lunedì, Novembre 29, 2021

Taboo, parte I: prime impressioni sulla serie tv di Tom Hardy e Steven Knight

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Rimandata per molto tempo, si dice addirittura pronta dal 2015, finalmente all’alba del 2017 è arrivata sugli schermi della BBC One in Gran Bretagna e di FX negli Stati Uniti la serie tv creata dal divino Tom Hardy, Taboo. Per idearla e scriverla il bel Tom ha chiamato Steven Knight, sceneggiatore di lungo corso, nonché regista del trascinante Locke, e suo padre, Chips Hardy. Si dice che l’attore inglese abbia investito 2 milioni di dollari in questa miniserie di 8 puntate al momento autoconclusiva, destinati principalmente nella creazione di una scena londinese impeccabilmente sporca e sinistra e nell’adunata al suo cospetto di attori come Oona Chaplin, Edgar Hogg, David Hayman, Jonathan Pryce, Michelle Kelly. Sicuramente Hardy ci ha messo anche il suo sapere di attore nel definire il suo personaggio, James Keziah Delaney, sporco e tatuato, minaccioso e prepotente, vendicativo e inamovibile nelle sue decisioni. Questo è, infatti, il profilo del protagonista emerso dal primo episodio.

Di seguito la nostra analisi del pilota di Taboo, scritta da Tom Hardy, Chips Hardy e Steven Knight insieme a Emily Ballou e Ben Hervey, prodotta da Hardy, Son & Baker e Scott Free Production, distribuita in Gran Bretagna da BBC One, negli Stati Uniti da Fx Network e da Sonar Entertaimenet nel resto del Mondo. Girate interamente in Inghilterra, le otto puntate sono dirette da Anders Engstrom e Kristoffer Nyholm.

Domanda iniziale. Chi è James Keziah Delaney? Questo è il principale interrogativo proposto nel primo episodio. Più che capire quali e quanti misteri aleggiano attorno al suo personaggio e quanti taboo sono da sfatare, la prima puntata della serie si costruisce sui piccoli spunti e suggerimenti riguardati la vita di James. Si sa che era stato dato per morto, che manca da Londra da dieci anni, che si è arruolato nella Compagnia delle Indie, per poi andare in Africa. Si sa che ha una sorellastra, Oona Chaplin, e forse un figlio di 10 anni tenuto in ‘affidamento’ presso una famiglia. Parla a volte un idioma incomprensibile, forse una preghiera, forse un’esortazione. È sicuro inoltre che ha un bel gruzzolo da parte, e si capisce che è tornato a Londra perché ha intenzione di restarci e amministrare l’eredità paterna, in particolare la terra lasciatogli negli Stati Uniti. Visivamente tale mistero è subito proposto dalle prime immagini da un mare aperto, molto mosso, solcato solo da una piccola imbarcazione. Da qui toccata terra, scende un uomo incappucciato che sotterra molto in profondità un sacchetto, per poi togliersi il cappuccio e guardare con sguardo tagliente e quasi di sfida la città di Londra, proposta nelle immagini sporca e già maestosa. Il dubbio sulla storia e sul presente di James è, inoltre, accresciuto, sempre visivamente, da alcune inquadrature in cui l’uomo contempla da solo ciò che gli sta attorno come se stesse decidendo quali mosse compiere. Tali immagini sono intervallate da voci e suoni sovrapposti di urla che probabilmente rimandano a qualche suo ricordo. La puntata pilota, infine, presenta un unico flashback dai contorni sfumati in cui James cammina in un apparente obitorio e con sguardo fisso, mentre recita forse una preghiera, sfida visivamente un uomo di colore, incatenato e segregato a un asse di legno. Dunque, chi è James Keziah Delaney?

Le linee narrative. Alla domanda iniziale sono connesse un paio di sotto-trame che si focalizzano sulla famiglia. Alla fine del primo episodio James legge e brucia una lettera scritta dalla sorellastra in cui lei gli chiede di mantenere la segretezza su alcune vicende del passato che non è chiaro se riguardano la famiglia o altro. Poi c’è il mistero su chi sia il ragazzo di 10 anni, abbandonato esattamente quando James ha lasciato Londra a una famiglia di agricoltori. È possibile sia il figlio del misterioso protagonista? C’è anche da considerare la linea narrativa che dovrebbe illustrare i traffici, leciti ed illeciti, del padre a cui il figlio sembra essere strettamente connesso. Altra storia riguarda la Compagnia delle Indie, rappresentata da una lobby di uomini, e gli interessi sulla striscia di terra negli Stati Uniti, Nootka, lasciata dal defunto Delaney a James. Si evince da un incontro tra l’uomo e gli esponenti della Compagnia, in cui questi cercano di comprarla, che questa zona rappresenta un ponte per gli interessi commerciali della Corona con la Cina. In questo gioco di poteri c’è Londra. La città, almeno nel pilota, è descritta come un’entità a sé, sporca e sudicia, pervasa da uomini e donne dediti ai piaceri, ai vizi e alla vita facile, corruttibile. A ciò ovviamente si oppone le rigidezza di James e la sua incapacità di cedere alle tentazioni.

Taboo è una serie ‘cinematografica’? La cura visiva di Taboo è molto cinematografica. Visivamente si assiste a una netta contrapposizione tra le atmosfere cupe, il sudicio di Londra, la miseria per le strade e l’idea che la modernità sia molto distante, i visi distrutti dal vaiolo, prostitute sfatte e uomini con denti logori e corpi segnati dai tatuaggi, e dall’altro lato la perfezione dei salotti e dei costumi dell’aristocrazia con pettinature e vestiti inamidati. La camera viaggia tra questi due emisferi. Inquadra il fango per le strade, la sporcizia sui muri, fa percepire lo scricchiolio del legno dei pavimenti delle case dei nobili e allo stesso tempo propone primissimi piani dei difetti anatomici degli uomini. E poi c’è James. Il personaggio di Hardy non presenta, almeno in questo primo episodio, inquadrature specifiche ma solo primi piani sul suo occhio solcato da una cicatrice, sulla barba incolta, sui vestiti pesanti e logori e su quella macchia rossa che nella scena del funerale del padre solca il suo viso, distinguendolo così dal nero della massa.
Il cinema però, è anche altro che il pilota di Taboo sembra non restituire. Il pilota si compone di una serie di momenti di dialogo tra James e un altro personaggio così da dare una piccola luce sul suo passato e allo stesso tempo accrescerne il mistero. Queste scene sono riprese in primi piani o in campo e contro-campo perché sono le parole e le espressioni del viso a dover indicare l’emozione della scena. A spezzare il ritmo sono montate scene più veloci, con tagli netti e voci sovrapposte che rimandano al passato del protagonista. 

Il primo episodio di Taboo presenta interessanti spunti di sviluppo narrativo, soprattutto nella definizione del protagonista, in un impianto visivo consolidato e fisso. La serie di Hardy, infatti, si adagia su un canone narrativo della serialità, ossia nascondere per incuriosire, una scelta che probabilmente ha dei margini di sviluppo, forse già intuibili. In fondo, però, è solo la prima puntata.
A fra 7 episodi!

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