lunedì, Novembre 29, 2021

Parma, la raccolta differenziata potrebbe far spegnere l’inceneritore

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L'inceneritore di Parma (foto: Vince Cammarata) L’inceneritore di Parma (foto: Vince Cammarata)

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Non siamo riusciti a bloccare gli iter autorizzativi per impedirne la costruzione, ma lo abbiamo affamato”, ci racconta Federico Pizzarotti, per la nostra inchiesta Rifiuti d’Italia. È l’inceneritore di Parma il peccato originale del sindaco, argomento inevitabile parlando di rifiuti. Anche ora che la città è la prima per raccolta differenziata in Emilia Romagna e con il 72% raggiunto nel 2015, la prima città capoluogo d’Italia ad aver superato il muro del 65%, stabilito dalle norme europee.

rifiuti

Una convivenza forzata, mal tollerata dai parmigiani, tanto più ora che con la rivoluzione del porta a porta, innescata nel giro di un paio d’anni, la città è diventata davvero una best pratice, portata a esempio internazionale dai Comuni Virtuosi e Zero Waste Europe. “Attualmente conferiamo all’inceneritore solo 39mila tonnellate per tutta la provincia sulle 130mila previste”, precisa Gabriele Folli, l’assessore all’Ambiente con cui abbiamo fatto il giro di piattaforme ecologiche e impianti di riciclo per la città, “ma con lo Sblocca Italia, che ha autorizzato tutti gli impianti ad arrivare al massimo carico termico, in conferenza di servizi, Iren (la partecipata che gestisce l’inceneritore ndr) ha cercato di aumentare le quantità in entrata a 195mila tonnellate, richiesta a cui ci siamo opposti e continuiamo a opporci”.

Certo è che il comune di Parma può poco, visto che la gestione dei flussi dei rifiuti viene decisa in ambito regionale. Già, ora l’inceneritore di Ugozzolo riceve i rifiuti anche dalla provincia di Reggio Emilia. E, in deroga a quanto previsto, dovrà accogliere 30mila tonnellate in più da qui a dicembre. Eppure la regione Emilia Romagna ha varato lo scorso maggio un nuovo piano basato sull’economia circolare, che punta all’azzeramento delle discariche, al progressivo spegnimento degli inceneritori e a portare il riciclo di carta, legno, vetro, plastica, metalli e organico al 70%. Con incentivi per i comuni più attivi, quelli che invieranno meno rifiuti allo smaltimento, e per le imprese green, quelle, cioè, capaci di valorizzare le frazioni di rifiuti differenziati nell’ambito di cicli produttivi locali.

Parma, ecostation per la raccolta differenziata (foto: Vince Cammarata)Parma, ecostation per la raccolta differenziata, (foto: Vince Cammarata)

Ed è proprio Parma a confermarsi la città emiliana con le migliori percentuali di raccolta. “Nel giro di pochi anni abbiamo raggiunto l’obiettivo: tariffazione puntuale, cioè i cittadini pagano esattamente in base a quanto producono e abbiamo quasi raddoppiato la raccolta passata dal 48% a oltre il 72%, coinvolgendo tutte le utenze domestiche e commerciali”, conferma Folli mostrandoci l’app attraverso la quale i cittadini, da smartphone, possono seguire il processo. Così facendo, tra il 2014 e il 2015, il costo di smaltimento è diminuito di tre milioni e mezzo di euro. “E abbiamo risparmiato complessivamente sulla gestione del servizio oltre 500mila euro su 38 milioni”. Ricevendo anche 700mila euro come incentivo dalla regione per la miglior performance sui rifiuti residui destinati in discarica, scesi a soli 100 chilogrammi pro capite. “Il costo dell’incenerimento rimane alto, e sebbene sia sceso da 170 euro a 130 euro a tonnellata, non è decisamente conveniente”, ribadisce l’assessore.

C’è un impatto ambientale e sanitario, ci sono otto inceneritori in Emilia, che andrebbero spenti, noi ci opponiamo a questo modello“, sottolinea Pizzarotti, “ed è bastato poco, eliminando i cassonetti stradali e facendo decollare la raccolta della frazione organica, per far lievitare quella differenziata”. Ma con l’inceneritore rimangono le paure per le ricadute sulla salute pubblica. Come ribadito a Wired dal responsabile scientifico e padre dell’epidemiologia italiana, Benedetto Terracini, responsabile scientifico dello studio Moniter, voluto dalla stessa Emilia Romagna per verificare le ricadute ambientali e sulle popolazioni. “Se i risultati sono stati complessivamente rassicuranti, abbiamo rilevato un’evidenza sulle popolazioni che vivono intorno agli inceneritori dell’Emilia, con l’eccesso di esiti sfavorevoli sulla gravidanza, dall’aumento dei parti pretermine agli aborti spontanei. Risultati pubblicati anche sulle riviste scientifiche internazionali”.

E ci sono state pure le inchieste della magistratura, partite già nel 2012 per abuso d’ufficio, abuso edilizio nell’iter di approvazione e costruzione dell’inceneritore di Ugozzolo. A cui ha fatto seguito recentemente l’attività di vigilanza dell’Autorità anticorruzione, come ci ha ricordato Raffaele Cantone, sollecitata dagli stessi cittadini. L’impianto infatti, è stato approvato quando l’azienda costruttrice (Enia) era ancora  in mano pubblica, mentre la sua realizzazione si è concretizzata quando Iren si era già trasformata in società per azioni, ed era quotata in borsa. L’inceneritore è, quindi, un’opera privata di interesse pubblico. Per questo Anac ha deciso di trasmettere gli atti alla Procura della Repubblica e alla Procura della Corte dei Conti “per i profili di competenza”. Iren deve almeno due milioni di euro al comune di Parma e l’omesso pagamento degli oneri di costruzione potrebbe costituire un danno all’erario.

E intanto, proprio l’Autorità ha messo in evidenza come la convenzione di affidamento del servizio integrato di gestione dei rifiuti a Iren è a tutti gli effetti scaduta. Di conseguenza quindi l’agenzia regionale competente, cioè Atersir, dovrà procedere tempestivamente con l’indizione di una nuova gara pubblica per l’affidamento. Nel frattempo i cittadini di Parma continuano a differenziare e pagano in meno in bolletta, ma non dimenticano quello che i medici per l’ambiente di Isde Italia hanno scritto in una lettera aperta alla regione Emilia Romagna: “Gli inceneritori, anche a causa dell’attuale sovra-capacità di trattamento, sono un ostacolo all’economia circolare, obiettivo primario indicato dalla Comunità europea, poiché la loro economia di scala richiede una quantità fissa di rifiuti residui da smaltire per i prossimi 20-25 anni”.

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