martedì, Giugno 28, 2022

Gli investimenti del Qatar in Italia sono a rischio?

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Sheikh Tamim bin Hamad Al Thani, Emiro del QatarSheikh Tamim bin Hamad Al Thani, Emiro del Qatar

Da qualche giorno sull’emirato del Qatar si sono accesi i riflettori della politica internazionale. La ragione è delicata: i vicini di casa – Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Yemen e Bahrein – hanno deciso di chiudere i confini e interrompere i rapporti diplomatici con Doha, mossi dal sospetto che lo Stato appoggi il terrorismo islamico, supportandolo economicamente e diffondendo i suoi messaggi d’odio integralista. L’Italia non c’entra niente, verrebbe da pensare. E invece c’entra.

C’entra perché il Qatar, tra gli Stati più ricchi del mondo grazie al petrolio e al gas naturale liquido (di cui è primo produttore su scala globale), attualmente guidato dall’emiro trentasettenne Sheikh Tamim bin Hamad al-Thani, d’Italia se n’è comprata un bel po’. Per la precisione, il fondo sovrano Qatar Investment Authority (Qia) ha investito in Italia circa 6 miliardi di dollari – su un patrimonio complessivo stimato di 335 miliardi – divisi tra i settori bancario, finanziario, dei trasporti, immobiliare, turistico e moda.

Ma come stanno andando le diverse aziende ex-made in Italy dopo l’acquisizione araba?

Affermarlo non è semplice, dato che gli investimenti qatariani si sono per lo più focalizzati su società private e quindi prive di informazioni pubbliche. L’unica presente in Borsa è Coima Res, società di gestione di portafogli immobiliari (in sostanza, acquista enormi e prestigiosi edifici e li concede in locazione a multinazionali e banche), fondata e guidata da Manfredi Catella e posseduta al 40,1% dal Qatar.

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Tutto sommato la performance è positiva: il titolo ha toccato massimi di 8,9 euro subito dopo l’Ipo nel maggio 2016, per viaggiare oggi sui 7,6 euro. I risultati del primo trimestre 2017 parlano di un valore di portafoglio di 544 milioni e di utile netto di 7,5 milioni, contro i 491 milioni in portafoglio e i 6,3 milioni di utile del terzo trimestre 2016.

Stesso andamento roseo si può presumere per l’altro grande investimento immobiliare: i grattacieli di Porta Nuova. I 25 edifici del quartiere milanese, tra cui le torri Unicredit e il bosco verticale, che complessivamente valgono oltre 2 miliardi, sono 100% qatariani. E lo sono da quando, nel febbraio 2015, il fondo sovrano ha acquistato il 60% di azioni non ancora in suo possesso dai precedenti proprietari (tra cui UnipolSai e i fondi Hines e Coima), facendo loro guadagnare oltre il 30% di quanto investito.

Torri Unicredit, piazza Gae Aulenti - MilanoTorri Unicredit, piazza Gae Aulenti – Milano

Il primo ingresso del Qatar in Italia è però datato 2009, in un settore di particolare interesse sia per l’emiro che per l’allora Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi: Adriatic Lng, società posseduta al 45% dal Qatar che ha realizzato al largo di Porto Levante la prima struttura offshore al mondo per lo stoccaggio di gas naturale liquefatto. I dati di bilancio parlano di una società che dopo cinque anni di stabilità (ricavi medi di 225 milioni, utile intorno ai 20 milioni), nel 2015 ha vissuto il suo anno d’oro, con un fatturato di 262 milioni e un utile di quasi 31.

Altro settore molto caro all’emirato è quello della moda. È nel 2012 che Sheikha Moza, seconda moglie del precedente emiro, stanca di acquistare abiti di Valentino ha deciso di acquistare direttamente Valentino. L’ha fatto attraverso Mayhoola for Investment, holding riconducibile direttamente a lei, per la (gonfiatissima) cifra di 700 milioni di euro. Con l’acquisizione del gruppo, i precedenti azionisti (tra cui Luca e Gaetano Marzotto, al 20%) hanno ceduto il controllo di Valentino Spa e la licenza M Missoni, mentre l’altro marchio, Marlboro Classics, è rimasto al fondo Permira, ex proprietario all’80% di Valentino Fashion Group. L’acquisto si è ben presto rivelato tutt’altro che un vezzo della first lady qatariana. Valentino, dal 2012, grazie anche alla gestione dell’italiano Stefano Sassi è decollata, rivelandosi un investimento studiato e un ingresso vincente nell’industria del fashion made in Italy: i ricavi sono saliti da 458 milioni nel 2012 a 1,047 miliardi a fine 2015; il risultato netto è passato da una perdita di 60 milioni nel 2012 a un utile di 75 milioni nel 2015, con tanto di distribuzione di dividendi per 30 milioni.

<> on July 9, 2015 in Rome, Italy.

Stesso settore ma risultati meno brillanti per l’acquisto di un’altra italiana, Forall Confezioni, azienda cui fa capo il marchio d’abbigliamento maschile Pal Zileri: il calo nei numeri registrato quando la società era ancora italiana, dal 2012 al 2014, è proseguito anche in seguito all’ingresso di Mayhoola. Il fatturato è sceso da 125 milioni nel 2014 a 101 l’anno successivo, mentre le perdite sono aumentate da 16,4 a 22,8 milioni. Nonostante questo, a metà 2016 l’emiro ha acquistato le partecipazioni mancanti arrivando a possedere il 100% della società, il che implica fiducia da parte degli arabi nella possibilità di rilancio del brand.

Sempre nel 2014, con l’approvazione dell’ex premier Matteo Renzi, il Qatar è entrato in joint-venture con il Fondo Strategico Italiano (ora Cdp Equity) per investire nel capitale di aziende del made in Italy. La prima è stata Inalca, controllata del gruppo Cremonini (leader nella produzione di carne bovina, di cui fanno parte i brand Manzotin, Montana, Marr e le catene ChefExpress e Roadhouse Grill), il cui fatturato è raddoppiato, seppur a discapito di un aumento della perdita netta da 0,4 a 1,8 milioni di euro.

Presenza rilevante anche nel nostro sistema finanziario: la banca nazionale del Qatar ha siglato un accordo con Mediobanca per finanziare progetti di valore superiore ai 500 milioni di euro; in aggiunta a ciò la Qatar Investment Authority possiede il 10,3% del London Stock Exchange, casa madre della Borsa di Milano.

Sorte poco fortunata è toccata a Katara Hospitality, controllata del fondo sovrano che nel 2012 ha acquistato la Smeralda Holding, conglomerata sarda che include quattro hotel a 5 stelle, marina e cantiere di Porto Cervo, e Pevero Golf Club. Oltre 600 milioni di investimento, cui si sommano i costi di ristrutturazione, che non hanno (ancora) dato i propri frutti: ricavi costanti dal 2012 al 2015 intorno agli 80 milioni, accompagnati però da un’esplosione dei costi: da 61 a 91 milioni in un solo anno, che hanno portato a una marginalità negativa per 8 milioni già nel 2013 e a una perdita netta di 7 milioni nel 2015. Colpa delle perdite del golf club, pare, ragion per cui i manager arabi hanno deciso di concentrarsi sul risanamento di questo ramo di business, esternalizzando la fornitura di tutti gli altri servizi.

Impossibili da valutare – ma con tutta probabilità non negativi, visto il trend del settore turistico in Italia – gli andamenti degli investimenti in catene di hotel di lusso. Lo shopping qatariano ha negli anni incluso il Gallia di Milano, Palazzo Gritti a Venezia, Four Season e Baglioni di Firenze, Westin, St. Regis e Aleph Boscolo a Roma.692423550

Sviluppi interessanti sono attesi su tre fronti: l’ex Ospedale San Raffaele di Olbia, acquistato nel 2015, che grazie a 1,2 miliardi investiti in 10 anni punta a diventare un centro di cura e ricerca di rilievo internazionale, con i primi esiti attesi per il 2018; lo stadio in vista dei mondiali 2022, realizzato insieme all’italiana Salini Impregilo; l’acquisto, più recente, del luglio 2016, da parte di Qatar Airways del 49% di Meridiana, seconda compagnia aerea italiana di matrice sarda. Manca solo il via libera dell’authority per consacrare la presenza qatariana anche nei nostri cieli.

Ora, la domanda sorge spontanea: l’isolamento politico e le accuse che toccano il Qatar comporteranno un dietro front in termini di investimenti in Italia? Le opinioni in merito sono discordanti.

Il capo della strategia dll’Oman Investment Fund risponde un deciso no, dichiarando: “Nel breve periodo non cambia assolutamente nulla. Nel medio periodo neppure. Solo se i rapporti tra Qatar e le altre monarchie del Golfo dovessero aggravarsi in modo estremo le cose potrebbero cambiare. Ma non credo sia interesse di nessuno arrivare a tanto”. Non c’è alcuna necessità, da parte del Qatar, di uscire da investimenti redditizi come quelli detenuti in Italia. Sì, altri emirati potrebbero chiedere all’Italia un disimpegno nei confronti del Qatar, ma in tal caso dovrebbero chiederlo anche a tutti gli altri Paesi del mondo in cui questo ha investito, evento assai poco realistico.

Secondo l’esperto economico internazionale Nunzio Bevilacqua, il rischio, per le imprese italiane che lavorano con il Qatar, c’è, e risiede “nel pregiudizio che queste potrebbero subire da una valutazione di vicinanza a quel Paese da parte degli altri Paesi Arabi”. L’interscambio commerciale tra l’Italia e il Qatar ammonta a 1,785 miliardi di euro, in aumento del 10% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, con saldo negativo per l’Italia, che esporta 724 milioni di euro (macchinari, metalli) e importa 1,061 miliardi (gas naturale e derivati del petrolio).

Un rapporto tanto strategico quanto delicato, su cui l’Occidente si sta esprimendo: Trump si è schierato dalla parte dell’emirato (sarà che ospita la maggiore base militare americana in Medio Oriente); l’Unione Europea, nella persona di Federica Mogherini, più diplomaticamente ha richiamato l’accordo di cooperazione tra Ue e Gcc siglato nel 1988, dichiarando di voler mantenere “una buona relazione con tutti i Paesi del Golfo, ognuno dei quali rappresenta un partner importante”.

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