Perché il test di Facebook sul Face Id non sta andando a buon fine

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C’è il tavolo da ping pong, il biliardo e persino una sala prove musicale. Ci sono le caffetterie e le mense arredate con enormi emoticon. Ovunque sono appesi poster motivazionali dall’aria decisamente hipster. Ci sono console di videogiochi, postazioni per la realtà virtuale e anche un laboratorio di bricolage (che qui viene però chiamato “laboratorio di ricerca analogica”). In poche parole, c’è tutto quello che potreste aspettarvi nella sede di un colosso della Silicon Valley.

Fuori dalle finestre, però, il cielo non è sovrastato dal sole della baia di San Francisco, ma è coperto dalle immancabili nubi. Benvenuti nella sede londinese di Facebook. Sei piani e 22mila metri quadrati inaugurati nel 2017 (ma la presenza del social network a Londra risale al 2008) che riescono a malapena a contenere i 1.200 dipendenti della più importante – e in continua espansione – divisione europea della creatura di Mark Zuckerberg (che qui, tutti, chiamano semplicemente Mark).

Nonostante tutto ciò, non si parla molto del lavoro che viene svolto tra queste quattro mura (si fa per dire). Ed è forse anche per questa ragione che, in occasione del 15esimo compleanno di Facebook, gli ingegneri che qui lavorano per la piattaforma da oltre due miliardi di iscritti hanno deciso di aprire le loro porte alla stampa, e mostrare nel concreto quanta della nostra esperienza digitale quotidiana sia creata nella sede di Rathbone Square e quali sfide cruciali vengano affrontate.

La sicurezza prima di tutto
Tra le varie sfide, è impossibile non citare quella della sicurezza. Soprattutto in un giorno, venerdì 21 marzo 2019, che è stato inevitabilmente segnato dall’ennesimo scandalo che ha colpito il social network: centinaia di milioni di password sono state conservate per anni nei server aziendali senza alcuna protezione, esponendo gli utenti a parecchi rischi (che, stando a quanto dichiarato da Facebook, non si sono verificati).

Another day, another scandal, si potrebbe dire. Ma questo non sembra rovinare l’atmosfera che si respira nella sede londinese, che proprio nel campo della sicurezza ha svolto un ruolo cruciale. Qui è stata sviluppata l’autenticazione a due fattori (2Fa) che permette di proteggere il proprio account ricevendo un codice via sms (o attraverso app come Google Authenticator) da inserire quando si accede al profilo da un dispositivo diverso dal solito.

Un procedimento di sicurezza che si sta evolvendo anche attraverso l’utilizzo delle security keys. Ovvero chiavette usb che – come spiega proprio Facebook – svolgono di fatto la stessa funzione delle chiavi con cui apriamo la porta di casa: senza quella, non si può andare da nessuna parte. In un mondo in cui, nonostante tutto, la maggior parte degli utenti si ostina a usare password come “123456”, che speranza hanno questi strumenti di diffondersi?

“Sappiamo che per il consumatore medio si tratta di procedure che spesso si preferisce evitare, spiegano dal team responsabile delle procedure di sicurezza. E aggiungono: “Da parte nostra, ci impegniamo affinché almeno tutti coloro i quali hanno una pagina pubblica, e quindi potrebbero più facilmente essere vittima di attacchi, adottino queste procedure, che sono obbligatorie per le pagine con più seguito”.

Ma perché non si stanno testando metodi più immediati, come può essere il FaceId che consente di sbloccare l’account dopo aver inquadrato e riconosciuto il volto (come avviene su iPhone e non solo)? Tanto più che la stessa Facebook aveva ammesso di stare sperimentando la cosa. A quanto pare, il progetto non sta avendo successo: “È un sistema che funziona benissimo, per esempio, sugli smartphone. Siccome il volto non viene registrato dall’account, ma dal dispositivo, si tratta però di un meccanismo che non si presta a scalare bene nei social network. Se usassi il mio volto per entrare nell’account da un altro dispositivo, lui potrebbe non conoscerlo. In quel caso non si può parlare di autenticazione a due fattori”.

La sfida per la sicurezza di Facebook, ovviamente, non riguarda solo gli utenti, ma anche l’azienda stessa. È sempre a Londra che è stato creato il sistema Osquery, un software open source che identifica minacce e attacchi portati verso la piattaforma. Utilizzando anche il machine learning riconosce immediatamente anomalie nei comportamenti dei computer o dei server utilizzati all’interno della società. Uno strumento che oggi è stato adottato anche da realtà come Netflix, Airbnb e Dropbox.

Alla ricerca di nuovi mercati
In Italia non abbiamo sentito parlare più di tanto di Workplace. Lo stesso non si può probabilmente dire dell’Inghilterra. Prima di tutto perché questa sorta di clone di Facebook usato all’interno delle aziende è stato sviluppato proprio a Londra. Secondariamente, perché la sua pubblicità campeggia un po’ ovunque; compreso un enorme maxischermo che ne proietta le caratteristiche nell’aeroporto di Heathrow.

Utilizzato da oltre 30mila organizzazioni in tutto il mondo (tra cui 150 con oltre 10mila dipendenti), è una piattaforma a pagamento (3 dollari per ogni dipendente che lo utilizza, ma le ong lo possono usare gratuitamente) che permette di ricreare digitalmente l’ambiente di lavoro, fornendo a ogni impiegato un proprio profilo e consentendo di utilizzare in ottica professionale tutti gli strumenti di Facebook (comprese ovviamente le chat). Una realtà che si distingue da Linkedin per il fatto che il suo utilizzo è legato esclusivamente all’azienda per cui si lavora, ma che si distingue anche da Slack per le funzionalità che vanno molto oltre l’utilizzo delle chat.

Il mondo del lavoro è quindi uno dei nuovi mercati che, partendo da Londra, Facebook sta cercando di conquistare. Questo però non significa che il suo modello di business tradizionale (la pubblicità) non continui a espandersi.

Sempre in Rathbone Square si studiano anche nuovi modi per rendere la pubblicità più efficace nei diversi mercati internazionali (con un occhio di riguardo per quelli in via d’espansione) e si perfezionano gli strumenti che permettono alle aziende e ai negozi di avere una presenza ottimizzata su Facebook (facendo così concorrenza a Google, che per prima ha intuito l’importanza di diventare le “pagine gialle” dell’epoca digitale).

Infine, è sempre a Londra che sono stati progettati i filtri e le maschere in realtà aumentata della Facebook Camera, il cui utilizzo sta gradualmente crescendo e che punta, un domani, a raggiungere l’incredibile successo che questi strumenti hanno ottenuto su Instagram (sempre proprietà di Facebook) dopo essere nati sul rivale Snapchat.

Visto lo spirito da Silicon Valley che si respira da queste parti, è facile immaginare che alcune di queste soluzioni siano nate sui divanetti per il relax disposti un po’ ovunque, durante una partita a ping pong o mentre, lontani dal computer, ci si dedicava al bricolage nel laboratorio analogico. O magari approfittando delle postazioni dedicate alla realtà virtuale, per riuscire a immergersi, almeno digitalmente, nel sole della California.

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