mercoledì, Dicembre 1, 2021

11 startup che possono cambiare la sanità in Italia

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Medico in ospedaleMedico in ospedale

L’anno scorso in Italia le seimila startup high-tech iscritte al registro nazionale delle imprese innovative hanno raccolto 133 milioni di euro, l’11% in più del 2014, come emerge da una ricerca degli osservatori del Politecnico di Milano. Il 75% dei fondi è andato a idee nel settore informatico, il resto se lo sono divisi le biotecnologie (17%), l’energia pulita (6%) e un generico “altro” (2%).

Però la sanità, come spiega anche il Rapporto Oasi 2016 dell’università Bocconi di Milano, dedicato proprio al settore dell’industria della salute, è un volano economico strategico. Con i suoi 149 miliardi di euro di prodotto lordo, l’assistenza socio-sanitaria nel 2014 risultava per l’Istat il settimo comparto economico in Italia per valore, sesto se si sommano i 24 miliardi della produzione di farmaci. E lungo lo Stivale non mancano idee innovative da applicare ai servizi ospedalieri, alla telemedicina o all’assistenza sanitaria.

Per questo circa un mese fa Bayer, uno dei colossi farmaceutici mondiali, ha lanciato Grants4Apps Italy, un portale dedicato alle startup del segmento scienze della vita.

Abbiamo tre obiettivi – spiega Stefano Beltramolli, responsabile Information technology di Bayer in Italia -. Il primo è avere un osservatorio per fare scounting di startup italiane che operano nelle life sciences, che possano proporre idee innovative interessanti per il nostro business. Il secondo è comunicare che Bayer è un’azienda innovativa. Terzo, creare una vetrina per le imprese innovative”. Sono venti quelle iscritte. E 256 le startup italiane di scienze della vita mappate da Grants4Apps Italy: 204 si occupano di salute umana, 22 lavorano in ambito veterinario e 30 su piante e biologia.

Alla presentazione di Grants4Apps Italy, Bayer ha invitato undici startup italiane che stanno innovando sanità e agricoltura.

Neuron Guard – Il collare anti-ictus

Il colletto di NeuronGuard (foto dell'azienda)Il colletto di NeuronGuard (foto dell’azienda)

“Ogni sette secondi una persona al mondo accusa problemi cerebrali acuti, che sono la prima causa di disabilità permanente e generano una spesa di 330 miliardi di dollari ogni anno, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità”. Mary Franzese spiega così le premesse da cui è partita la startup di cui è co-fondatrice, Neuron Guard, che ha sviluppato un sistema integrato di protezione cerebrale per pazienti colpiti da ictus, trauma cranico grave o arresto cardiaco. “E’ un collare refrigerante che fa iportemia terapeutica, portando la temperatura del cervello sotto i 37 gradi centigradi”, prosegue Franzese. Perché proprio 37 gradi? “La letteratura scientifica ha dimostrato che ridurre la temperatura del cervello sotto i 37 gradi fino a 32 e per un massimo di 48, aiuta a preservarne le funzioni vitali”, spiega la co-fondatrice.

Esistono già dispositivi mirati, ma la Neuron Guard di Modena ha sviluppato due innovazioni. Primo, non è invasivo. Secondo: è collegato a un’unità esterna che raccoglie, conserva e trasmette i dati clinici del paziente. Il collare funziona come una sorta di frigorifero portatile, con celle interne che raffreddano il corpo, e i suoi inventori puntano a distribuirlo non solo agli ospedali ma anche sulle ambulanze, negli impianti sportivi e nelle caserme dell’esercito. Come fosse un defibrillatore automatico per danno acuto. “A gennaio partiremo con la sperimentazione clinica sull’uomo – spiega Franzese – in collaborazione con l’ospedale di Cambridge. L’obiettivo è di vendere il dispositivo dal 2018”.

HeartwatchL’occhio del cuore

L’idea deriva da un’esperienza personale. Nel 2008 ho perso mio nonno a causa di problemi cardiaci non rilevati per tempo”. Da allora Guido Magrin ha iniziato a chiedersi perché? E come evitare che una situazione come quella di suo nonno si ripetesse. Da due anni lavora nel team di Heartwatch. Un software che permette di rilevare dati cardiaci inquadrando con una telecamera il volto di una persona. Come? “Variazione cromatica della pelle – spiega il 23enne -. Si tratta di variazioni che non si osservano a occhio nudo, ma ingrandendo notevolmente la pelle”.

Dalle sfumature della pelle Heartwatch è in grado di determinare frequenza cardiaca, frequenza respiratoria e saturazione del sangue. “Abbiamo fatto un trial clinico sulla fibrillazione atriale e dà il 96% di accuratezza sul battito”, spiega Magrin. Heartwatch non diagnostica una malattia, ma fornisce alcuni dati clinici utili a capire se c’è bisogno di farsi visitare da uno specialista. Il software dialoga con le telecamere di smartphone e pc e la startup lo propone per la prevenzione sanitaria in azienda, per le diagnosi in Paesi in via di sviluppo e come servizi per ospedali e palestre.

Comftech – La tutina parlante

Il modello di Comftech (dal sito della startup)Il modello di Comftech (dal sito della startup)

Non c’è dispositivo sanitario più wearable di un vestito. Nel caso di Comftech, di una tutina per neonati. Un coprispalle in filati tecnici conduttori che fornisce in tempo reale dati sulla salute del bebé: frequenza cardiaca, frequenza della respirazione, movimento e posizione grazie a un accelerometro. È una forma di monitoraggio dei bambini appena nati, specie se prematuri, che non impedisce però una funzione altrettanto importante quale quella del contatto tra mamma e figlio. “Il cuore della tecnologia è un pezzo di tessuto che costruiamo in modo diverso a seconda delle funzioni che vogliamo ottenere – spiega l’amministratore delegato, Alessia Moltani -. I sensori tessili sono collegati da cavi tessili e trasmettono il segnale a una memoria, che legge il dato, lo immagazzina e lo trasferisce sul computer”.

D-Eye – L’oftalmoscopio sul telefonino

D-Eye applicato a uno smartphone (dal sito dell'azienda)D-Eye applicato a uno smartphone (dal sito dell’azienda)

Oggi l’esame della retina viene fatto con due dispositivi: la fundus camera, un apparecchio costoso che vale dai 5mila ai 25mila euro, e l’oftalmoscopio, uguale a se stesso da decenni e di cui si vendono circa 200mila pezzi all’anno”. Alberto Scarpa della padovana D-Eye spiega che la startup ha ideato una telecamera che rimpiazza i due apparecchi, si attacca a uno smartphone ed è collegata a una piattaforma cloud dove archiviare le immagini. I 210mila oftalmologi che sono uno dei target principali del prodotto, insomma, un domani potrebbero estrarre dal taschino del camice il telefonino, agganciare la telecamera e procedere all’esame. “Oggi abbiamo 1.500 pezzi sul mercato, accordi con 10 distributori e stiamo vendendo in 35 Paesi – precisa Scarpa -. Nel 2017 vogliamo espandere piattaforma con il riconoscimento di nuove patologie”.

Diamante – Il kit per malattie autoimmuni

In media servono più di quattro anni e decine di visite per arrivare a una diagnosi definitiva della sindrome di Sjögren”, spiega Valentina Garonzi, amministratore delegato di Diamante. La startup ha sviluppato kit che permettono di diagnostica questa malattia autoimmune e degenerativa, che causa la distruzione delle ghiandole salivari e lacrimali. “Con il nostro kit, basta un prelievo di sangue per avere dopo due ore una diagnosi della sindrome di Sjögren – prosegue Garonzi – con una validazione scientifica al 90% e una sensibilità al 98,8%. Usiamo virus vegetali e nanomateriali”.

La startup potrebbe accelerare le diagnosi per i 21mila pazienti che soffrono di questa sindrome in Italia e 2,5 milioni al mondo, per questo sta cercando accordi con distributori, per arrivare sul mercato entro maggio 2017. “Il nostro kit costa 300 euro e permette di fare diagnosi da 5 a 10 persone – conclude Garonzi -. Abbiamo calcolato un risparmio del 73% sui costi della sanità pubblica per via dell’eliminazione delle visite inutili”.

Dianax – Il laboratorio in un chip

I chip di Dianax (dal sito della startup)I chip di Dianax (dal sito della startup)

Ridurre un laboratorio di analisi mediche in un chip di silicio di 2 centimetri per 1,5. E’ questo l’obiettivo di Dianax, startup che sta studiando l’hardware alla base di dispositivi portatili per la diagnostica. “In una scatolino poco più grande di una falange – spiega Marco Chiandò Pat, amministratore delegato di Dianax – c’è tutto il laboratorio di analisi del sangue”. La risposta arriva in dieci minuti e la startup di Milano ha già prodotto 150 chip.

Al momento Dianax si sta concentrando su chip per le analisi dell’emoglobina glicata e dell’emoglobina nel sangue, la cui relazione è alla base della diagnosi del diabete. “Il 20% dei diabetici stimati in Italia non è stato diagnosticato”, spiega il fondatore di Dianax, Eugenio Iannone. Per questo, il chip potrebbe essere installato su dispositivi per analisi di emergenza, ad esempio quando bisogna decidere come procedere con l’anestesia su un paziente sospetto di diabete. “Oppure per fare analisi in posti dove non c’è un laboratorio, come il terzo mondo”, prosegue Iannone. Dianax conta di lavorare con big pharma e gruppi sanitari per installare i propri chip sui dispositivi firmati da altri.

Du it – La stanza dei sensi

Una stanza progettata da Du It (foto dell'azienda)Una stanza progettata da Du It (foto dell’azienda)

La startup toscana realizza ambienti sensoriali per persone con disabilità mentali. Dunque stanze in ospedale, case di cura e hospice in cui, ad esempio, persone affette da autismo possano sentirsi a proprio agio e comunicare con il personale medico. La startup ha costruito una sala testa a Firenze e ora sta lavorando per validare lo strumento.

Avanix – Il vigile dei paziente

La startup progetta dispositivi wearable per il monitoraggio dei malati di Alzheimer e per agevolare i caregiver (la persona che si prende cura del malato). Il paziente indossa un apparecchio che misura postura, cadute accidentali, temperatura del corpo, umidità, attività e direzione di spostamento, e i dati sono trasferiti al computer che li elabora. Non servono wifi e bluetooth perché Avanix sta testando modelli in audiofrequenza. La produzione inizierà a marzo 2017. Ha anche realizzato un ciuco con connessioni wifi per monitorare il bebè.

Omica – agricoltura di precisione

La startup ha sviluppato la piattaforma Omicafarm per l’agricoltura di precisione. “Fa previsioni sulle colture e dà allerte sulle irrigazioni, sullo sviluppo degli agenti patogeni e consigli su quando e dove intervenire”, spiega uno dei fondatori, Paolo Petrin.

Kippyil pet monitor

Kippy sta già vendendo sul mercato il suo sistema di monitoraggio degli animali domestici, Kippy Vita.Il dispositivo si applica al collare degli animali e controlla posizione, calorie, movimento, cammino, gioco e sonno dell’animale”, spiegano da Kippy. La app ha già diecimila utenti attivi e sviluppo il 64% del suo fatturato all’estero, tanto che la società si prepara a sbarcare sul mercato degli Stati Uniti. Nel 2016 si prevede un risultato di 1,2 milioni di euro, circa il doppio dello scorso anno, e fino al 2019 sono state calendarizzate le uscite di nuovi prodotti.

Cowmatix – L’esame delle mucche

Nata a maggio di quest’anno, la startup ha sviluppato Lead, un sistema di diagnosi delle patologie podali dei bovini da latte attraverso termografia. Ossia, con telecamere che rilevano il calore del corpo, si possono diagnosticare in anticipo i sintomi di zoppia nelle zampe delle mucche da latte, che in un terzo dei casi portano alla macellazione precoce. Il robot si installa agli impianti di mungitura e comunica in remoto con un computer. Il livello di accuratezza al momento è del 90%. “Su 100 vacche – spiega uno dei fondatori, Marzio Miodini – può portare a un risparmio da 15mila a 60mila euro l’anno”.

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