giovedì, Agosto 18, 2022

La crisi con la Corea del Nord è l’anticamera della crisi con la Cina

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Delle sanzioni economiche contro il proprio paese, Kim Jong-Un se ne infischia. È quanto si legge sulle testate internazionali oggi, dopo che fonti della difesa americana e sudcoreana hanno segnalato l’esplosione questa notte in fase di lancio di un missile partito dalla Corea del Nord. Sarebbe l’ennesimo tentativo della dittatura nordcoreana di rimarcare il suo pieno diritto a un programma di difesa (o di attacco) nucleare, chiaramente mal digerito da Stati Uniti d’America e  Corea del Sud.
Ma fermare la minaccia di una nuova guerra nucleare con una minaccia sanzionatoria, di natura economica, senza un lungo e precedente lavoro di diplomazia è come cercare di fermare un treno alta-velocità con una corda elastica.

Le condizioni economiche del paese più chiuso al mondo sono avvolte da un alone di mistero. Il dati della Cia (che ha un meraviglioso database con informazioni demografiche ed economiche di quasi tutti i paesi del mondo) riescono a risalire fino al 2014 segnando un Pil pari a 40 miliardi di dollari e un debito pubblico di circa 20 miliardi di dollari.

Se si cercano le principali voci di sostentamento della nazione è l‘industria militare a farla da padrona. Perché l’export di prodotti a malapena arriva a eguagliare i traguardi di un paese del terzo mondo.

Nonostante la limitatissima diversificazione dell’economia, nonostante la chiusura estrema e ben cinquant’anni di sanzioni a ciclo quasi continuo che caratterizzano la vita nordcoreana, il Paese resta in piedi.

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La popolazione in qualche modo sembra resistere. Ma non è possibile stimare l’impatto di ulteriori sanzioni se non si conosce bene la situazione reale.
Da qui la domanda: come può pensare una potenza occidentale come gli Stati Uniti di disinnescare il rischio nucleare di un piccolo ma minaccioso paese con minacce che al massimo farebbero il solletico alla dittatura militare di Kim Jong-Un?

Se anche voi vi siete fatti questa domanda, la domanda è spontanea ma  sbagliata. L’ostinazione statunitense nel presidiare da lontano i confini nordcoreani e le mosse folli del suo leader ha una ragione direttamente strategica e una ragione indirettamente economica. Nel 2013 Marco Milani analizzava su Limes lo stesso identico scenario (da sempre la Corea conduce test nucleari e azioni militari per rispondere alle attività di difesa congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud), centrando la questione:  la Corea del Nord fa paura non solo perché un attacco nucleare sarebbe l’inizio della fine, ma soprattutto perché una guerra diretta a riconquistare la Corea del Sud produrrebbe un tale numero di sfollati e una tale destabilizzazione nell’area orientale da minacciare soprattutto la Cina, paese che subirebbe per primo gli effetti del conflitto.

Per gli Stati Uniti una guerra contro Kim Jong-Un aggiungerebbe costi ai già 4.9 trilioni di dollari spesi fino ad oggi per gli impegni militari in cui il governo americano è stato coinvolto in prima linea (Iraq e Afghanistan).

Il conflitto potrebbe colpire indirettamente la Cina, non pronta a far fronte a una emergenza umanitaria e finanziaria di vasta portata, il che ne indebolirebbe l’economia ma soprattutto  incrinerebbe i rapporti politici e  commerciali con gli Stati Uniti dove il Dragone ha investito negli ultimi 10 anni qualcosa come 114 miliardi di dollari. E non vale considerare la degenerazione dei rapporti tra le due potenze come il frutto delle politiche di Trump: nessuna amministrazione statunitense, a partire da quella di Bush Junior, si è davvero impegnata ad adottare un programma diplomatico per attutire le tensioni coreane, pur sapendo quanto gli equilibri in quella parte di pianeta siano vitali per Pechino, anzi: sotto Obama la presenza militare nelle acque confinanti con il feudo di Kim-Jong Un è stata intensificata a favore delle protezione della Corea del Sud o, secondo altre analisi, a favore di un chiaro messaggio alla Cina che invece ha sempre preferito il mantenimento dello status quo e della dittatura nord-coreana pur di non subire gli effetti della destabilizzazione.

Ma la guerra fredda tra dollari e yen non va sottovalutata. Gli Stati Uniti contano nel paese asiatico oltre 1300 aziende, più di 1 milione e mezzo di lavoratori americani: la vera guerra da temere, dunque, non è quella tra America e Corea del Nord ma quella molto più devastante, sul piano economico, tra Usa e Cina, due realtà contrapposte ma ormai troppo dipendenti l’una dall’altra per voltarsi le spalle e far finta di nulla.

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