mercoledì, Dicembre 1, 2021

Un vaccino per le bufale può funzionare?

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Ci si può vaccinare contro le bufale? O magari contro la loro versione scivolosa e sofisticata, i cosiddetti “alternative fact” che segneranno la comunicazione del neopresidente statunitense Donald Trump (basti pensare alla polemica sul pubblico del giuramento)?

La risposta più naturale che verrebbe da fornire è che a difenderci dovrebbero essere l’istruzione, la cultura e soprattutto il senso critico. Che può e deve essere disgiunto dal mero nozionismo di base: si tratta infatti della capacità di farsi delle domande, di problematizzare un concetto, un’affermazione, una tesi, un titolo su Facebook spogliandolo delle sue ipersemplificazioni o, d’altro canto, delle sue artificiosità. Insomma, dell’abilità di base di diffidare sia del contenuto strillato che del complottismo ricco di dettagli e ipotetici scenari.

Non tutti, però, nell’epoca dell’analfabetismo funzionale – che è esattamente la carenza di quelle abilità di analisi e comprensione, oltre le elementari capacità di lettura e scrittura tout court – dispongono di questi strumenti. Ecco perché un gruppo di scienziati dell’università di Cambridge e di Yale ha pensato di analizzare in un paper la possibilità di produrre niente meno che un vaccino (comunicativo, ovviamente) contro le fake news. Cioè, in parole più semplici, una tattica psicologico-giornalistica che sia in grado di combattere la distorsione dei fatti. Inoculandoci il tarlo del dubbio.

Proprio come per i vaccini classici, i ricercatori suggeriscono di esporre preventivamente i lettori a una piccola dose di disinformazione. Così facendo le fesserie dovrebbero in qualche modo finire ai margini. “La disinformazione può essere appiccicosa, diffondendosi e replicandosi come un virus – ha spiegato Sander van der Linden, direttore del Cambridge Social Decision-Making Lab dell’ateneo britannico – l’idea è sottoporre un repertorio cognitivo che aiuti a costruire la propria resistenza a questo fenomeno in modo che la volta successiva le persone che vi si scontrano ne risultino meno suscettibili”.

Già, ma come si fa in pratica? L’indagine, pubblicata in Global Challenges, ha mostrato una possibile strada attraverso un falso esperimento. I ricercatori hanno sottoposto a duemila statunitensi due affermazioni sul riscaldamento globale in due passaggi diversi. Nel primo, le sciocchezze del titolo falso soppiantavano rapidamente i fatti assodati di quello vero. Catapultando i lettori al punto di partenza: quello, cioè, dei loro pregiudizi. Questo accadeva quando le due tesi erano presentate una dietro l’altra, in modo consecutivo. E dunque per questo fallimentare.

Viceversa, quando l’informazione reale era combinata con la disinformazione, ma nella forma di un avvertimento su alcune tattiche che certi gruppi usano per confutare le tesi scientifiche, la fake news perdeva risonanza fra i lettori. Nonostante la successiva esposizione del pubblico alla panzana.

Sembra un utile consiglio ai divulgatori e ai giornalisti: non evitate gli argomenti delle bufale. Anzi, includeteli nei vostri servizi sottolineandone l’infondatezza. Un compito certo complesso, specialmente quando si toccano certi argomenti. “Volevamo vedere se si potesse trovare un vaccino sottoponendo alle persone una piccola dose di quella disinformazione di cui avrebbero potuto fare esperienza. Una sorta di allarme che aiuti a proteggere i fatti”, ha aggiunto Van der Linden.

Nel dettaglio, le due tesi dell’esperimento raccontavano che la comunità scientifica fosse fortemente divisa sui cambiamenti climatici (falsa) e che il 97% degli scienziati fosse invece d’accordo sul riscaldamento globale provocato dall’uomo (vera). Gli scienziati hanno perfino messo a punto due tipologie diverse di “vaccino” informativo: una costituita appunto solo dall’avvertimento e una da un approfondimento.

Dettagli a parte, c’è anche da dire che anche questa strategia contro le bufale non è efficace al 100%. Come ha spiegato uno dei suoi autori, “non ci sono stati effetti fra i gruppi di utenti predisposti a rigettare le tesi scientifiche sul cambiamento climatico, non sembravano disponibili a sganciarsi alle teorie complottiste”.

Il risultato? Ci sarà sempre qualcuno completamente impermeabile ai cambiamenti. Una percentuale (per ora non troppo) residuale di fanatici resistenti a ogni tentativo. Ma c’è spazio per dare una mano alla maggioranza delle persone. Almeno un po’. Bisogna forse iniziare a scendere sul campo della bufala e a tirarla all’interno di un ragionamento dal perimetro fondato, evitando i toni da guerra dei mondi.

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