Wired Trends 2020 sul lavoro: come superare la retribuzione a tempo?

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(foto: Senia Ferrante)

Nel nostro paese solo il 22% dei giovani sa con precisione che cosa vuole fare nel proprio futuro professionale. Il 41% dichiara invece di avere un desiderio occupazionale, ma di non essere affatto sicuro di riuscire a realizzarla: una percentuale, purtroppo, molto più alta rispetto a quella degli altri Stati europei. Questa la fotografia d’apertura del quinto appuntamento con i Trends 2020, il palinsesto di otto appuntamenti organizzati da Wired Italia e da Ipsos in occasione dell’uscita del numero invernale del magazine cartaceo. Obiettivo generale dei Trends è raccontare le tendenze in corso e le prospettive per l’anno che sta per iniziare, e in particolare l’incontro di questa mattina al Milano Luiss Hub for makers and students ha avuto come tema centrale il mondo del lavoro.

“I dati sulle aspirazioni professionali raccontano il difficile rapporto odierno tra giovani e occupazione”, ha detto in apertura il Ceo di Ipsos Nicola Neri. “Ecco perché è fondamentale rimettere la carriera professionale al centro delle aspirazioni dei giovani, riconoscendola anche come elemento centrale di sogno, di crescita e di sviluppo personale dell’individuo, capace di dare alle persone un ruolo sociale.

Nella percezione comune, come confermano anche numerose ricerche, i Millennial sono spesso considerati pigri, mentre i Baby Boomer sono  definiti work-centric, molto dediti al proprio lavoro. “In realtà è il contrario”, ha chiarito Federico Galimberti, Chief Client Director di Ipsos, “quindi si tratta in realtà di un mito da sfatare: i più giovani sono più attivi, e in termini oggettivi questo è dimostrato dal fatto che hanno un numero maggiore di ore lavorate”.

Ma cosa determina oggi la soddisfazione di questi giovani lavoratori? “L’elemento principale è il benefit degli orari flessibili combinato alla possibilità di lavorare da casa, ha raccontato Galimberti, “poi in ordine decrescente la disponibilità una cucina o di un punto in cui bere e mangiare, la possibilità di viaggiare per affari e infine la presenza di programmi di formazione finanziati dall’azienda”. A questo si aggiunge, per la fascia 18-25, la presenza di una palestra, o addirittura la possibilità di fare pause da dedicare al gaming durante l’orario di lavoro. “Un ruolo importante è anche quello dello spazio di lavoro, ha concluso, “e abbiamo visto che la situazione preferita continua a essere l’avere un ufficio proprio, assai più soddisfacente dell’open space o della possibilità di lavorare da casa”.

L’ultima statistica presentata sul palco – il 40% dei lavoratori ritiene che la propria azienda non metta a disposizione abbastanza tempo per la formazione digitale – ha introdotto l’intervento di Cristina Cancer, Head of Talent Attraction and Academic Partnership presso The Adecco Group. “Il vero tema oggi non è la mancanza di posti di lavoro”, ha chiarito, “ma la scarsità di competenze. Tutti noi infatti dobbiamo continuamente migliorare e aggiornare le nostre competenze digitali”. Capire il valore della formazione è il primo passo anche per affrontare il tema dell’ingresso delle nuove tecnologie nel mondo del lavoro: “l’individuo umano porta se stesso e le proprie competenze trasversali come valore aggiunto rispetto a tutto quello che già oggi può fare un algoritmo o una macchina”, ha detto.

Tra le tante riflessioni emerse, particolarmente interessante è un cambio di prospettiva: la tecnologia e il digitale non hanno un impatto solo sulle persone impiegate dalle aziende, ma anche le aziende stesse e tutto il processo di selezione dei talenti. “Il trend dell’utilizzo dei social network nel recruiting si sta affermando”, ha raccontato Cancer, “non solo per fare selezione pura, ma per indagare la sfera personale del candidato e capire se ci possa essere feeling con l’azienda”. Oggi sembra ancora mancare una consapevolezza forte di quanto ciò che si comunica di sé online possa raccontare di una persona, al di là del mini-curriculum che si pubblica su LinkedIn. “I social network sono un elemento strategico da sfruttare bene, ma occorre riflettere sul modo in cui le informazioni vengono percepite dall’esterno, dai recruiter anzitutto, distinguendo tra quelle che valorizzano gli aspetti della personalità e altre che di fatto diventano controproducenti”, ha chiosato.

In una visione a tutto tondo del mondo del lavoro presente e futuro non può mancare anche una profonda riflessione sul senso stesso del tempo e della routine quotidiana. “Nella vita non c’è solo il lavoro, e il rapporto tra occupazione e tempo libero sta cambiando, qualitativamente e quantitativamente”, ha spiegato Giovanni Mari, professore di Storia della filosofia all’università di Firenze. “Essendo aumentata la produttività, il tempo libero aumenta, peraltro con un una finalità intrinseca allo sviluppo stesso: se si produce poi bisogna avere l’opportunità di consumare quello che viene prodotto”.

Ma con una distinzione importante. “Se nel lavoro non c’è soddisfazione, il tempo libero viene vissuto come una compensazione del tempo di lavoro, ha aggiunto Mari. “Se invece nel lavoro c’è la realizzazione della persona, il tempo libero è qualcosa di coordinato con il tempo di lavoro, e addirittura anche nel tempo libero le persone vorranno continuare a realizzare la propria personalità scegliendo attività costruttive”. Un trend chiaro soprattutto se interpretato in senso negativo: chi è passivo al lavoro tende a essere passivo anche nel tempo libero, stando magari ore e ore davanti alla televisione.

Discussa sul palco, e presa in prestito proprio dall’ultimo libro di Mari Libertà nel lavoro-La sfida della rivoluzione digitale, è la definizione di lavoro come un atto linguistico performativo. “In un contesto in cui esiste un internet delle cose e un internet delle persone”, ha argomentato Mari, “tutti i lavoratori sono in rapporto costante con delle piattaforme attraverso cui ci si relaziona anche attivamente, e il lavoro è sostanzialmente composto di atti di comunicazione. E gli esempi sono numerosi, a partire dalla stampante 3d in cui tutto l’intervento umano consiste di un processo creativo e di comunicazione, lasciando alla macchina la realizzazione materiale. “Il vero tema del lavoro del futuro è la libertà, ha concluso Mari. “Nella catena di montaggio lo spazio di libertà era inesistente, mentre oggi è possibile pensare a forme di libertà nel lavoro, perché nel processo di innovazione sono continuamente necessari confronti, consultazioni e partecipazioni, che devono essere atti collaborativi e non di obbedienza”.

Un tema, quello del confronto con il modello fordista della catena di montaggio, ripreso anche da Cristina Pozzi, fondatrice e amministratrice delegata di Impactscool. A partire proprio da come si possa diventare protagonisti del processo di innovazione: “oggi purtroppo, al di là delle tante eccellenze, lo standard è quello della scuola nozionistica, con una lezione frontale di un docente che insegna e chiede di ripetere a memoria”, ha spiegato. Viceversa, gli strumenti più importanti (oltre alle conoscenze fondamentali) riguardano il diventare capaci di continuare ad aggiornarsi in un contesto professionale in cambiamento permanente. “Non si tratta solo delle competenze specifiche della matematica o di altre materie, ma soprattutto di una questione di mentalità, ha chiarito sul palco.

E in modo contro-intuitivo, come Pozzi ha raccontato, a volte in questo processo sono favoriti quei territori che hanno meno opportunità tecnologiche. “Quello che troviamo in termini di curiosità, passione e voglia di fare nelle zone più disagiate è così forte da dare energia ai giovani. Viceversa, dove l’innovazione è più presente la curiosità tende a non essere più un elemento centrale”, ha sintetizzato.

L’educazione fino a qualche tempo fa era essenzialmente collegata al sapere, ha esordito Fabrizio Sammarco, amministratore delegato di ItaliaCamp, “ma poi è arrivata l’idea che l’elemento distintivo non fosse più il sapere, bensì il saper fare, ossia la competenza. E oggi siamo di fronte a un ulteriore passaggio, in cui la competenza viene sopravanzata dalla capacità di apprendimento, dall’attitudine. “Dal saper fare siamo passati al saper essere, che vale indipendentemente dalla propria età anagrafica o dal percorso professionale”, ha chiosato.

Ma in che senso l’attitudine ha un impatto sul lavoro? “Attitudine di fatto significa audacia e propensione verso l’esplorazione, quell’atteggiamento che sappiamo essere il fattore abilitante delle economie emergenti.

Un cambio di paradigma che, da un punto di partenza apparentemente lontano, è stato ribadito anche nell’ultimo intervento della mattinata, affidato al presidente della Fondazione Adapt Francesco Seghezzi. “Forse è il momento si smettere di retribuire il tempo, ha proposto, “perché ormai sappiamo bene che in uno stesso arco temporale si può riuscire a produrre quantità molto diverse di valore. La sfida, dunque, non consiste solo nel superamento dello standard novecentesco delle ore lavorate, ma anche nell’inquadrare i concetti di produttività e di retribuzione sulla base di input e output immateriali.

“Non legare il luogo di lavoro con l’esecuzione della prestazione lavorativa è già un primo passo importante”, ha ribadito Seghezzi, “ma le forme di smart working di fatto non risolvono il problema perché quantificano comunque l’attività sulla base del tempo e non sulla base dei risultati”. Il nuovo quadro è comunque caratterizzato da una notevole complessità, perché in questo nuovo paradigma verrebbero trasformate anche alcune classiche strutture collegate al lavoro, come i sindacati che dovrebbero smettere di ragionare per categorie e quindi reinventare il loro ruolo.

Infine è stato toccato il tema dei cosiddetti working poor, le persone che pur lavorando non riescono a mantenersi. “Un tempo il lavoro coincideva con l’uscita dallo stato di povertà, mentre oggi sono sul campo in diversi Paesi delle proposte come il basic income da garantire a tutti i cittadini”, ha discusso Seghezzi. “Oltre ad aprire un tema di sostenibilità economica, c’è anche una questione di inclusione, perché il lavoro è anzitutto un’opportunità per definire la propria identità umana e sociale, più che una semplice fonte di reddito”. Insomma, l’ipotetico mantenuto da basic income avrebbe magari risolto i propri guai economici, ma non altrettanto certamente avrebbe raggiunto un buon grado di soddisfazione.

Sul palco dell’evento dedicato al lavoro, nel palinsesto creato da Wired insieme a Ipsos, si è parlato anche di diritto alla formazione costante, di future literacy e di robotica, arrivando a proporre anche idee su come la tecnologia che permea il lavoro porterà a ridefinire anche la struttura stessa della nostra società. Un tema, quest’ultimo, ben più generale, toccato già nei giorni scorsi con i primi quattro appuntamenti di Wired Trends, dedicati al retail, all’energia, alla trasformazione digitale e ai media. E che sarà affrontato anche negli ultimi tre, focalizzati su telecomunicazioni e 5Gsicurezza e assicurazioni.

Wired Trends 2020
In collaborazione con Ipsos

Official Partner: Adecco

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Supporting Partner:
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