Dopo aver visto l’ottavo episodio di Watchmen non sarai più lo stesso

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Che Watchmen fosse una serie ben scritta non lo scopriamo certo all’ottavo episodio, fin dai primi minuti anche il più guardingo fan del fumetto di Moore e Gibbons ha lentamente abbassato la guardia per godersi un racconto che ha accumulato misteri, fascinazioni e spiegazioni; una mappa in cui il lettore attento poteva trovare un sacco di cose che facevano riferimento a una delle opere più importanti della letteratura moderna. Poi è arrivata Dio entra in un bar e gli aggettivi sono finiti.

SPOILER OTTAVA STAGIONE
Lindelof ha inizialmente presentato la serie come una sorta di remix, una campionatura dell’opera originale che veniva utilizzata per creare una traccia totalmente nuova, attuale e dirompente, ma basata su un sound del passato e su temi che purtroppo non hanno mai smesso di essere attuali: il razzismo, le divisioni tra esseri umani, il potere di distorcere un messaggio per fini personali, il confine tra ordine e abuso, la violenza col distintivo e i traumi del passato, soprattutto quelli americani, che sono pronti a diventare ferite aperte nel presente.

Fin qui tutto bene, abbiamo visto Sister Night e gli altri poliziotti superare più volte il confine del lecito, abbiamo cercato di capire cosa stesse succedendo a Ozymandias, avviluppato in un loop personale di esperimenti e follie, abbiamo cercato di capire quale fosse il legame tra i molti personaggi che improvvisamente comparivano sulla scena e abbiamo applaudito, ma su tutto aleggiava l’ombra azzurra del Dr. Manhattah, del figlio dell’orologiaio che si fece dio e che andò a vivere su Marte dopo aver totalmente perso interesse per le cose umane.

Era lecito pensare che Dr. Manhattan sarebbe stato un fantasma ai margini, qualcosa di evocato, di cercato, ma mai ottenuto, una volta posizionato sullo scacchiere della serie avrebbe catalizzato totalmente l’attenzione degli spettatori e dopo nient’altro sarebbe stato così interessante. È una tensione narrativa che una volta sciolta difficilmente puoi recuperare.

E invece tra la puntata sette e la otto abbiamo scoperto che è sempre valido l’adagio per cui se vuoi nascondere qualcosa lo devi mettere in bella vista. E dunque non solo il caro vecchio dio blu camminava sulla Terra, ma col cavolo che siamo di fronte a un remix, Lindelof ha scritto un seguito di Watchmen, un seguito in cui i personaggi sono vivi, veri, sensati e non solo degli orpelli nostalgici che ci ricordano i bei tempi in cui da ragazzi abbiamo sfogliato un fumetto che ha reso il resto della letteratura qualcosa di grigio e passato.

C’era poi anche un’altra questione: scrivere del Dr. Manhattan è difficile, come tutti i personaggi con un potere illimitato devi essere tu a capire quali sono i limiti che puoi dargli e come quei limiti lo definiscono. Un personaggio con poteri infiniti si rivela presto noioso, per questo Superman ha la kryptonite e l’identità segreta. Inoltre, scriverlo è difficilissimo se non sei Alan Moore, se non hai quel tipo di approccio al mondo, alla spiritualità, al tempo e alla narrazione, perché il Dr. Manhattan espone tutti i limiti della nostra visione del tempo e dello spazio, percepisce il mondo in modi che non possiamo concepire, vede lo scorrere del tempo come una mappa in cui non esiste un prima e un dopo e tutto ciò che accade sta accadendo nello stesso momento in posti differenti.

Ma allo stesso tempo è un personaggio profondamente umano, o almeno, che conserva passioni profonde di amore e affetto, soprattutto quando la natura umana si rivela a lui in tutta la sua incongruenza. Quando qualcuno è disposto a difenderlo pur sapendo che tutto finirà male. Il grande limite del Dr. Manhattan è sé stesso. Moore aveva già mostrato i rischi di una divinità imperfetta, che vorrebbe fare il bene ma che si scontra costantemente con le aspettative e le imperfezioni dell’animo umano, sommate all’indifferenza maturata con la sua nuova condizione.

Se non padroneggi tutti questi elementi la narrazione crolla miseramente, la sceneggiatura si riempie di incongruenze, ti ritrovi in mano qualcosa di noioso e didascalico. È come avere a portata di mano il teletrasporto e usarlo per andare a farci la spesa.
Quindi come si è mosso Lindelof? Mettendoci nei panni di un dio.

I primi quaranta minuti dell’episodio 8 sono in gran parte spesi a raccogliere ed accumulare dettagli sugli eventi che sono già stati raccontati, menzionati o ipotizzati. Proprio come il Dr.Manhattan, sappiamo cosa farà Angela quando tirerà fuori tre cadaveri nell’obitorio e nessuno di loro sembrerà Cal. Quando il Dr. Manhattan le dà l’anello che gli farà dimenticare i suoi poteri, sappiamo che Angela suggerirà del trasferimento a Tulsa e del falso incidente per spiegare le condizioni di Cal, perché lo abbiamo già visto, sappiamo dove porta questa storia così assurda per la Angela che è ancora una poliziotta in Vietnam.

L’ottavo episodio si dipana attraverso una serie di linee temporali che vengono portate avanti in parallelo: abbiamo Angela che parla con Dr. Mahattan in Vietnam, loro due a casa dopo la rimozione del dispositivo che lo rendeva “umano”, lui che parla con Ozymandias del paradiso terreste creato su Europa (ricordandoci che un mondo perfetto fatto di solo amore e ben lontano dall’essere perfetto, altro tema gigantesco) e nel mezzo c’è tutto ciò che sappiamo già. Tutto comincia con lui che mette una maschera e non vediamo il suo volto finché non viene tolta la seconda maschera: il dispositivo che gli impediva di ricordarsi della sua natura.

L’unica cosa che scopriamo di veramente nuova è la creazione del paradiso terrestre su Europa, che è poi la causa del suo ritorno sulla Terra: rendendosi conto del fatto che un mondo perfetto in cui tutti si amano è la cosa più lontana dalla perfezione, perché un dio non è definito dai suoi fedeli, quanto da chi lo disprezza. Un concetto potentissimo di cui si renderà poi conto Ozymandias quando cercherà in tutti i modi di tornare su quella Terra che non lo ha apprezzato per il suo lavoro.

Ciò che rende questo episodio spettacolare e il peso dei dettagli. Di questo continuo tentativo di farci percepire il tempo come un dio forgiato dalla forza dell’atomo. Per qualche minuto riusciamo a percepire il tempo in maniera differente, come uno spazio in cui nonno e nipote possono parlarsi attraverso un essere che è presente in entrambi i luoghi, ma anche in tutti gli altri luoghi in cui ha vissuto in qualche momento. Non è facile vivere così, anzi è impossibile conservare un atteggiamento distaccato e di sorpresa nei confronti del mondo. Ma soprattutto non è bello, non è piacevole, non ti senti onnipotente, ma onnipresente, inevitabile, fatidico e distaccato dall’ansia umana per cosa accadrà e dalla nostalgia del vissuto. Siamo oltre le pillole che hanno permesso ad Angela di vivere il passato di suo nonno (altro episodio incredibile).

È un’esperienza ben diversa da quella che potremmo aspettarci ed è esattamente l’esperienza che Lindelof vuole per proseguire lo spirito di Watchmen: riportare i supereroi a una condizione umana, empatica, spogliata di ogni aura sacrale.
A tutto questo si somma una recitazione spettacolare, soprattutto nella parte nel pub. Le risate, il tono supponente di Angela contrapposto a quello sereno di Dr. Manhattan, il progressivo allentarsi della tensione e poi infine quella coltellata nel fianco, la consapevolezza che sì, ogni storia d’amore finisce in una tragedia, perché amare significa perdere.

Ecco perché la sparatoria finale non è accompagnata da una musica epica, il tono è più dimesso, consapevole dell’inevitabile. Perché lo sapevamo come lo sapeva il Dr. Manhattan che sarebbe finita così, che non c’erano altre strade.
Eppure, per un attimo abbiamo pensato che avremmo avuto il lieto fine, no? Come Angela ci siamo buttati nella mischia, pronti a rischiare tutto per chi amiamo. Quante volte lo abbiamo fatto? La grandezza di questo episodio e di questa serie sta tutta nella risposta.

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