customer satisfaction, la riduzione e l’ottimizzazione dei costi e poi lo sviluppo di nuovi prodotti e servizi capaci di disegnare nuovi spazi digitali.

Anche se le opportunità hi-tech in linea di principio di lascano liberi di immaginare e pensare a qualunque novità, rispetto al passato stanno iniziando a prevalere soluzioni diverse. “Il nuovo habitat della trasformazione digitale non è più il datacenter puro, ma un ambiente liquido come quello dell’edge, ha annunciato Rizzotto. E ciò, come è stato spiegato sul palco, vuol dire che se davvero si vuole fare innovazione non basta più gestire un bel data center, ma occorre portare anche un po’ di tecnologia all’esterno, più vicino a dove i dati vengono generati o – banalmente – più vicino alle persone.

Non tutto sembra così facile, purtroppo: “La sfida più grande, soprattutto per le imprese con una storia e una lunga tradizione, è intraprendere un percorso di migrazione sapendo che queste non opereranno con un singolo provider, ma avranno un numero di relazioni molto elevato con partner diversi”. Che fare allora? “Per non complicarci la vita”, ha concluso Rizzotto, “dobbiamo fare in modo che le imprese trovino un modo per facilitare questi processi, e non a caso gli investimenti si stanno spostando dall’ambito delle risorse a quello dei provider.

Entrando nel merito di come la trasformazione digitale apra a nuove opportunità di fare business, i primi colossi che vengono alla mente sono aziende del calibro di Google, Facebook o Netflix. “In realtà queste aziende hanno caratteristiche che sono comuni anche a realtà più piccole”, ha chiarito subito Davide Casaleggio, Presidente della Casaleggio Associati, che ha da poco concluso una ricerca proprio sulle cosiddette smart company.

“Un tratto comune alle imprese innovative è la capitalizzazione di mercato per singolo dipendente, che è molto più alta rispetto alle altre aziende del medesimo settore”, ha continuato. “E l’altra caratteristica è il non avere asset o il possedere solo quelli strettamente strategici, come hanno dimostrato Uber con i taxi, AirBnb con gli appartamenti, Amazon con i magazzini e Tesla con le Gigafactory per le batterie. A tutto ciò va aggiunta la capacità di automatizzare tutto l’automatizzabile”.

Tra le tante considerazioni emerse a proposito di digital transformation, si è sottolineata l’importanza di “iniziare a investire per far partire un ecosistema generale, perché le statistiche ci dicono che “l’innovazione arriva dai Paesi dove si punta su ricerca e sviluppo”. Se l’Italia è ferma intorno ai 200milioni di euro di investimento annuo sin venture capital, ossia a un ventesimo della Francia e a un quarantesimo del Regno Unito, il tema va affrontato. “Ma non basta limitarsi a trovare delle scuse per non innovare”, ha sottolineato Casaleggio, “perché oggi è possibile raggiungere una buona capacità di finanziamento anche in Italia, e poi più che i soli soldi è importante avere le idee. Il tema vero è non limitarci a subire l’innovazione”.

L’intervento conclusivo della mattinata ha avuto come protagonista Roberta Cocco, Assessora alla trasformazione digitale e servizi civici del Comune di Milano. “Il tema della competenze è fondamentale”, ha esordito, “perché all’interno della pubblica amministrazione abbiamo un’età media molto alta e per molti anni abbiamo avuto un blocco delle assunzioni. Mi fa piacere che una delle prime tornate di assunzioni del Comune sia stata nell’ambito dell’informatica e del digitale, perché se nel privato è più facile assumere le persone quando se ne ha bisogno, nel pubblico la situazione è più complessa e va gestita con lungimiranza”.

Sono molti gli esempi raccontati sul palco di come un ente pubblico possa innovarsi digitalmente, dal Sistema pubblico di identità digitale (lo Spid) al Fascicolo del cittadino, passando anche da un’anagrafe statica a un modello dinamico in cui i documenti vengano generati pescando sul momento le informazioni dai database. “La nostra killer application, quella più vincente, è PagoPa, attraverso cui sono già transitati oltre 700 milioni di euro”, ha raccontato Cocco.

Se da un lato si è sottolineata l’importanza della comunicazione per conquistare la fiducia del cittadino, con l’esempio della campagna in stile Il milanese imbruttito, dall’altro si è parlato anche di ciò che può fare la differenza tra il successo e il fallimento in un progetto di trasformazione digitale. “Non ho mai visto, né nel pubblico né nel privato, un progetto fallire per colpa della tecnologia, ma ne ho visti fallire tanti quando non c’era un sufficiente accompagnamento. E se parliamo di un ente pubblico, ciò vale sia per i cittadini a cui ci si rivolge sia per il personale interno”, ha concluso Cocco.

La mattinata organizzata da Wired e Ipsos è stata anche l’occasione per parlare di trasformazione digitale delle imprese di materassi, di come sfruttare al meglio i dati, di come prepararsi agli aggiornamenti normativi e di bot impiegati dalle assicurazioni. Qui, invece, il riassunto dei primi due eventi Wired Trends, dedicati al retail e all’energia.

Wired Trends 2020
In collaborazione con Ipsos

Official Partner: Aruba.it

Main Partner:
Adecco | Edison | Fastweb | Hp | Nexi | Reale Mutua | WaveMaker

Supporting Partner:
ItaliaCamp | Urban Vision

The post Wired Trends 2020: la trasformazione digitale non è questione di tecnologia ma di cultura appeared first on Wired.