Ghostbusters: Legacy e i dubbi che sorgono vedendo il primo trailer

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Ghostbusters: Legacy, o Afterlife, se vivete fuori dall’Italia, ha sganciato in queste ore la bomba del primo trailer e come era prevedibile ha fatto scoppiare i commenti su internet. La prima cosa certa è che la reazione, anche di chi commenta in maniera cauta o negativa, non è paragonabile alla secchiata di rabbia ricevuta dal precedente tentativo di riprendere in mano il marchio degli acchiappafantasmi, ma d’altronde quello era un seguito slegato e che osava utilizzare un cast interamente femminile.

Al di là che poi si è rivelato un film modesto per non dire brutto, fu una mossa sacrilega nei confronti di un fandom che fin dalle prime immagini reagì con rabbia di fronte all’impossibilità inconscia di rivedersi in un gruppo di comiche dopo aver passato un’infanzia di aspirapolvere che si trasformavano in zaini protonici.

Ma adesso le cose sono differenti, stavolta fin da subito tutta la produzione ha messo le mani avanti, parlando di un prodotto “per i fan”, fatto con amore, rispetto e con la consapevolezza di avere una pistola caricata a pallettoni di nostalgia puntata alla tempia.
Eppure, non si può dire che questo terzo capitolo ufficiale di Ghostbusters non tenti una strada differente, ma allo stesso tempo quasi fin troppo rassicurante. Ovviamente, stiamo giudicando un trailer, quindi è un po’ come guardare nella palla di vetro.

La prima cosa che fa strano è l’aver tolto la storia dal suo ambiente urbano e newyorchese. Ghostbusters funzionava perché era una favolosa commedia dark in salsa urban fantasy, funzionava proprio perché metteva a contatto il mondo della New York dei soldi, di Wall Street e del consumismo sfrenato con qualcosa di lontano, di paranormale e di folle. Era il racconto di un gruppo di scienziati pazzi e ciarlatani (oggi avrebbero sicuramente un gran seguito su Twitter e sarebbero invitati alle conferenze di notav, ma all’epoca era gentaglia) che improvvisamente si ritrovavano ad aver ragione.

Qua invece il tono sembra completamente differente e più vicino a Stand By Me, ai Goonies, a IT, Navigator e altri film che hanno raccontato la periferia americana come sfondo di meraviglie e orrori in cui solo i bambini possono vedere e sfidare, grazie a una condizione che possiede ancora un legame con forze ancestrali o l’immaginazione per proiettarsi nel futuro.

E quindi ecco che la principale obiezione al film è che sembri un po’ Stranger Things, obiezione che si rafforza con la scelta furbissima di mettere nel cast Finn Wolfhard. Di sicuro il ragazzo non è stato scelto a caso, però fa un po’ ridere che lo show che più di tutti ha saccheggiato l’immaginario degli anni ’80 sia ora diventato quello che viene saccheggiato. Diciamo che è un po’ come vedere un remake dei Sette Samurai e sbottare perché sembra veramente troppo un western.

Ciò che sembra sparito in questa versione redneck dei Ghostbusters è un po’ lo spirito leggero del primo capitolo, che pur ogni tanto tirava fuori qualche momento, horror, ma riusciva sempre a rimanere nell’ironia anche bassa di battute come “È un marinaio, è qui a New York. Lo portiamo a scopare e non avremo più noie!” nel momento dello scontro finale. Adesso tutto sembra un po’ più dark, sembra così lontano da Ghostbusters che se non ci fossero le trappole, la Ecto-1 e la sua sirena onestamente potrebbe essere un altro film nato sull’onda della nostalgia, però credo che tutto sommato sia un bene.

Di recente ho rivisto Goonies e, come molti titoli pensati per i ragazzi in quegli anni, pur avendo dei momenti leggeri (e sono sicuro che ce ne saranno tanti anche qua) ci sono cadaveri, bambini che rischiano di morire, atmosfere cupe, bande criminali e quel senso strisciante che per crescere ci sia bisogno di rischiare qualcosa e uscire da una condizione di protezione a oltranza da parte di genitori e società.
Questo Ghostbusters sembra andare in quella direzione, cercando anche coi bambini di fare un doppio lavoro di immedesimazione: da una parte quello di adulti che vorrebbero tornare tali e avere tempo per avventure del genere dall’altra proprio un pubblico nuovo, difficile da intercettare, che probabilmente ha vissuto Ghostbusters come qualcosa che devi vedere (e ti deve piacere) altrimenti tuo padre si intristisce. E allora proviamo qualcosa di nuovo, che a riproporre le atmosfere del primo ci provò già il secondo e non andò poi benissimo.

L’approccio mi sembra abbastanza simile a Il risveglio della Forza, un bignami con nuovi attori e comparsate storiche che condensa le buone idee dei film precedenti in una nuova partenza per un nuovo pubblico, ma cercando di non far incazzare troppo la vecchia guardia. Con Star Wars sappiamo come è andata a finire.

Personalmente la paura che sia una robaccia è ancora tanta, anche se leggere il nome “Shandor” sulla miniera attorno a cui sembra ruotare tutto il racconto fa battere forte il cuore.

Perché alla fine il fatto è questo, ogni seguito, ogni nuovo racconto, porta con sé da una parte il rischio che il prodotto nuovo contamini le nostre memorie (ed è un rischio che è solo nelle nostre teste), con la consapevolezza di essere cani di Pavlov dell’Amarcord Marketing (me lo sono inventato ora) e dall’altra il piacere di vedere che qualcosa che ci piace è ancora vivo, pronto a raccontarci qualcosa, pronto a farci tornare quei bambini con l’aspirapolvere che cacciavano Exogini in giro per casa, cercando di non incrociare i flussi.

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