martedì, Dicembre 7, 2021

Il giro d’affari delle startup della cannabis

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(Fotografia: Irene Rodriguez/EyeEm/Getty Images)
(Fotografia: Irene Rodriguez/EyeEm/Getty Images)

Legalizzata in California contemporananeamente alla vittoria di Trump, sugli scaffali delle farmacie italiane da questo mese: a fini terapeutici o ricreativi che sia, la cannabis sta generando un business (legale) meravigliosamente florido.

Secondo gli ultimi dati disponibili dello United Nations Office of Drugs and Crime (2014), sono circa 182,5 milioni gli utilizzatori di marijuana, fieramente confermatasi la droga più prodotta, venduta, trafficata e consumata al mondo. ArcView ci fa sapere poi che nel 2016 le vendite di cannabis hanno fatturato, nel solo nord America, circa 6,7 miliardi di dollari, con previsioni che parlano di un incremento a oltre 21 miliardi entro il 2020.

Un simile giro d’affari non poteva che ingolosire gli operatori del mercato, neofiti compresi.

E infatti, se su AngelList si trovano 694 startup attive nel business della cannabis, con una valutazione media di 3,6 milioni di dollari, significa che c’è qualcuno che le finanzia. E non poco: un recente report statunitense ci dice che nel 2013 il capitale investito dai più avanguardisti business angel ammontava a 13 milioni di dollari (distribuiti su 7 operazioni), esplosi a 117 milioni l’anno successivo (insieme al numero di deal, che ha raggiunto i 64) e nuovamente in crescita a 225 milioni di equity stanziato nel 2015 (per 106 transazioni). Nell’anno appena concluso si è assistito a una flessione del 9%, con finanziamenti pari a 220 milioni di dollari e 96 operazioni totali.

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Tra queste ultime, la raccolta più sostanziosa è avvenuta a opera di PrivateerHoldings, società di private equity leader nel settore della cannabis, che ha emesso dei titoli convertibili incassando 40 milioni di dollari. Con tutta probabilità da investire in Leafly, Tilray e MarleyNatural, tre startup del business dalle foglie appuntite di cui possiede le quote di maggioranza.

Il secondo deal in ordine di grandezza è rappresentato dai 20 milioni di dollari investiti dal gigante del tabacco Philip Morris in Syqe Medical, una startup made in Tel-Aviv che produce inalatori di cannabis con la stampante 3D. Sostenuta non solo dal Ministero della Salute israeliano ma anche dalla casa farmaceutica più grande del mondo, Teva Pharmaceutical, che ha siglato con Syqe un accordo esclusivo di distribuzione e marketing.

Sul terzo gradino del podio siede il round da 15 milioni di dollari con cui il fondo Cap-Meridian Ventures ha finanziato MedMen, società californiana che offre agli operatori del settore cannabis preziosi servizi di consulenza e management (perché sì, serve anche questo) intorno alle attività di coltivazione, estrazione, produzione e vendita al dettaglio.

Quanto a stagionalità, è stato l’ultimo trimestre del 2016 a ispirare maggiormente gli investitori: 81 milioni a supporto di 25 deal, più del triplo del terzo trimestre 2013 ma leggermente al di sotto dei 94 milioni raccolti a inizio 2015.

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Il leggero declino del 2016 sembra non allarmare gli attori del mercato. Anche perché alcune startup hanno addirittura optato per il big jump: 6 le quotazioni in Borsa di società attive nel settore negli ultimi due anni. Dal social network MassRoots, che mette in comunicazione gli utilizzatori di cannabis a scopo terapeutico permettendo loro di recensire prodotti e rivenditori, alla prima società accolta sul New York Stock Exchange Innovative Industrial Properties, che di innovativo ha il fatto che investe in proprietà immobiliari e terriere votate alla coltivazione di marijuana.

Sarà il mercato in espansione, sarà che si tratta di un business dal declino improbabile, sarà il promettente weed of change portato dalla progressiva legalizzazione, ma le due aziende sopracitate sono parte di un club ben più ampio. Al punto che sono nate piattaforme finanziare volte a monitorare esclusivamente l’andamento azionario di questo settore. Dubbi sulle scelte d’investimento? MarijuanaStocks è il giusto consulente.

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