martedì, Dicembre 7, 2021

The Founder non celebra McDonald’s ma il business americano

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La vera storia dietro la nascita di McDonald’s, come impero più che come ristorante, non la sappiamo davvero. The Founder non solo la racconta utilizzando un volto molto attraente in questo momento (dopo Birdman e Il caso Spotlight Micheal Keaton è già a due film da Oscar di fila e questo vuole essere il terzo), ma anche con un gusto da thriller che in fondo compensa l’ordinaria convenzionalità della confezione, così tanto da renderlo un’onesta parabola con qualcosa di più.

C’è infatti qualcosa nella storia di Raymond Kroc che deve aver subito solleticato la fantasia di Robert Siegel, già sceneggiatore di The Wrestler e qui autore unico dello script. E quel qualcosa pare essere la vita professionale di un businessman vecchio stampo da America tradizionale.
Ancora più del contrasto tra creatività e spirito d’impresa, che in teoria dovrebbe essere l’anima di un film simile, dev’essere stato il sapore del vecchio mondo degli affari, tutto completi e camicie a maniche corte con cravatta, ad affascinare lo sceneggiatore.

Dev’essere stato così perché ha infarcito la prima parte di viaggi in macchina, campi di grano, province, valigette contenenti articoli da vendere e un certo gusto per l’affare anche di bassa lega. Vendeva macchinari per fare i gelati Kroc, ma era solo l’ultimo di molti business non andati benissimo. Andava a trovare ristoranti, bar e simili con un modello in macchina, glielo mostrava e proponeva cercando di vendere una fornitura. Alle volte andava bene, altre andava male. In queste prime scene si respira la stessa aria dei racconti di Robert Ford quando parla dei primi anni a Westworld, quando il parco non era ancora aperto e c’era solo “lavoro e creatività senza limiti”. Ecco quest’etica del lavoro e del solcare l’America per vendere e comprare è tutta lì nei primi minuti.

Ma in fondo è sparsa a pezzettini come grani di sale anche nel resto del film, che invece di questo mood da affarista dipinge il lato più truce e spietato, quello ambizioso e senza pietà. Kroc infatti fornisce macchinari anche al ristorante dei fratelli McDonald’s (uno dei due è l’immenso Nick Offerman in una prova non comica) ma un ordine troppo grande e assurdo lo insospettisce. Si reca così alla loro sede principale attraversando diversi stati per trovare un luogo d’aggregazione pieno di gente, una catena di montaggio del confezionamento dei panini ideata in modo perfetto. Il cibo è assemblato con precisione imbattibile per annullare tempi d’attesa e ridurre al minimo il personale (allenatissimo). I mobili e i piani di lavoro sono disposti nella maniera più efficiente, tutto per realizzare hamburger in catena, il più possibile tutti uguali senza cali di qualità.

founder

Tutto ciò folgora Kroc che decide di collaborare con i fratelli e aprire un altro punto vendita. Da lì poi la storia è nota, la catena McDonald’s diventa lentamente quello che è ancora oggi, un colosso. Nel farlo però Kroc ha la meglio su quello dei fratelli che avevano inventato tutto, dalle ricette fino alla catena di montaggio. Impresa contro creatività, affari, economie di scala, avvocati, fusioni, divisioni. La fede nelle proprie idee che ha consentito di creare qualcosa che prima non c’era, una formula, una ricetta, un business senza precedenti.

Come detto, The Founder rifiuta di occuparsi davvero del contrasto che più ci parla della modernità (accade lo stesso nell’industria più vitale che esista oggi, quella informatica), ovvero qualità contro quantità, prodotto locale ed economa in scala, e preferisce cavalcare la performance di Michael Keaton, divertirsi come fossimo in Mad Men, con gli stereotipi di un americano vecchio stampo. In un mondo di repubblicani (lo sono fieramente anche i due fratelli McDonald) Kroc è il più duro di tutti, il più assetato di denaro e belle donne. The Founder è un film sull’avere di più, mette in questione (ovviamente) quest’etica degli affari a tutti i costi, ma non riesce a non essere ammaliato dal dinamismo di un uomo che solca in macchina gli Stati, chiama al telefono tutti, parla, non si nasconde, è (tutto sommato) abbastanza sincero e non smette mai di lavorare.

La cosa migliore del film è proprio quest’ambiguità. Kroc è un bastardo, ma la sua determinazione, la sua ricerca del successo, il suo spirito indomito non riescono a non esercitare un fascino su chi ha fatto il film, e si sente.

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