The Loudest Voice racconta il delirio di poteri nei media della disinformazione

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Nel 2020 tre attrici del calibro di Charlize Theron, Nicole Kidman e Margot Robbie uniranno le forze nel film Bombshell in cui interpretano le giornaliste che hanno fatto cadere Roger Ailes, il potentissimo fondatore del canale all news conservatore americano Fox News, accusato di un numero impressionante di abusi e molestie sessuali nei confronti delle donne che hanno lavorato nel suo network nel corso di un ventennio. Ancora prima la stessa storia, terribile quanto vera, è al centro di The Loudest Voice, la miniserie Showtime che arriva su Sky Atlantic e Now Tv dal 4 dicembre. Sbaglieremmo però a ridurre questa produzione al racconto sconcertante di un predatore seriale perché in realtà i sette episodi narrano i vari tipi di abusi che un uomo di potere scellerato come lui compì all’apice del successo (d’altronde, per sua stessa ammissione, era “un uomo multisfacettato“).

Basata sulla biografia omonima scritta dal giornalista Gabriel Sherman, la serie creata da Tom McCarthy (autore e regista de Il caso Spotlight, che qui dirige anche il primo episodio) e Alex Metcalf è sicuramente il profilo di un uomo senza scrupoli, nel cui egotico delirio di potere il maltrattamento e la sottomissione di qualsiasi donna gli capiti a tiro, soprattutto quelle su cui può esercitare pressioni e dipendenza, sono solo alcuni dei tanti tasselli all’ordine del giorno. Ailes si comportava così in ogni aspetto della sua vita: lui vedeva nel portare in tv valori reazionari (la patria, l’orgoglio americano, il militarismo, un conservatorismo elementare quanto astratto) la possibilità di imporre il proprio successo (“Mi fanno sentire come se stessi perdendo. E io non amo questa sensazione“, dice). Poco importa se ci fosse un’aderenza autentica con essi (probabilmente sì), l’importante era che Ailes sapesse fabbricare le notizie in modo da portare avanti senza alcuna remora questa propaganda politica, ma soprattutto la sua personalissima agenda.

Al molestatore seriale, che tratta le donne (e in generale tutti i suoi sottoposti ma talvolta anche i suoi capi) come oggetti, si aggiunge dunque una stratificazione di ruoli: il calcolatore, lo stratega, il politico senza scrupoli. Ed è proprio per questo che The Loudest Voice è anche uno spaccato intrigante di una parte cruciale sebbene sotterranea di storia americana, poco nota soprattutto al di qua dell’oceano ma che serve a interpretare molti avvenimenti odierni. Nato nella tv d’intrattenimento del pomeriggio e poi divenuto consulente strategico sui media per Nixon, Reagan e Bush padre, Ailes porta al successo a metà degli anni Novanta il canale all news della Nbc, ma poi viene allontanato per comportamenti inappropriati; nel 1995 accetta la sfida del mogul Rupert Murdoch (qui interpretato da Simon McBurney) di fondare Fox News, imponendo la sua intuizione: mentre tutti i principali canali via cavo si dividono l’attenzione del pubblico libera, Fox News si sarebbe accaparrata l’altra metà della popolazione, i conservatori, i repubblicani, la gente del popolo, facendo la voce grossa (la loudest voice del titolo): “Non vogliono essere informati, vogliono sentirsi informati“, è la sua teoria.

La serie diventa così un affresco del panorama mediatico negli ultimi decenni: con i suoi programmi urlati, faziosi e spregiudicati Fox News diventa il canale all news numero uno, superando Cnn. Sarà proprio questa rete, in barba a ogni rigore giornalistico, a creare da zero le prove che giustificheranno la guerra in Iraq (l’episodio dedicato all’11 settembre è in effetti un mix calibratissimo di commozione e disgusto) oppure a infiammare la retorica contro l’allora candidato presidente Obama accusato di essere un mussulmano. E dietro a ogni mossa spietata, compresa la scelta di mostrare le immagini dei disperati che si lanciavano dalle finestre delle Twin Towers, c’era lui Ailes, che nel frattempo sfogava la sua rabbia non solo nelle strigliate teatrali e offensive nei confronti dei collaboratori (sapientemente messi sotto controllo con un sistema di spionaggio) ma soprattutto contro le sue malcapitate amanti o con le giornaliste che volevano lavorare da lui.  Sempre lui, in tempi non sospetti e cioè nel 2008, pronunciò le parole “Make America Great Again” che divennero poi lo slogan di Donald Trump, candidato la cui ascesa è stata ancora una volta veicolata da Fox News.

loudest voice

Nel raccontare una personalità di tale mostruosità è chiaro che il racconto spesso si appiattisca su una sola tonalità e ancora una volta The Loudest Voice pare ogni tanto essere il punto di vista maschio-centrico su una vicenda che invece ha fatto soprattutto vittime femminili. In effetti a interpretare il protagonista è un irriconoscibile Russell Crowe, sepolto sotto chili e chili di latex, impacciato nei movimenti tanto guizzante e sferzante negli sguardi e nelle parole affilate, così come agilissimo nelle esplosioni d’ira (incidentalmente, anche Crowe è noto per essere un tipo piuttosto irascibile). Tutto è incentrato sulla sua recitazione flamboyant e poco possono per rubargli la scena attrici come Siena Miller, che ne interpreta la moglie Beth, o Naomi Watts che interpreta Gretchen Carslon, la giornalista di Fox News che fece scoppiare lo scandalo degli abusi nel canale.

Nel 2016, infatti, il polverone sollevato dalle dichiarazioni di Carslon, seguita dopo breve da numerose altre testimonianze simili, costrinsero Fox a concordare la fuoriuscita di Ailes, che morì l’anno dopo di cause naturali in casa sua. Una parola esemplare nella sua abiezione, che qui viene raccontata senza possibilità di scampo e a senso unico. Forse dal punto di vista psicologico la narrazione di The Loudest Voice è faziosa quanto le mosse tipiche di Ailes, ma inserita nel suo contesto storico-mediatico è sicuramente uno strumento interessante per comprendere come si è arrivati a certe situazioni contemporanee. Ci sono dei momenti, nei primissimi episodi, in cui sembra che la storia di quest’uomo sia quella dei soliti idealisti del sogno americano, che si tratti di una di quelle vicende pionieristiche tipiche di tanto cinema a stelle e strisce, e quasi si spera di trovare un microscopico moto di empatia verso il protagonista. Cosa che (per fortuna) non avviene mai.

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