mercoledì, Dicembre 1, 2021

Rifiuti, il vero problema di Roma (e della regione Lazio)

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(foto: Getty Images)(foto: Getty Images)

I cittadini romani pagano una delle tasse per i rifiuti più care d’Italia. Ma mentre la raccolta differenziata è in aumento, gli impianti per gestire ciò che buttiamo e la sua parte organica sono sottodimensionati, sia nella capitale che in tutta la regione Lazio.

Favorendo lo smaltimento in discarica e agli inceneritori. “Come avete intenzione di gestire il ciclo dei rifiuti di Roma? Ci è stato risposto: ‘applicando i criteri dell’economia circolare’. Risposta sicuramente valida. Ma domani il pattume che raccogli dove lo metti? Isole ecologiche, impianti di compostaggio, una discarica di servizio?”. Alessandro Bratti, presidente della Commissione di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, non ha usato mezzi termini per inquadrare la crisi romana all’indomani delle audizioni che hanno visto testimoniare la sindaca Virginia Raggi, l’assessora all’ambiente Paola Muraro e Daniele Fortini, l’ex presidente di Ama (l’azienda partecipata del comune di Roma), diventato poi consulente della giunta Zingaretti in regione Lazio. Una situazione che si deve inquadrare nella prospettiva generale dello smaltimento di ciò che buttiamo, che Wired racconta nell’inchiesta Rifiuti d’Italia.

rifiuti

Oggi Roma dipende da 62 impianti esterni alla città per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, una situazione unica in Europa, bisogna agire e dare risposte ai cittadini romani”. Già, i cittadini romani. Che da tempo sono oggetto di beffa da parte delle istituzioni o di chi, in ogni caso, ha avuto la responsabilità di gestire un servizio pubblico per la collettività.

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Gli abitanti della capitale, nonostante abbiano differenziato il 37,3 % dei rifiuti nel 2014 e il 41,2% nel 2015 (fonte open data comune di Roma), hanno pagato ancora la gestione in discarica, spendendo mediamente 249,92 euro all’anno. Ben il 14% in più della media nazionale, secondo i dati elaborati dal rapporto Ispra 2015.

E pagando un altro prezzo altissimo, quello che ricade sull’ambiente e sulla loro stessa salute, sia intorno agli impianti di trattamento meccanico biologico che alle discariche. Perché per anni si è demandato il problema inviando tutto a Malagrotta. Come raccontiamo in Rifiuti d’Italia, la discarica di 240 ettari, la più grande d’Europa, di proprietà Cerroni, rinviato a giudizio lo scorso luglio per disastro ambientale, è stata oggetto di condanna dalla Corte di Giustizia europea e rientra nelle procedure di infrazione mosse contro il nostro belpaese.

Per anni, fino al 2013, momento dello stop dato dall’ex sindaco Ignazio Marino, sono stati smaltiti rifiuti non trattati, che hanno causato un grave danno ambientale e sanitario. L’esposizione ai gas di fermentazione, come l’acido solfridico, prodotto dalla componente umida, non separata dal rifiuto secco, né sottoposta a pretrattamento, è stata accertata come causa di tumori al polmone negli adulti e dell’incremento fino al 10,6% delle infezioni acute alle vie respiratorie dei bambini da zero a 14 anni. Dati del dipartimento di Epidemiologia del Servizio sanitario regionale del Lazio, pubblicato lo scorso maggio sull’International Journal of Epidemiology, e ripresi da Wired: un’analisi dello stato di salute di 242.409 persone che hanno vissuto vicino a Malagrotta e le altre discariche laziali, dal 1° gennaio 1996 al 31 dicembre 2012.

E mentre le cronache politiche rimandano dichiarazioni sulla creazione di discariche di servizio e inceneritori, i numeri sui rifiuti della situazione romana e laziale, ci dicono in realtà altro. Come conferma Enzo Favoino, esperto internazionale  e responsabile scientifico di ZeroWaste Europe. “Quello che tiene il sistema romano in una situazione di criticità latente, è anzitutto la natura ibrida della raccolta differenziata, che determina inefficienze operative e moltiplicazioni di costi, oltre a problemi, nelle aree con raccolta a cassonetto stradale, su quantità e qualità del materiale raccolto – precisa Favoino – E poi, l’insufficienza di sistemi di valorizzazione della frazione organica, e l’attuale configurazione degli impianti di pretrattamento del residuo, che costringe poi a trovare recapiti esterni per le frazioni secche, inopportunamente trasformate in combustibile solido secondario”.

Così ci dicono fatti e numeri. Sono 5mila tonnellate ogni giorno, 1,7 milioni di tonnellate di rifiuti urbani prodotti dalla capitale ogni anno. E già nel 2015 oltre 700mila tonnellate sono andate nella raccolta differenziata.

A guardar bene, è proprio la mancata gestione della frazione organica che avrebbe dovuto impensierire gli amministratori della città. A fronte della produzione di oltre 200mila tonnellate nel 2014 e 228mila nel 2015 di umido e scarti verdi, secondo i dati di Ispra, i tre impianti romani hanno trattato solo 37.500 tonnellate, praticamente la metà di quanto autorizzato, 66mila tonnellate/anno e di fatto solo il 18,7% di quanto necessario per coprire l’intero fabbisogno. Ecco perché, per assurdo, la raccolta differenziata ha messo in crisi Roma. Mentre i cittadini romani, responsabilmente, hanno aumentato  il loro impegno, l’amministrazione non è stata in grado di gestire e aumentare gli impianti necessari per chiudere il ciclo, rimanendo ostaggio di cassonetti, rifiuto indifferenziato residuo e tritovagliatori che alimentano discariche e inceneritori.

La gestione dei rifiuti a Roma Sulla carta, secondo i dati di Ispra, infatti, i 4 impianti di trattamento meccanico biologico in grado di suddividere i rifiuti tal quali che non vengono differenziati, nel 2014, hanno trattato 857mila tonnellate. Questo vuol dire che solo 232 mila tonnellate sono rimaste fuori dagli impianti di smaltimento e destinate negli impianti fuori città.

Non va meglio guardando complessivamente i dati dell’intera Regione Lazio, che proprio in questi giorni rischia l’emergenza, dopo che una delle aziende, la Rida Ambiente, che ha minacciato il fermo impianto, mettendo in crisi sessanta comuni tra cui Latina, Tivoli, Anzio, per poi ricorrere alla discarica di Colleferro.

Regione che, come ricorda il governo nel testo dello stesso decreto pro-inceneritori pubblicato in gazzetta ufficiale lo scorso 5 ottobre, è già stata “oggetto di condanna da parte della Corte di giustizia europea […] per non aver creato una rete integrata e adeguata di impianti di gestione dei rifiuti, tenendo conto delle migliori tecniche disponibili”.

Mentre, quindi, la giunta Zingaretti deve varare, in tutta fretta, un nuovo piano regionale di gestione rifiuti, gli impianti di trattamento della frazione organica, dei 12 autorizzati nel 2014, sempre secondo i dati Ispra 2015, hanno trattato 218.455 tonnellate in un anno. A fronte di un fabbisogno complessivo (Roma compresa) di 384.400 tonnellate. Idem per i rifiuti indifferenziati che devono essere appunto trattati prima di poter essere smaltiti in discarica, o negli impianti di incenerimento. Delle oltre due milioni di tonnellate prodotte, con una media regionale di raccolta differenziata pari al 32,7% nel 2014, inferiore perciò al record ufficiale della stessa capitale, solo 1.636.616 tonnellate sono state trattate negli impianti di trattamento meccanico biologico (Tmb). E oltre 592mila tonnellate sono finite nelle 8 discariche attive regionali.

La soluzione al rebus rifiuti resta quindi ricorrere all’incenerimento? Non sono innamorato dei termovalorizzatori, sono nemico giurato delle discariche. Se le Regioni mi propongono soluzioni realizzabili senza termovalorizzatori io ne sono più che contento – ha dichiarato a Wired il ministro dell’Ambiente Gian Luca Gallettise dicono no alla termovalorizzazione e intanto continuano a buttare tutto in discarica, facendo correre nel frattempo anche le sanzioni europee, io da ministro dell’ambiente, non posso accettarlo”.

Secondo quanto calcolato dal ministero, i tre impianti di incenerimento operativi e un impianto autorizzato ma non in esercizio, hanno, solo sulla carta, una potenzialità complessiva di  trattamento pari a 665.730 tonnellate/anno. Ma i conti non tornano neppure in questo caso. I due inceneritori situati nella valle del Sacco, a Colleferro, sono stati oggetto di inchieste, fermi, mancanze di autorizzazione integrata ambientale (Aia) come ribadisce Alberto Valleriani, presidente della Rete per la tutela della Valle del Sacco, già sito di interesse nazionale afflitto da ogni genere di contaminazione ambientale, con forte ricaduta sulla salute delle popolazioni.

La regione Lazio ha deciso nelle scorse settimane di cedere le quote della società Lazio Ambiente, proprietaria degli impianti di Colleferro“, racconta l’attivista a Wired, “subentreranno dei privati, ma intanto gli impianti, nell’attesa di un serio revamping, vanno a singhiozzo. Nel 2014 risultano mandate a incenerimento solo 62mila tonnellate di Css contro le 220mila autorizzate. Lo stesso Fortini [ex direttore di Ama, l’azienda municipalizzata di Roma ndr] ha dichiarato in audizione alla commissione d’inchiesta sugli ecoreati, che gli impianti sono di fatto dei rottami”.

E le illegalità delle passate gestioni, su cui è in corso un processo al tribunale di Roma, per traffico illecito di rifiuti, falso in analisi e formulari, reati informatici e di truffa, creano, molti interrogativi sulla mancanza di trasparenza, anche sul presente. I reati contestati dalla Direzione distrettuale antimafia che prevedono il rinvio a giudizio secondo gli articoli 416 e 417 del codice di procedura penale, sono per 28 soggetti che nel 2008 erano tra i dirigenti e legali rappresentanti delle due società di gestione degli inceneritori, Mobilservice ed EP Sistemi, dell’ex Consorzio Gaia, i legali rappresentanti di alcune società di certificazione analisi dei rifiuti, di controllo delle emissioni da remoto, di intermediazione, l’allora procuratore di Ama e il responsabile della raccolta multimateriale presso l’impianto Ama di Rocca Cencia.

Da tener presente che alcuni di loro ancora ricoprono cariche, chi nel Consorzio Gaia, ancora in amministrazione straordinaria, chi nella gestione degli impianti di Colleferro e ci chiediamo quotidianamente se ciò sia possibile, lecito o quanto meno, opportuno”, precisa Valleriani, annunciando che Retuvasa si costituirà parte civile. Così, mentre il ministero dell’Ambiente, via decreto, impone alla regione Lazio la costruzione di un nuovo inceneritore con una capacità di 210mila tonnellate/anno di rifiuti urbani e assimilati, la stessa regione cede le quote degli impianti di Colleferro.

A ben guardare qui come altrove, il decreto attuativo per cui si dovrebbe sollecitare l’applicazione, è un altro, quello per incentivare la realizzazione degli impianti per la gestione della frazione organica, quella biodegradabile, relativo al comma 2 all’art.35 della legge 164 dell’11 novembre 2014, cioè la “ricognizione dell’offerta esistente e l’individuazione del fabbisogno residuo di impianti di recupero della frazione organica dei rifiuti urbani raccolta in maniera differenziata”,  pubblicato solo il 19 aprile scorso in gazzetta ufficiale.

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