sabato, Dicembre 4, 2021

Cosa significa che l’Ue accantona l’austerity a favore dell’Italia?

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La Commissione sospenderà il giudizio sulla manovra del nostro Paese per darci respiro nell’affrontare il referendum e superare questioni legate al debito. Ma nelle tasche dei cittadini cambierà qualcosa?

Immaginiamo per un attimo che le politiche di austerity applicate in Europa vengano disattivate per un determinato periodo di tempo: cosa succederebbe in Italia? Avremo finalmente più soldi in tasca da spendere e meno tasse da pagare? Sono domande tecnicamente sbagliate ma umane: proprio in questi giorni Bruxelles sta decidendo sulla genuinità dei conti italiani e della manovra di bilancio e deve chiarire se approvare o meno le richieste del Governo Renzi che, di fatto, domanda un blocco temporaneo delle restrizioni contabili europee.

Se Bruxelles acconsentisse a tutte le richieste, l’Italia farebbe da apripista o, se vogliamo, da test per capire se meno austerity faccia bene o male all’economia di un paese europeo.

A differenza della flessibilità marginale in genere attivata da alcuni stati negli scorsi anni e anche dall’Italia, stavolta Renzi ha chiesto alla Commissione di allentare in via eccezionale i parametri per l’approvazione di massicce spese statali togliendo dalla colonna contabile del debito quegli investimenti necessari alle emergenze e che, al momento, fanno sforare all’Italia il rapporto deficit/Pil.

Parliamo in particolare di 4,8 miliardi per far fronte al sisma e 4,2 miliardi da destinare alle politiche di immigrazione. Bruxelles, è notizia di oggi,  potrebbe acconsentire al massimo a uno sconto di poco più di tre miliardi, ma tutto è ancora da decidere.

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Poter spendere di più senza incorrere nelle sanzioni per lo sforamento del patto di stabilità avrebbe un effetto immediato: consentirebbe alle regioni terremotate di beneficiare dei finanziamenti per la ricostruzione e le emergenze (ma questa non è una novità, accade già quando si verifica un evento disastroso) senza però avere lo spauracchio – almeno in teoria – di un futuro aumento delle tasse per rientrare della maggior spesa e delle sanzioni che si attivano quando spendiamo più di quanto concesso. Diciamo almeno in teoria perché l‘aumento delle tasse voluto da uno Stato per ridurre il debito pubblico è un illogico economico.

Il sacrificio dei contribuenti  non è in realtà richiesto direttamente dall’Ue ma è ritenuto dai Governi la soluzione più semplice a un problema complesso: trovare i soldi per coprire l’indebitamento necessario a far funzionare un Paese, pagare multe e così via.

Sulla ricetta magica per risollevare le casse di uno Stato gli economisti si scornano da una vita, ma sono abbastanza concordi nel ritenere che l’aumento delle tasse non accompagnato da politiche di stimolo organiche e di lungo periodo non sia la cura per il debito pubblico ma semmai un danno pubblico con ripercussioni sulle tasche dei privati.

Tutto questo per dire che gli italiani, anche finisse oggi l’austerity, non avrebbero certezza di una diminuzione delle tasse. La coperta è sempre la stessa e in ogni caso sarebbe lo Stato a dover decidere come allocare le risorse. Al massimo non avremmo l’angoscia di spendere con il rischio di ritrovarci poi la Troika in casa, cioè Bce, Commissione e Fmi – ecco l’austerity in pratica – che finanziano Roma in cambio di un controllo rigido dei conti per gestire la bancarotta e prestiti salatissimi da restituire nei prossimi 100 anni.

A voler essere ottimisti un possibile effetto positivo della sospensione dell’austerity sarebbe la libertà di finanziare nella manovra di bilancio italiana voci di spesa per cui attualmente si fatica a ottenere coperture: ma, appunto, si tratta di una libertà e non di un automatismo. Ad esempio, si potrebbero abbassare i contributi della Gestione Separata INPS (la sezione a cui è iscritta buona parte dei lavoratori autonomi senza ordine di riferimento) con una riduzione dell’aliquota dall’attuale 27,72% al 25,72% e il blocco dell’aumento dei contributi pensionistici introdotto nel 2012 e che comporterà un vero e proprio salasso: fino al 33 per cento sui redditi lordi dei freelance.

Nell’elenco dei benefici possiamo anche inserire la possibilità dei singoli Comuni di sforare a loro volta il patto di stabilità finanziando i servizi pubblici necessari ma per cui al momento non è possibile investire più di tot senza incappare nella violazione delle regole europee.

Andiamo oltre: se ci fosse oggi la fine totale dell’austerity ciò significherebbe poter bloccare gli aumenti IVA e in generale quelle misure di incasso veloce ora congelate ma promesse a Bruxelles dal governo italiano negli anni precedenti per evitare ancora una volta l’effetto Troika. Insomma si sospenderebbe semplicemente la paura di dover pagare dando più respiro agli enti pubblici con un possibile effetto domino positivo nel medio periodo anche per noi cittadini.

Per avere un reale effetto, la sospensione dell’austerity non dovrebbe essere accordata una tantum all’Italia o alla Spagna ma approvata contemporaneamente a favore di tutti i membri dell’Unione Europea e accompagnata da misure di flessibilità fiscale interna. Solo così si avrebbe un effetto positivo. Ma siamo sempre lì: non c’è misura europea che possa risollevare l’economia di un paese se quel paese non investe dove serve davvero. Lo Stato potrebbe avere più soldi da spendere, è vero, ma come li spenderà resta una questione di politica interna. Non europea.

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