mercoledì, Aprile 24, 2024

Sapessi come è strano imparare a fare videogiochi a Milano

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C’è quello che è riuscito a ottenere un anno di aspettativa in ufficio per venire a Milano a studiare, quello con i figli a casa che lo aspettano, quello che aveva una fabbrica ma ha deciso di reinventarsi, la ragazza che ritira sicura il diploma per poi correre a farsi fiera un selfie con le amiche e il ragazzo un po’ impacciato in giacca e cravatta che sembra ricordarci che in fondo il vero nerdismo non muore mai. Questi sono i volti e i sorrisi che ho potuto scorgere durante la consegna dei diplomi della Digital Bros Academy, uno dei pochi luoghi nel nostro paese in cui si sta iniziando a colmare l’enorme voragine che per anni ha separato l’industria dei videogiochi da chi voleva imparare a svilupparli.

Sono andato alla cerimonia spinto dalla curiosità, volevo vedere chi oggi decide di investire tempo e denaro per rincorrere il sogno un po’ evanescente di lavorare nel mondo dei videogame. Sì perché se è vero che questo settore anche in Italia è finalmente in fermento, che i talenti abbondano e le idee buone pure, manca però un’infrastruttura che ne comprenda e supporti il valore.

Senza dubbio abbiamo fatto piccoli grandi passi, ma per le realtà di sviluppo locali intercettare i finanziamenti giusti non è affatto facile inoltre, tolta qualche eccezione, tipo Ubisoft Italia o Milestone, i grandi studios sono tutti all’estero. La stessa AESVI, l’associazione di categoria degli sviluppatori di videogiochi in Italia, definisce il settore in una fase di startup.

In questi giorni si parla molto di giovani con poca voglia di lavorare e tanta di parlare, di partite di calcetto e curriculum lanciati come tante frecce contro un muro abbastanza impenetrabile chiamato “mercato del lavoro”. Ebbene quello che ho notato durante la cerimonia della Digital Bros Academy è stato un gruppo di persone che quel muro cerca di scalarlo col coltello tra i denti, lavorando duro, con la consapevolezza che c’è ancora tanto da fare prima di potersi dire arrivati e che gli schiaffi saranno copiosi e anche duri da mandar giù, soprattutto perché la strada che ha scelto è decisamente tosta. L’ultimo corso ha formato 32 Game Designer 14 programmatori e 19 Artist & Animator 2D/3D, sarà molto dura per il mercato italiano assorbire tutte queste competenze, anche se l’accademia vanta un tasso del collocamento dell’80%.

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Durante il tempo trascorso insieme ho cercato di guardare in faccia questi studenti, di età variabile da 18 a over 30 con i più giovani ovviamente a costituire la maggioranza. Non c’era la boria, né la superficialità, la spocchia e la pochezza di contenuti che ogni tanto emergono da qualche articolo che vede nell’accoppiata giovani e videogiochi una sorta di binomio satanico che porta alla lobotomia e all’alienazione, piuttosto ho visto nei loro occhi ciò che serve per decidere di volerli creare: una passione ai limiti dell’incoscienza.

Guardarli sfilare sul palco è stata un’interessante lezione di sociologia contemporanea in grado di abbattere molti pregiudizi: lo stereotipo dello sviluppatore imbranato, goffo e a digiuno di bon ton andrebbe forse lasciato alle commedie degli anni ’80. Di fronte a me c’erano solo persone come tante altre — ragazzi, ragazze, uomini e donne con una vita, affetti, hobby e interessi — non strani alieni arrivati da un altro mondo, persone che dovrebbero essere esempi da sbattere in faccia a chi vuole vedere nei giovani d’oggi solo eterni mocciosi che sanno solo lamentarsi o che non vogliono fare niente della propria vita. Anzi devo ammettere che proprio nel constatare questa normalità mi sono un po’ vergognato, perché nel 2017 creare videogiochi dovrebbe essere vista come una professione qualunque, non una pratica a metà tra l’alchimia e l’hobby. Un lavoro duro, per il quale sono necessarie competenze specifiche e anni di studio, non fantascienza.

Ebbene credo che questi ragazzi siano dei privilegiati, ma non perché sono riusciti a sostenere una retta senza dubbio considerevole per una famiglia media, ma perché hanno un sogno, stanno facendo il possibile per realizzarlo e hanno accanto qualcuno che ci ha creduto abbastanza da permettergli di provarci, che sia un padre generoso o un capo comprensivo. Hanno un obiettivo nella vita e stanno cercando di domare un drago per raggiungerlo, sperando di poter contare su quel misto di passione, esperienza e fortuna che contraddistingue chi ce la fa.

E forse la ricchezza più grande di questo corso non sarà solo aver imparato il coding o come sviluppare un gioco interessante, ma anche tutto ciò che, al netto delle competenze, è altrettanto importante oggi per riuscire a spuntarla, soprattutto nei settori più ostici: la capacità di lavorare in gruppo, lo sviluppo di una rete di contatti, il saper gestire una campagna di crowdfunding e avere la valigia pronta per un treno che passa senza aspettarti.

Perché, inutile girarci intorno, la loro sarà una vita dura e per fortuna nessuno dei docenti ha cercato in qualche modo di indorare la pillola. Una volta finiti i brindisi e le premiazioni questi ragazzi si ritroveranno di fronte a un mondo che non ha ancora capito bene ciò di cui sono capaci, di fronte ad aziende che avranno pochi soldi per grossi progetti, saranno forse costretti a cercare opportunità all’estero, dovranno spesso lavorare su fusi orari multipli per portare a termine il proprio compito ed essere pronti ad accettare qualche sorriso di circostanza quando riveleranno il proprio lavoro.

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