lunedì, Novembre 29, 2021

È morto l’oncologo Umberto Veronesi

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Umberto Veronesi, 1925-2015(Foto: Getty Images)

Umberto Veronesi è morto oggi, a quasi 91 anni. È stato il pioniere per eccellenza nella diagnosi e nella cura dei tumori in Italia, dedicando tutta la vita alla ricerca. Il suo lascito sono le innovazioni e le istituzioni che ritroviamo nell’oncologia di oggi, ma anche le sue idee per la medicina del futuro. “Vorrei costruire una scatola magica contro il cancro” disse nell’intervista che gli valse, ormai cinque anni fa, la copertina di Wired Italia“Sono fiducioso”.

Nato il 28 novembre 1925 a Milano in una famiglia di origini contadine, visse la sua giovinezza nei sobborghi della città, camminando ogni giorno per svariati chilometri per poter arrivare a scuola. Nonostante ben due bocciature al ginnasio (“Per sfogare un senso di inadeguatezza facevo il monello e mi rifiutavo di studiare”) intraprese gli studi universitari iscrivendosi a Medicina e chirurgia. Si laureò all’Università di Milano nel 1952, e da subito decise di dedicarsi alla scienza. I suoi interessi di sempre, lo studio del cancro e la ricerca di una cura per sconfiggerlo.

Iniziò come volontario all’Istituto dei tumori di Milano (di cui divenne poi direttore generale), fu tra i promotori nella fondazione dell’Airc, della Scuola europea di oncologia per l’aggiornamento dei medici e, nel 1994, dell’Istituto europeo di oncologia (Ieo), un modello innovativo di ospedale dove fino al settembre 2014 rivestiva la carica di direttore scientifico. Ma il nome Veronesi si ricorderà soprattutto per l’omonima Fondazione, da lui ideata e promossa per dare nuova forza alla ricerca e alla divulgazione scientifica, perché ogni scoperta diventasse davvero patrimonio di tutti.

I suoi studi più importanti riguardarono la chirurgia per la rimozione del tumore al seno, uno dei più pericolosi per le donne. Fu ideatore e forte sostenitore di una tecnica nuova, la quadrantectomia, che permette oggi di rimuovere in molti casi i tessuti malati pur evitando l’asportazione totale della mammella (la cosiddetta mastectomia). Una metodologia conservativa, con un impatto meno brutale sia sul piano estetico che psico-sessuale, applicabile nella maggioranza dei casi a tumori in uno stadio iniziale in associazione con la radioterapia. Anche la stessa radioterapia fu suo oggetto di studio: è a lui che dobbiamo infatti l’introduzione, nella cura dei tumori mammari, della cosiddetta radioterapia intraoperatoria, che si esegue cioè bombardando le eventuali cellule tumorali residue nel corso dell’intervento chirurgico, direttamente in situ, tutto in un’unica seduta.

Studiò anche i tumori cutanei, in particolare i melanomi, e diede slancio al settore preoccupandosi non solo della ricerca di cure, ma anche di diffondere una cultura che portasse in primo piano il ruolo della diagnosi. Riportò lo stato dell’arte in materia nel suo libro Il melanoma. Diagnosi e trattamento specialistico (2000), tutt’oggi una vera e propria guida per medici e studenti incentrata sull’analisi di questa malattia e sui possibili approcci terapeutici.

Fu proprio la preoccupazione per la diagnosi a dare la spinta a quello che diventò poi il suo progetto più ambizioso: la realizzazione di un macchinario in grado di scovare tutti i tipi di tumore al primo stadio, quello che chiamò “scatola magica”, (di cui abbiamo raccontato la bellissima storia in un nostro servizio). Sfruttando i progressi nel campo dell’imaging diagnostico, integrando in un unico sistema risonanza magnetica, Tac ed ecografia, e grazie anche al supporto dell’informatica per l’elaborazione di un apposito software, Veronesi puntò tutto sulla diagnosi precoce e meno invasiva possibile del cancro, immaginando di poter avviare, in un futuro non troppo lontano, “pratiche di screening di tutto il corpo in pochi minuti”.  E grazie alla sua lungimirante capacità di amalgamare all’interno dello stesso istituto, lo Ieo, ricerca di base e ricerca clinica, così come cure ospedaliere e formazione dei medici specializzati, i primi risultati si dimostrarono subito incoraggianti e il progetto va ancora avanti.

Era convinto che tutti i tumori si potessero prevenire. Rivelò il ruolo preventivo dei retinoidi e del tamoxifene sull’insorgenza del cancro al seno, ma sopra ogni altra cosa incoraggiò sempre a proteggersi dal rischio di tumore correggendo i propri stili di vita. In primo luogo, l’alimentazione, discorso attorno al quale si procurò un ruolo da vero showman. Accanito sostenitore del vegetarianismo, lo reputava decisamente salutistico rispetto a un consumo indiscriminato di carne. Ma (ci teneva a precisare) la sua scelta derivava innanzitutto da “motivi etici”, cioè il rispetto e la compassione nei confronti degli animali. Era infatti un convinto antispecista e insisteva anche per la formulazione di leggi che limitassero al minimo l’impiego degli animali da laboratorio. La reputava inoltre una scelta più sostenibile dal punto di vista ambientale nonché più equa per l’umanità: “I prodotti agricoli a livello mondiale potrebbero essere sufficienti a sfamare tutti, se non fossero in gran parte utilizzati per alimentare gli animali da allevamento” raccontava tempo fa, definendo il suo essere vegetariano “una scelta d’amore, di filosofia e di scienza”.

Fu ministro della Sanità sotto il secondo governo Amato (tra il 2000 e il 2001). Da sempre acerrimo nemico delle sigarette, colse in quel periodo l’occasione per intraprendere una tenace (e vittoriosa) lotta per una legge antifumo.

Le sue posizioni e le sue opinioni hanno toccato nel corso degli anni gran parte dei più importanti discorsi attorno la scienza in Italia, sia nell’ambito del cancro e della salute che in quello etico, politico ed economico. La liberalizzazione delle droghe leggere, gli ogm, la sperimentazione animale, l’aborto, l’eutanasia e il testamento biologico, il caso Di Bella, il più recente caso Stamina. I momenti più caldi legati al suo volto mediatico rimangono indubbiamente le sue dichiarazioni sul nucleare, o forse più di tutto il suo ruolo, dal novembre 2010, di presidente dell’Agenzia per la sicurezza nucleare italiana, che gli procurò critiche anche pesanti da parte dell’opinione pubblica.

Di sicuro rimarrà nella memoria collettiva come un leader, un uomo che non risparmiava le sue idee a giornali, tv così come nei numerosi libri scritti di proprio pugno. Un colosso della medicina, premiato in svariati paesi del mondo con 13 lauree honoris causa, a cui venivano spesso chiesti pareri su argomenti che nulla avevano a che fare con la sua formazione e che, in barba alle critiche, diceva sempre la sua. Ma anche per il suo aver aperto gli occhi, a dispetto dell’età, dinanzi al patrimonio della Rete come strumento di democrazia, per aver compreso il legame naturale tra connettività e cultura, e aver lottato in nome di una mentalità che sostenesse l’istruzione, la ricerca e il sociale: i valori che, secondo lui, custodivano il vero segreto per la pace nel Mondo.

Noi di Wired lo ricordiamo, oltre che come medico e uomo di scienza, anche per essere stato al nostro fianco quando, nel 2010, ci siamo fatti promotori per l’assegnazione del Nobel per la pace a Internet. E per aver fatto parte della nostra squadra anche durante l’ultimo Wired Next Fest a Milano, appena qualche mese fa, regalandoci questo prezioso contributo.

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