venerdì, Dicembre 3, 2021

Old Stone (Lao shi) – Recensione (Torino Film Festival 2016)

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L’inquietante stormire di fronde di una enorme distesa boschiva apre il film a marchiare da subito un racconto che affonda nel dramma più gelido e tagliente. La stessa immagine la vedremo svariate volte negli ottanta minuti della pellicola, a rammentare quella inquietudine quasi spaventosa e tragica.
Poi c’è un uomo fermo con la sua auto lungo una strada che osserva con attenzione una moto parcheggiata sulla quale poco dopo sale un altro uomo: il pedinamento ha inizio.
Tre mesi prima: Lao Shi, un tranquillo uomo di famiglia, investe un motociclista col suo taxi. Spaventato dalle condizioni dell’uomo che giace sull’asfalto e sommerso dal vociare dei curiosi, visto che l’ambulanza non arriva, carica il ferito in macchina e corre all’ospedale, dove grazie alla tempestività dei soccorsi questi viene salvato. Per Lao Shi il compito di pagare il conto delle prime spese, altrimenti l’uomo non verrà operato. Questi è un immigrato da un’altra provincia e i famigliari non sono rintracciabili.
Dal momento in cui Lao Shi informa la polizia e l’assicurazione inizia per lui una odissea nella giungla della burocrazia e dei cavilli legali: aver agito in quel modo è stata un’imprudenza perché non ha seguito le norme che regolano i risarcimenti assicurativi e la sua diventerà una battaglia come quella di Davide contro Golia, dalla quale inizialmente terrà fuori la moglie, fino a quando il conto in banca non sarà prosciugato, con i soldi che sarebbero serviti per comprare un locale dove la moglie potesse aprire il suo asilo nido.
Una battaglia di coscienza che diventa poi di sopravvivenza e che come tale condurrà a scelte tragiche, scalfendo quella scorza di persona integerrima che riveste il protagonista.
Opera prima di Johnny Ma, nato in Cina ma emigrato in Canada all’età di dieci anni, attivo nel mondo del cinema già da alcuni anni, soprattutto con cortometraggi, Old Stone (traduzione letteraria del nome del protagonista, che è poi anche il titolo originale del film) è un apprezzabilissimo lavoro che mostra una sorprendente maturità da parte del regista. Coproduzione sino-canadese con il contributo del Sundance che si avvale nel ruolo di produttore esecutivo, nonché di attrice, di Nai An, abituale produttrice di Lou Ye, il film è una raggelante e cupa fotografia della società cinese attraverso un racconto che procede come un noir con tratti da thriller psicologico che fa riflettere profondamente sul fatto che stia diventando proprio la cinematografia cinese la protagonista del rilancio in grande stile del genere, considerata non tanto la quantità (lavori del genere ancora qualche problema con la seppur meno pesante censura potrebbero averlo) quanto la qualità dei thriller che da lì provengono.
Gli scorci urbani che accompagnano la caduta all’inferno del protagonista, quelli di una città di provincia in rapidissima crescita, sono ridondanti di scheletri edilizi che si lanciano verso il cielo, di gru che arricchiscono di guglie di acciaio lo skyline, di ruspe sempre in azione: uno scenario che ben si sposa con una civiltà e una cultura in rapida trasformazione nella quale galleggiano, spesso senza alcuna capacità di decidere il loro destino, brandelli di una umanità che ha perso quasi completamente ogni senso della solidarietà e della collettività, spinta solo dal materialismo estremo e dall’individualismo. In questo scenario Lao Shi diventa un rudere di una vecchia società che ancora vorrebbe conservare gli ultimi principi morali ed etici ma che per sopravvivere e non venire fagocitato deve voltare le spalle a se stesso ed adeguarsi.
Il racconto di Johnny Ma parte da numerosi casi di cronaca in cui persone coinvolte in incidenti stradali sono state letteralmente giustiziate dagli investitori perché la logica assicurativa porta a preferire il risarcimento per un morto piuttosto che quello per le costose cure: da qui, autentica aberrazione di un sistema di fatto capitalistico votato al profitto, il regista, con una lucidità e con una durezza rimarchevoli, intesse il suo racconto fino ad un finale nerissimo che dilania.

Il dramma personale del protagonista è raccontato con grande efficacia, usando modalità da cinema verista, calato in una realtà sociale ben costruita e che si pone come una metafora spinta sulla condizione cinese attuale: “non sono quelli che dormono che stanno male, loro anzi stanno bene, sono quelli svegli che soffrono”, dice una infermiera al protagonista parlando dei malati ricoverati in rianimazione in coma. In questa frase c’è tutta la tragicità di una società che ha perso ogni certezza ed ogni riferimento e che vaga confusa alla ricerca di una identità che non sia quella del denaro.
Partendo dalla Berlinale e passando da Toronto e altre decine di festival in cui ha ricevuto anche svariati riconoscimenti, Old Stone sbarca al Torino Film Festival 2016, dove evidentemente nessuno si vergogna di chiamare la rassegna Festival e dove, per fortuna, simili lavori ancora trovano spazio, dimostrando che qualche sacca di resistenza alla omologazione cinematografica ancora esiste in questo Paese.
La prova di Gang Chen nei panni di Lao Shi è straordinaria: il giusto mix di drammaticità e sporco eroismo come richiede il ruolo, così come quella di Nai An nei panni della moglie che accompagna l’uomo nel suo percorso nel baratro.

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