Luke Perry e Keith Flint: anche gli anni Novanta cominciano a ispirare nostalgia?

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Beverly Hills 90210

È morto Luke Perry.
Me lo scrive la mia migliore amica via WhatsApp, leggo il messaggio mentre sto cucinando la cena. Che vuol dire che è morto Luke Perry? Me lo chiedo e non ci credo. Sì stava male, lo so, ma non si può morire a 52 anni per un ictus, così, giusto un paio di giorni d’ospedale e non ci sei più. Inizio a cercare su Google, passo sui social, è tutto vero. La mia home page di Facebook è piena zeppa di foto di Dylan, il Luke Perry che tutti abbiamo amato, il bel tenebroso di Beverly Hills 90210. È morto davvero, rischio di bruciare le polpette.
“Si è spento in ospedale”, si legge in un comunicato stampa diffuso dal suo publicist, “circondato dall’affetto dei familiari che ora chiedono il rispetto del loro dolore”, e ovunque piovono ricordi, arrivano gli abbracci dei colleghi, ma soprattutto si assiste al dolore di un’intera generazione, chiunque era ragazzino negli anni Novanta stasera (ieri sera) piange.

Perché Luke, cioè Dylan (poco importa se di recente era tornato in tv con Riverdale, e se per tutta la vita avesse cercato di levarsi di dosso quei jeans chiari e la t-shirt bianca che ce l’avevano fatto venerare) è il simbolo della gioventù cresciuta a pane e Non è la Rai, a Dr. Martins e Big Beat. E fa venir la pelle d’oca pensare che poche ora prima di lui se ne è andato anche Keith Flint, che con i suoi Prodigy quel genere di musica aveva contributo a fondarlo.
Con le icone degli anni Ottanta non è andata così, molte ce li troviamo ancora lì, fotografate da qualche paparazzo, decise a mostrarci che esistono. Altre invece sono morte giovani, anzi giovanissime, ed è stata quella morte a renderle immortali. Per i nostri beniamini invece non c’è scampo, li stiamo vedendo spegnersi all’improvviso, uno a uno. Prima c’è stata Dolores O’Riordan dei Cranberries, poi Chris Cornell dei Soundgarden, ma anche Chester Bennington dei Linkin Park. Ora Keith Flint dei Prodigy e Luke Perry di Beverly Hills. Sono morti né giovani né vecchi, malati o depressi, suicidi o sfortunati, a volte tutte queste cose insieme. E con loro è morto un pezzo di noi, della nostra adolescenza, del nostro essere in potenza, credere in un mondo diverso, lontano, esotico. Le fasce tra i capelli, le magliette che lasciano scoperto l’ombelico, Brenda o Kelly? Non t’azzardare nemmeno a paragonare Melrose Place a Beverly Hills. È finita la nostra giovinezza che era già finita tempo fa, ma non lo sapevamo ancora, portata via da un sopracciglio alzato, ora abbassato per sempre, seppellita assieme a quel visto da finto ragazzaccio col cuore d’oro, uno che voleva solo essere amato. Che noi volevamo solo amare.

luke perry
(foto: Getty Images)

E allora ce lo ricorderemo questo 4 marzo 2019, perché è il giorno in cui se ne sono andati Luke e Keith, e con loro i poster grandezza naturale appesi in camerata, le figurine di Cioè attaccate nella Smemo, i walkman grandi quanto una borsetta, le gite vissute dall’ultima fila del pullman, gli zaini Invicta e la collezione di schede telefoniche. Se ne è andato il fanciullino che è in noi – giusto per disturbare Pascoli – che il giovedì sera si sintonizzava su Italia1 e sperava in un futuro fatto di possibilità, che i grandi non li capiva e non li voleva capire. Ora degli anni Novanta ci resta solo una moda che ripropone i jeans mom, le collane girocollo, le forcine tra i capelli. Basta? Non basta.

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