martedì, Agosto 16, 2022

Autobahn, amore e motori sulle autostrade tedesche

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Autobahn, per alcuni un album dei Kraftwerk, per tutti gli altri le autostrade tedesche in cui i limiti di velocità a volte sono un optional ed è possibile vedere sfrecciare auto potentissime. In questo caso anche il titolo di un film che ovviamente mette al centro di tutto la velocità e gli inseguimenti in auto, o almeno dovrebbe, ma dopo un inizio con l’acceleratore al massimo il film decide di spiegarci tutto ciò che è successo prima di quel momento, nel più classico dei flashback.
Lui è un americano che spaccia nei rave di Colonia, lei una ragazza pura di cuore, che negli stessi rave serve da bere. Lui la sente parlare nel bordello della musica tecno ed è contento perché finora con le tedesche gli è andata male per colpa della lingua. La corteggia in maniera goffa ma simpatica, lei sta al gioco, ma poi lo mette di fronte a una scelta: o me o lo spaccio.

La maggior parte dei ragazzi avrebbe fatto spallucce e si sarebbe diretto verso qualche tedesca strafatta, ma lui è diverso, si chiama Casey e ha il volto perbene di Nicolas Hoult, lei invece è Juliette e può contare sullo sguardo inteso e la bellezza normale di Felicity Jones poco prima di diventare Jin Erso. Dunque è amore a prima vista, addio vita criminale.
Un amore raccontato con un montaggio molto interessante, in cui i mille istanti di una vita assieme si fondono tra di loro, perdendo il riferimento cronologico e cristallizzandosi in una sorta di unico grande luogo idilliaco, che ovviamente verrà distrutto dalla realtà che costringerà Casey a tornare ai suoi vecchi vizi e a confrontarsi con il cliché del cattivo raffinato ma brutale che fa lunghi monologhi, affidato a un Anthony Hopkins che va in pilota automatico, pescando dal repertorio.

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Per uscirne vivo dovrà stringere una strana alleanza col suo vecchio capo, ovvero un altro cliché: il boss della malavita pazzo, pacchiano e un po’ buffone che vive di paranoia, prostitute e pistole d’oro, ovvero Ben Kingsley che sembra ripartire dove si era fermato con il Mandarino di Iron Man 3.

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Alla regia di Autobahn, che in originale si chiama Collide, troviamo Eran Creevy, che dopo essersi fatto le ossa nei videoclip e al fianco di Minghella, Vaugh e Allen ha confezionato un paio di action decisamente interessanti. Questo è infatti il suo terzo film dopo Shifty, piaciuto ai Bafta, e Welcome to the punch con McAvoy e Strong. Doveva essere insomma una sorta di consacrazione, ma purtroppo non tutto è andato per il verso giusto.
Da una parte abbiamo una mano decisamente europea nel trattare l’azione, delle soluzioni di regia e montaggio senza dubbio interessanti (tipo il racconto della storia d’amore), una capacità nel mescolare inquadrature più ampie con punti di vista all’interno dell’auto e la voglia di utilizzare stunt reali e non computer grafica. Dall’altra una storia che si sgonfia prestissimo dopo essersi presa del tempo per costruire i personaggi abbastanza stereotipati e che è costretta a rifugiarsi in situazioni inverosimili per andare avanti.

Quando infatti l’azione ingrana diventa tutto eccessivo, senza però alle spalle il contesto di Fast & Furious. Un ragazzetto con buone doti di pilota diventa una sorta di essere inafferrabile e invulnerabile, capace di sollevarsi dopo ogni schianto e confrontato da decine di scagnozzi armati, comandati da un hipster barbuto fuori tempo massimo, che non riuscirebbero a colpire il mare neppure cadendo da una barca. Per non parlare della polizia tedesca che sembra uscita da uno di quei videogiochi di guerra in cui alla fine devi sconfiggere il nazismo da solo.

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Ben presto tutta l’empatia che poteva nascere dopo la prima parte si sgonfia rapidamente e l’azione diventa quasi una parodia, una collezione di soluzioni prive di senso, un continuo eccesso montato con stacchi rapidissimi che a volte non rendono neppure giustizia al lavoro degli stuntman.
L’idea dell’eroe che fa tutto in nome dell’amore diventa via via sempre più ridicola, mentre l’azione e la sua incapacità di prendersi delle pause sensate diluiscono il pathos in un brusio di motori spinti al massimo. Creevy ha senza dubbio una buona mano e uno stile che potrebbe evolversi in qualcosa di interessante, ma stavolta gli è mancata la capacità di bilanciare tutti gli elementi del cocktail, magari sarà per la prossima volta.

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