sabato, Dicembre 4, 2021

Club To Club 2016, alla continua ricerca della completezza

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Dire che il Club To Club 2016 è stato il più riuscito di sempre, non rende a dovere l’idea. Le frasi-fatte funzionano sempre a metà, e nemmeno quella metà poi è così tanto convincente. Se lo scorso anno lo avevamo definito una certezza, quest’anno il festival torinese raggiunge quello che si è sempre prefissato: la completezza avanguardista. Non parliamo solo di elettronica naturalmente, perché limitarlo all’orticello sintetico non è corretto né tantomeno il reale obiettivo di un evento che ha superato il sedicesimo anno di età già con una certa maturità.

Perché non c’è un Thom Yorke che passa ogni anno. Troppo facile così. L’atto di andare un poco oltre quello che gira attorno alla musica, anche con qualche rischio in più, rende l’occasione propizia. Ed è qui che sta l’abilità nel portare avanti una programmazione che non necessita del nome conosciuto anche dalla casalinga di Voghera per muovere il pubblico e le gambe.

Un percorso durato tutto il 2016 con vari concerti di promozione collaterali passati anche per Milano come durante il #C2CMLN con gli Animal Collective, per fare un esempio.

Un lavoro continuo e persistente.

(Foto: Club To Club)(Foto: Club To Club)

 
Dopo i primi giorni di riscaldamento alla Reggia di Venaria con Chino Amobi, al Conservatorio Giuseppe Verdi con Arto Lindsay e al Lingotto con Tim Hecker, Arca – che per la prima volta canta – e Forest Swords, si inizia a salire di giri e preriscaldarsi a dovere per diventare nei due giorni successivi il centro nevralgico di Torino.

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Un città già calda e fervente a livello culturale con Paratissima e Artissima che ampliano lo sguardo oltre la musica.

Quartier generale ormai assodato, è sempre l’Absolut Symposium con incontri, interviste e panel di livello. Artisti, promoter ma anche figure che sarebbero necessarie, soprattutto in Italia, come il sindaco della notte, quello di Amsterdam. Non è fantascienza, esiste e l’Olanda non è nemmeno così lontana da noi.

Venerdì è una giornata non facile, ci vogliono orecchie pronte e abituate, o comunque curiose soprattutto nel main stage al Lingotto. Si parte col muro sonoro di cinta eretto dalla brava Anna von Hausswolff, rinforzato e appesantito, nonché irrobustito, da chi come gli Swans del rumore sperimentale ne fanno arma per padiglioni auricolari coraggiosi. Live oltremisura e come sempre sicurezza da vendere.

A seguire Powell, per la prima volta sul main stage, tiene botta, per dirla tutta. Muscolare, a tratti confusionario ma quello che fa lo riconosci subito, perché ripensa il suono di 20-15 anni fa (rave, electro e molto altro) e lo forgia a sua immagine e somiglianza. Nick Murphy, che fino a qualche tempo fa si faceva chiamare Chet Faker, ce lo perdiamo, ma sembrano non esserci motivi per rammaricarsene. La scelta di rimanere nella Sala gialla – mai così affollata e con una coda importante all’ingresso – ci porta da Mura Masa che il suo lo fa, soprattutto grazie alla vocalist. Fatima Yamaha, producer olandese, prende per mano tutti e tiene calda la sala, con un clima già equatoriale. Il duo berlinese Amnesia Scanner è piacevolmente alienante, Koreless molto meno.

Poi c’è Gaika, che parte bene, sembra voglia reinterpretare la dancehall, mettendoci la Londra grime più multiculturale, e ci riesce, non per tutto il live ma la via è interessante come il modo l’approccio e gli argomenti non mancano. Dall’altra parte, nel frattempo Laurent Garnier prosegue nel suo set di tre ore. Di qua, dalla gialla, One Circle formato da Lorenzo Senni, Daniele Mana, in arte Vaghe Stelle, e Francesco Fantini, a.k.a A:RA, riportano in auge un progetto nato 5 anni fa. Da rivedere con la dovuta calma per farsene un’idea più chiara e capirne meglio le intenzioni, possibilmente senza Dark Polo Gang. Subito dopo Dj Lang e Nan Kolè portano ancora più in alto le temperature con un’elettronica globale stratificata, e Durban sembra dietro l’angolo.

clubtoclub_garnier

Chiusura con Autechre: pionieri e sperimentatori. La sala del Lingotto in totale buio. Vince il suono, non l’apparenza. Non facili e non per tutti, ma fondamentali per quello che, a distanza di vent’anni si ascolta ancora adesso. Forse invertiti con Laurent Garnier sarebbero stati digeriti meglio, ma in Italia, si sa, siamo un po’ tutti direttori artistici con i festival degli altri. In chiusura Andy Stott puntella la serata e ci manda tutti a letto. Forse.

Jolly Mare - (Foto: Club To Club)Jolly Mare – (Foto: Club To Club)

Parlavamo di completezza, all’inizio del discorso sul Club To Club, e il tassello mancate arriva con l’inclusione di suoni lontani e contaminazioni reali, storie vere e non costruite. Jolly Mare apre la porta del Red Bull Stage, andremo avanti ore così. Poi tocca a Lafawndah, ipnotica quanto rivedibile: il pop si contamina e ci riesce, ma solo in parte. Nel main stage c’è un ragazzo giovane, italiano e di origini tunisine. La sua Ninna Nanna continua a fare record, e ci convince. Ha gli argomenti, e non è solo apparenza, c’è più umiltà che spocchia e non sembra vero. Dopo di lui il debutto italiano di Junun feat. Jonny Greenwood, Shye Ben Tzur & The Rajasthan Express.

Il tassello mancante che va chiudere il cerchio: l’India, la musica sacro-popolare e un pezzo di Radiohead (il chitarrista Jonny Greenwood) che sta lì dentro in un insieme miracoloso, curativo, caldo e mistificatorio. Passa per questo gruppo internazionale lo step cruciale del Club To Club. La completezza, eccola, sta lì davanti e il pubblico è estasiato.

Junun feat. Jonny Greenwood, Shye Ben Tzur & The Rajasthan Express - (Foto: Club To Club)Junun feat. Jonny Greenwood, Shye Ben Tzur & The Rajasthan Express – (Foto: Club To Club)

Poi tutti a scuola dal maestro Dj Shadow: tecnica, empatia col pubblico. Fa sembrare tutto facile, Endtroducing….. a distanza di vent’anni è una pietra miliare dell’hip-hop strumentale. La sala gialla soffre anche stasera, tanta gente tanta coda, forse inizia ad essere limitante.

Daphni (altro progetto di Dan Snaith aka Caribou) la fa sua diventa un dancefloor definitivo prima dell’attesissimo Clams Casino. Jon Hopkins al main stage si fa sentire e non poco, prima di lasciare la chiusura di classe a Motor City Drum Ensemble. Pubblico esaltato fino alle 6 di mattina.

Alla domenica, il Club To Club abbraccia Torino, si inserisce nei quartieri, nelle vie, nei club e rimette in circolo tutto quello accumulato nei giorni precedenti. Un abbraccio finale alla città. Torino si merita il Club To Club, ed è giusto che sia proprio lì.

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