giovedì, Dicembre 1, 2022

Tradurre Finnegans Wake di Joyce è oggi un atto politico

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Il 4 maggio 1939 venne pubblicato, dopo quasi sedici anni di lavoro, il Finnegans Wake di James Joyce, quella che sarà la sua ultima opera ma anche la più grande espressione del suo genio letterario. Un’opera, inoltre, che grazie alla sua dimensione totalizzante, universale, onirica e metalinguistica è spesso definita come intraducibile. Eppure continua ad essere tradotta e proprio in queste settimane ne è uscita per Mondadori e per la prima volta in italiano una nuova parte, il Libro III (capitoli 1-2).

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In Italia la traduzione, iniziata nel 1982, è stata portata avanti da Luigi Schenoni; dopo la sua morte, avvenuta nel 2008, i traduttori ed esperti joyciani Enrico Terrinoni e Fabio Pedone si sono presi l’arduo compito di portare a termine l’impresa, con una data ben precisa in mente: quella del 4 maggio 2019, a ottant’anni esatti dalla prima edizione. Ma perché, appunto, tradurre l’intraducibile?

www.mondadoristoreIn Finnegans Wake Joyce adotta una lingua proteiforme, sfuggente, stratificata, estremamente inventiva: ci sono vocaboli di 100 lettere (quelle che chiamava parole-tuono), inserti in latino, sanscrito, esperanto, in numerose lingue europee (dal norvegese all’italiano), continui giochi di parole, neologismi, perfino lallazioni e altri linguaggi infantili. Lo scrittore irlandese giocava continuamente con la lingua, piegandone all’infinito le possibilità di forma e di senso. Ne esce quello che potrebbe essere una storia universale deviante o un poema eroicomico metaletterario, ma soprattutto – come diceva Joyce stesso – un chaosmos: ordine che si fa confusione e viceversa.

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Terrinoni e Pedone ci hanno dedicato dalle quattro alle cinque ore di ogni giorno degli scorsi 3 anni, lavorando spesso in parallelo e a distanza, confrontandosi su Skype e interagendo tramite i commenti sui documenti di testo. L’obiettivo era quello di rendere un onorevole servizio al testo di Joyce, ma anche farlo uscire dall’accusa elitista di essere troppo complesso, troppo letterario e difficile: “Finnegans Wake è uno dei libri più democratici che siano mai stati scritti“, spiega Terrinoni, “il lettore è messo al centro in ogni istante, ogni parola può essere interpretata in diversi modi“.

L’astrusità di quest’opera non deve far dimenticare la sua grana letteraria che, grazie alle trame al limite dell’assurdo e il continuo gioco linguistico, è anche estremamente comica e perfino attuale: “È un libro che aiuta a vedere la connessioni che legano tutte le cose“, continua Terrinoni. Molti decenni prima di Wikipedia, Finnegans Wake mostra quanto esteso e interconnesso possa essere lo scibile umano, tenendo assieme la cabala e la lirica italiana, la numerologia, i canti medievali, la sessualità e molto altro. E si fa anche generatore di altra conoscenza: Murray Gell-Mann scelse quark come nome della sua particella subatomica proprio dopo aver letto questa parola in Joyce.

finnegans-wakeUno schema che illustra le varie chiavi simboliche e interpretative di Finnegans Wake

Ma c’è un altro fondamentale motivo per cui la traduzione di Finnegans Wake assume oggi una valenza assolutamente contemporanea e la chiave sta proprio nel suo uso della lingua: “Quella di Joyce è una ribellione contro ciò è che stato già detto, contro la repressione imposta dalla lingua dei vincitori“, spiega Pedone riferendosi al fatto che lo scrittore irlandese fa letteralmente esplodere una lingua non sua, l’inglese dei colonizzatori britannici. “È una specie di emancipazione linguistica: con la sua opera fa rientrare nella centralità del discorso la parola dell’escluso, di chi sta ai margini“.

Tradurre l’intraducibile significa, dunque, venire a patti con i significati che realmente riusciamo a trasmettere. In un momento storico come il nostro in cui tornano cruciali (ma anche ambigui) concetti come verità, inclusione e integrazione, continuare a tradurre Finnegans Wake non può che essere un atto profondamente politico, un tentativo di sfuggire alla mancanza di senso riprendendoci ciò che abbiamo di più caro: le parole.

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