sabato, Dicembre 4, 2021

Breathing Underwater (Mul-sum) – Recensione (London Korean Film Festival 2016)

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Nella sezione documentari del London Korean Film Festival 2016 è stato incluso Breathing Underwater, una bella narrazione di un matriarcato unico al mondo, premiato al Jeonju International Film Festival.
La regista Ko Hee-young è tornata nella sua provincia natale, la grande isola-provincia di Jeju e ha seguito per 7 anni, sulla piccola isoletta di Udo, l’ultima generazione di haenyeo (le donne del mare), una comunità di donne che da secoli sostengono l’economia dell’isola pescando in apnea le alghe e le conchiglie che il mare di quella zona meridionale della Corea del Sud offre alla sua gente.
Il mare di Jeju è ricco e generoso, ma Udo non ha l’aspetto della tipica isola tropicale: con le sue rocce vulcaniche e le sue nebbie sembra piuttosto un luogo nordeuropeo e l’acqua anche d’estate arriva a malapena a 19 gradi. Le haenyeo si preparano e scendono in acqua ogni giorno con la loro attrezzatura fuori dal tempo, maschere rotonde come quelle di una volta, mute rattoppate e qualche maglietta colorata a dare un tocco frivolo all’uniforme di un lavoro durissimo e fisicamente massacrante. Ma quello che veramente stupisce è l’età di queste donne, che si aggira tra i 45-50 a ben oltre gli 80. Nessuna giovane di oggi vuole fare questo mestiere e le stesse haenyeo si augurano che le loro nipoti non debbano seguire le loro orme ma che possano studiare ed avere una vita più confortevole.
La piccola comunità è governata da una rigida gerarchia dettata dalle capacità fisiche delle apneiste. Uno dei fattori che determina lo status è l’innata predisposizione fisica a trattenere il respiro e un altro è ciò che si ottiene con l’esercizio. Queste capacità di immersione determinano le aree di pesca, da quelle meno profonde e quindi meno fruttuose ma generose di alghe come l’agar-agar, a quelle profonde e ricche di preziosi abaloni e polpi e dove le più esperte si immergono fino a 20 metri.
Le haenyeo pescano per ore ed ore raccogliendo le prede in reti attaccate alla loro boa, incuranti della pioggia, il sole o addirittura la neve. Tornate a casa preparano l’unico pasto della giornata che condividono con la famiglia. Un curioso matriarcato, un’isola in tutti i sensi, in un Paese che è ancora molto indietro con l’emancipazione femminile. Queste donne esauste, ma con una resistenza incredibile, mettono tutti i giorni la loro vita nelle mani del proprio senso di controllo. Controllo della respirazione e controllo di quando risalire, perché il mul-sum (il titolo originale, che vuol dire ‘un po’ di più’) è sempre in agguato. Mul-sum è il desiderio pericolosissimo di respirare sott’acqua, tristemente causato dall’avidità, dal voler restare sotto un po’ di più per non lasciar andare una presa ricca, un polpo o un abalone incastrato. Il mare dà tanto e il mare sa anche togliere, tante sorelle, figlie e madri sono state tradite dal mul-sum e l’ultimo saluto alle vittime è un rito sciamanico che va indietro nel tempo di secoli.
L’aspetto più interessante che emerge da questo documentario è il cameratismo che unisce le donne. Come se passare gran parte del giorno in mare non bastasse, le haenyeo si incontrano spesso e parlano del mare e della loro attrazione e al tempo stesso dipendenza da esso. Alcune descrivono il mare come loro sposo, ciò che dà loro da vivere e provvede al sostentamento dell’intera famiglia e agli studi e le scuole dei figli e nipoti. Una simbiosi incredibile che mi ha stranamente ricordato un film molto diverso e inquietante, Evolution, dove una comunità di sole donne, figlie del mare, si prende cura di bambini su un’isola vulcanica e primordiale.
Verso la fine il film accenna alla proposta che è stata fatta di rendere le haenyeo un patrimonio culturale protetto dell’UNESCO, non solo come riconoscimento ma anche come essenziale necessità di conservazione. Non aspettatevi un documentario alla Attenborough, Breathing Underwater è un diamante grezzo, le immagini sono belle e commoventi ma c’è una certa rusticità nel montaggio e nel suono che comunque sono perdonabili per l’onestà e l’unicità del tema. Probabilmente non arriverà in Italia ma vale la pena cercarlo.

Un bonus inaspettato alla visione di Breathing Underwater che si è svolta negli affascinanti e misteriosi locali del British Museum è stata l’aggiunta finale del cortometraggio Whose Kimchi? con cui il fotografo e accademico olandese Sander Holsgens vinse un concorso indetto dal LKFF durante la scorsa edizione. Holsgens, che ha speso 7 anni in Corea el Sud a Maseok per lavoro e ricerca, ha creato un vivido ritratto della preparazione casalinga del kimchi a casa di Kim Sungja, un’allegra e appassionata preservatrice di questa tradizione. Il kimchi è una conserva fermentata che è alla base di molti piatti e condimenti della cucina coreana ed è solitamente preparato in casa in grosse bacinelle e conservato in barattoloni durante l’anno, anche se ora, sempre di più, si tende a comprare il kimchi del supermercato. Ma quello che Sander Holsgens con il suo piccolo documentario esplora nei 10 minuti della durata, è il senso di appartenenza che il kimchi casalingo porta con sé e il suo conseguente valore nella cultura coreana. Ogni kimchi famigliare ha un sapore diverso e quel sapore è ‘casa’.

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