venerdì, Aprile 12, 2024

Perché in Italia esistono i diritti di prevendita?

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 Il pubblico a un concerto (Travis Chanter)Il pubblico a un concerto (Travis Chanter)

La cifra varia da pochi centesimi a qualche euro. È il prezzo da pagare per poter acquistare in anticipo il biglietto di un concerto, di un film al cinema o di uno spettacolo a teatro. Diritti di prevendita, è questa la voce con cui si inquadra l’obolo. La logica di chi organizza l’evento è pressapoco la seguente: dato che ti offro la possibilità di assicurarti in anticipo un posto a sedere e di sceglierlo dove preferisci, ti chiedo in cambio un riconoscimento per questo servizio. E così, dalla partita di calcio al musical, dalla pièce di prosa all’ultimo blockbuster, fioccano i diritti di prevendita sui biglietti. Per alcuni si tratta di un piccolo prezzo da pagare per avere il posto assicurato, mentre per altri si tratta di una specie di tassa senza alcun senso.

Per la tappa del 2 luglio a Cattolica dei Bastille, per esempio, il biglietto costa 32 euro su Ticketone, a cui aggiungere 4,80 euro di diritti di prevendita. Sempre sullo stesso portale, il pacchetto vip per il concerto di J-Ax e Fedez, tappa a Reggio Calabria il prossimo 3 aprile, costa 93 euro.

A questi vanno aggiunti 7 euro di diritti di prevendita e 6,10 euro per le commissioni di servizio. Vivaticket, società del gruppo Best Union, sta gestendo in esclusiva la vendita dei biglietti del concerto che Vasco Rossi terrà a Modena il prossimo 1° luglio. Ai ticket, da 50 a 75 euro, Vivaticket applica il 12,5% di diritti di prevendita e il 4% di commissioni. Uno spettatore può spendere fino a 12 euro in più per assistere alle esibizioni di Vasco.

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I diritto di prevendita in Italia sono “parte integrante del corrispettivo previsto per assistere allo spettacolo“, spiega Siae nel 2001. Li inquadra un regolamento di Assomusica, l’associazione che organizza spettacoli di musica dal vivo. Al capitolo 2, “Biglietti e prevendite”, Assomusica spiega che “il prezzo finale allo spettatore del biglietto in prevendita non deve superare (se non per arrotondamento alle mille lire o ai 50 centesimi di euro superiori) il 15% del valore nominale del biglietto“. La federazione è nata nel 1996, perciò i valori sono espressi in lire, ma la percentuale del 15% è valida ancora oggi. Chi determina la presenza e l’importo dei diritti è l’organizzatore dell’evento. Deve distinguere in modo trasparente la somma dal prezzo del biglietto e da eventuali commissioni, che sono a carico di chi vende il biglietto, e anche sui diritti si pagano le tasse.

Tuttavia i diritti di prevendita non esistono solo in Italia. Le 116 sterline da sborsare per assistere al concerto di Lady Gaga a Manchester comprendono 11 sterline di booking fee, il corrispettivo dei nostri diritti di prevendita. Per i concerti i clienti sono disposti a chiudere un occhio sui diritti di prevendita. Considerato che oggi per aggiudicarsi un biglietto bisogna riuscire a essere più veloci dei software del secondary ticketing, gli spettatori sono disposti a pagare, piuttosto che rischiare di dover sborsare centinaia di euro in più per un ingresso su un sito di rivendita. Best Union ha siglato un’intesa con Siae per evitare che i biglietti di Vasco finissero nelle grinfie dei bagarini online. Tuttavia, dei diritti di prevendita non si parla volentieri. Alle richieste di chiarimento sull’applicazione di tali commissioni, l’ufficio stampa di Vivaticket ha risposto che “le risorse che potrebbero esserle utili sono impegnate all’estero”, e alla domanda su quando sarebbero rientrati i responsabili per un confronto, ha precisato: “Non sappiamo indicarle una data”.

I diritti di prevendita insistono anche su eventi dove l’urgenza di accaparrarsi un posto in anticipo pare attenuata. Come la mostra di Manet a Palazzo Reale a Milano, per esempio, anche se si compra il biglietto il giorni in cui si può verosimilmente immaginare che non ci sia coda. Nel caso dei cinema, invece, i diritti di prevendita vanno in tasca ai gestori delle sale che hanno biglietterie online. In questo caso non vale la regola del 15% di Assomusica, ma gli esercenti si organizzano in base a propri criteri.

Il circuito The Space, per esempio, applica un costo fisso di 1,2 euro per la prevendita. “La possibilità di scegliere il posto nel giorno e l’orario preferito, avendo la sicurezza di trovarlo, è un valore che il cliente riconosce – comunica via mail l’ufficio stampa della catena -. Il servizio per alcuni clienti viene offerto gratuitamente (per esempio con alcune card del circuito)”. Ma perché pagare? “Il servizio ha dei costi legati all’infrastruttura: gestionali e di sviluppo”, risponde la catena.

Anche il gruppo Uci Cinemas applica i diritti di prevendita alle transazioni via internet o app. “È previsto un diritto di prevendita che, come per i prezzi dei biglietti, segue una logica territoriale, comunica la società, e nei 48 cinema dei circuita varia da 50 centesimi a 1 euro.

Tuttavia i diritti di prevendita non sono la regola assoluta e, proprio perché a stabilirli sono gli organizzatori, anche su piattaforme come Ticketone e Vivaticket si acquistano eventi senza versare l’obolo. Il Piccolo Teatro di Milano, come spiega Giovanni Pisano, responsabile marketing e biglietterie, “non ha diritto di prevendita sull’online”. Il contributo è rimasto in vigore “per le prenotazioni telefoniche”, prosegue il manager, un servizio esternalizzato e tuttavia poco utilizzato rispetto allo sportello internet.

Ma i diritti di prevendita sono leciti? “In sé il diritto di prevendita non è vietato, ma ci deve essere trasparenza, deve essere chiaro fin dall’inizio, altrimenti, se viene mostrato solo alla fine, può essere una pratica commerciale scorretta, “spiegano dagli uffici dell’Autorità garante per la concorrenza e il mercato. “Un altro aspetto è verificare che dietro il diritto di prevendita non si nasconda una commissione per il pagamento con la carta di credito”. Lo vieta il Codice del consumo, tanto che l’anno scorso l’Authority ha sanzionato Norwegian Airlines, Blue Air e Aci per aver applicato maggiorazioni a chi utilizzava la carta di credito per i pagamenti.

Tuttavia, contro i diritti di prevendita ha preso posizione l’ufficio legale del Movimento consumatori. Il 7 gennaio 2008 l’associazione di consumatori presenta un esposto proprio all’Antitrust perché esamini “pratiche poste in essere nel mercato della prevendita dei biglietti per eventi culturali, che potrebbero essere ritenute illegittime ai sensi della legge 287/1990 e del Trattato Ce“. Secondo il Movimento consumatori “i fatti indicati mettono in evidenza che nel mercato esiste una struttura dei prezzi ripartita in un prezzo base, il prezzo del biglietto associato all’evento, e un supplemento, il diritto di prevendita, determinato in percentuale sul prezzo base“. Però “tale struttura di dual pricing non è giustificata economicamente“.

I legali dell’associazione, Monica Multari e Massimo Giordano, puntano il dito contro il calcolo in percentuale, che “non costituisce il corrispettivo per le spese sostenute a fronte della fornitura del servizio di prevendita“. In sostanza la tesi è che se il diritto di prevendita dovesse ripagare i costi per distribuire i biglietti in rete o attraverso call center, dovrebbe avere un valore fisso, mentre il contributo varia “all’aumentare del costo base del biglietto, che ovviamente varia in relazione al posto scelto“. “In verità la prevendita può costituire una riduzione dei costi, giacché riduce il rischio di impresa“, insistono gli avvocati. Se so in anticipo quanto incasso da un evento, posso decidere per tempo di annullarlo se non è redditizio. E con le innovazioni tecnologiche, prosegue l’esposto, i costi si sarebbero dovuti ridurre. Per gli avvocati i diritti di prevendita non sono né più né meno che la copia dei costi di ricarica che gli operatori telefonici applicavano alle ricariche, un sistema di dual pricing abolito per legge nel 2007 con beneficio del mercato.

Che fine ha fatto la denuncia del Movimento consumatori? “L’Antitrust ha tenuto in sospeso l’esposto“, risponde Multari. Perché? Il 14 marzo 2002 l’Autorità prende atto che esiste un accordo sulla distribuzione online dei biglietti tra Ticketone e i 20 ex soci della Panischi srl più altri 10 promotori di eventi culturali, tra cui Barley Arts, Live,  Trident Agency, Cose di Musica, Indipendente Eventi e Produzioni, Milano Concerti, Musica da Leggere, On the Road, Paddeu Produzioni e Studio programmazione spettacoli. L’intesa assegna a Ticketone una concessione esclusiva di 15 anni per la vendita in rete degli eventi organizzati da queste società, con quote crescenti del volume di biglietti da collocare (fino al 30%). Nel documento dell’Antitrust si legge che “Ticketone, per ogni biglietto venduto o prenotato, tratterrà un importo pari all’intero diritto di prevendita fissato nella misura del 15% del prezzo del biglietto“. L’accordo e la frammentazione del mercato di allora frenano l’Antitrust dal prendere provvedimenti.

Pochi giorni fa, però, l’accordo è scaduto. E per l’avvocato Multari ci sono le condizioni per sollecitare l’Antitrust a esaminare l’esposto del movimento. “O diritti di prevendita remunerano chi organizza l’evento – insiste il legale – o sono costi di commissione aggiuntivi a quelli che già ci sono. E allora non hanno senso“.

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