martedì, Agosto 16, 2022

Il Padre d’Italia è il “film italiano” a cui vale la pena dare una chances

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Da subito la storia di Il padre d’Italia suona strana e lontana da pietismo che il nostro cinema riserva a chi ha tra i 25 e i 40 anni oggi. Nel film troviamo un protagonista, graziato dall’avere un buon posto di lavoro che, dopo aver conosciuto una ragazza scapestrata, incinta e (apparentemente) senza radici, lentamente si lascia coinvolgere e sceglie di mollare tutto per l’incertezza.

Se questo, cioè un personaggio che lascia il certo per l’incerto in anni in cui le certezze lavorative sono  scarse, già suona anomalo per gli standard blandi con cui il cinema italiano si occupa dell’attualità (ripetendo fino allo sfinimento le solite condanne giuste ma anche molto facili), ancor più lo è il fatto che, in questo film, un uomo e una donna si conoscono e rimangono folgorati l’uno dall’altro ma senza attrazione sessuale, perché lui è gay.
Il Padre D’Italia, in buona sostanza, è il racconto di un sentimento di cui raramente si occupa il nostro cinema.

Non fa strano  che al centro di tutto ci sia Luca Marinelli, uno degli attori più bravi a scegliere ruoli interessanti (tra poco uscirà anche Slam, in cui ha una parte piccola e gustosissima), e Isabella Ragonese.
A scatenare il tutto è il fatto che i due si conoscono nella dark room di un locale del Nord; lei è incinta ed è la cantante di un gruppo che non fa proprio i salti mortali per riaverla con sé. I due rimangono legati dal bisogno di lei di un posto dove dormire, poi continua a legarli la necessità di trovare qualcuno che la riaccompagni dal suo ragazzo (il cantante del gruppo), a cui si aggiunge l’esigenza di tornare a casa (a Roma!) e a seguire finiranno a Napoli e  giù fino alla Calabria da cui lei proviene e in cui ancora c’è quella famiglia che non la vede di buon’occhio a causa del suo atteggiamento anticonformista.

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Non sono certo i presupposti più originali del mondo. Ancora meno originale è il fatto che questo viaggio vada dal Nord (industriale e lavorativo) al Sud (pieno di sole e festaiolo). È un canovaccio che risponde così tanto a canoni ferrei che se fossimo in un film di genere, cioè in una storia poliziesca invece che drammatica, potrebbe essere definito “di serie B”, usando l’espressione come complimento. Proprio come il cinema di genere infatti Il Padre D’Italia trova la sua originalità non nella sinossi ma nello svolgimento, nei silenzi di Marinelli, interrotti da schegge di umorismo affilatissime grazie al talento che da tempo gli riconosciamo.

Purtroppo anni di film italiani su questa scia hanno fiaccato qualsiasi disponibilità, qualsiasi entusiasmo per l’ennesimofilm drammatico italiano”, con protagonisti non convenzionali, viaggi formativi e maturazioni interiori a fronte di poca azione e tante parole. Il Padre D’Italia ha infatti l’handicap di appartenere a tutti gli effetti a quella categoria vituperata (spesso a ragione) che va sotto il nome di “tipico film italiano”, quella per la quale il pubblico è più dubbioso. Tuttavia, questa volta, chi avrà il coraggio di superare una comprensibile diffidenza si troverà di fronte a quanto di più simile al cinema indipendente fatto bene che possa esistere da noi.

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