giovedì, Settembre 29, 2022

Boicottare funziona davvero?

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Ogni volta che Donald Trump apre bocca il resto del mondo si chiede: “E adesso che cosa accadrà?”. Per una volta, e spezzando una lancia in favore di tutti quegli economisti che non azzeccano mai una previsione, le linee economiche dettate dal presidente degli Stati Uniti hanno conseguenze che forse è possibile prevedere o misurare.

L’ultimo exploit riguarda la minaccia di imporre un’imposta del 20% sui prodotti che il Messico esporta verso gli States. L’imposta dovrebbe coprire i costi per la continuazione dei lavori di costruzione del muro al confine tra i due Stati. Il Messico, per tutta risposta, ha deciso di invitare tutti i messicani a boicottare i prodotti americani.

Indurre i consumatori  a non acquistare certi prodotti o servizi da aziende o Stati terzi non è una novità. Boicottare è un arma di dissuasione pratica, diretta, che tutti possono mettere in atto e che – almeno in teoria – ha immediati effetti negativi sui flussi di cassa delle imprese boicottate.

 Anche se non è  possibile stimare al momento il danno potenziale che le imprese statunitensi subiranno se davvero i 33 milioni di consumatori messicani in America, più il resto dei cittadini messicani a casa propria, decideranno di non acquistare Coca Cola e simili, esistono calcoli parziali.

Alcuni parlano solo in Texas di una perdita di 1,3 miliardi di dollari perché questa è la spesa totale dei consumatori latini in quello Stato. In realtà è una cifra che inverosimilmente le aziende statunitensi perderebbero per mano dei soli consumatori, e per un motivo molto semplice: anche se qualsiasi prodotto è sostituibile, in teoria, nella pratica non bisogna mai sottovalutare l’affezione di un consumtore al suo marchio preferito che, in assenza di sostituti all’altezza, difficilmente verrebbe soppiantanto.

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A colpire semmai le aziende americane sarebbero le scissioni di contratti di export con grosse catene messicane e contratti di fornitura di servizi e prodotti garantiti dagli Stati Uniti ai clienti latini. Ma siamo su un piano diverso da quello in cui noi comuni mortali entriamo fieri in un supermercato e diciamo no al marchio messo sotto accusa.

Lo scandalo delle emissioni Volkswagen, ad esempio, non ha dato vita a grandissimi iniziative di boicottaggio e non ha scalfito la vendita di auto tedesche. A far male alla casa automobilistica  sono semmai le multe salatissime imposte dalle Autorità statunitensi per tutelare i consumatori, e non il “no” al prodotto di quegli stessi consumatori.

La vera domanda che ci si deve porre, quindi, è se in generale i boicottaggi economici funzionino. La risposta è: dipende. Esistono due tipi di boicottaggio: quello promosso a livello politico e quello che parte direttamente da gruppi di cittadini/consumatori indipendentemente dalle indicazioni del proprio Governo.  Nel secondo caso le azioni di protesta fanno appena il solletico alle multinazionali. Con delle eccezioni, ovviamente. Uno dei casi di maggior successo – ma, appunto, sono rari – è quello che negli anni Novanta  portò i consumatori di tutto il mondo  a non acquistare più i prodotti Nike perché realizzati con lo sfruttamento di manodopera minorile in Cambogia. L’azienda perse tutti i contratti di manodopera che aveva nel Paese perché costretta ad andarsene (e giustamente) per poi resinsediarsi con nuove condizioni rispettose dei diritti umani (per la Cambogia in ogni caso il giro d’affari garantito dalle multinazionali americane del tessile nel territorio era all’epoca di 1 miliardo di dollari quindi non avrebbe boicottato facilmente le imprese che garantivano lavoro e denaro).

In generale, però, i boicottaggi indipendenti non funzionano. Qui potete consultare l’elenco aggiornato dei boicottaggi economici posti in essere da gruppi e associazioni nel mondo, una lista che due anni fa il Guardian spulciò con attenzione per un articolo che voleva fare il punto sull’utilità di questo tipo di protesta. La conclusione era appunto che no, boicottare alla fine non cambia di molto l’atteggiamento delle aziende a meno che le mobilitazioni siano iper massicce e costanti nel tempo.

Nel caso del Messico, invece, ci troviamo di fronte al primo tipo di boicottaggio, quello promosso direttamente da uno Stato contro le aziende di un altro Stato.  Precedenti famosi dimostrano che quando è un Governo ad orchestrare lo stop agli acquisti la misura ha effetti pesantucci sulle aziende o i Paesi presi di mira. Quando nel 2014  la Russia fu sanzionata dall’Europa per aver invaso l’Ucraina, Putin rispose bloccando l’importazione di prodotti provenienti dai Paesi che avevano votato a favore delle sanzioni. Per l’Italia – secondo stime Coldiretti fatte sulla base dei prodotti italiani inviati a Mosca e rispediti indietro –  fino ad oggi questo si è tradotto in una perdita di 600 milioni di euro di  beni agroalimentari e in una proliferazione dei prodotti “Italian sounding” cioè falsi. È chiaro che qui siamo in un terreno diverso dal semplice boicottaggio, perché in questo caso i consumatori russi il Parmigiano proprio non lo trovano sugli scaffali del supermarket, ma l’effetto del protezionismo è in realtà lo stesso che i movimenti indipendenti vorrebbero replicare dicendo no all’acquisto di determinati prodotti o servizi.

Il Messico per ora non ha imposto uno stop all’import dagli States – unica ipotesi che potrebbe davvero costituire un problema per le aziende americane – e forse riuscirebbe a piegare l’economia statunitense solo pilotando per anni un boicottaggio costante a sfavore dei prodotti made in USA. Proprio come la Palestina fa da anni contro i prodotti israeliani e che, secondo i dati della Banca Mondiale, ha prodotto nel 2015 un calo dell’export per Israele del 24% rispetto al 2014 dovuto proprio al mutato atteggiamento dei consumatori. Per ora, dunque,  la conseguenza più probabile potrebbe essere l’arrembaggio di competitor europei, giapponesi e indiani sul comparto automotive americano (“sostituzione” di auto USA con auto di altre marche a favore dei consumatori messicani) e in generale l’arrivo di prodotti non statunitensi in Centro America.

Chissà che magari al posto di Pepsi e Coca Cola, i messicani non vengano conquistati dall’italianissima Mole Cola.

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