Da dove viene la pista del terrorismo islamico?

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Foto di Dan Kitwood/Getty Images

Il giorno dopo il grande incendio che ha minacciato l’esistenza stessa della cattedrale di Notre Dame, a Parigi, i principali mezzi d’informazione hanno dedicato ampi approfondimenti alla dinamica che può aver dato il via alle fiamme. Quasi tutti i racconti mediatici giungono alle stesse conclusioni, ovvero che si sia trattato di un errore umanopotenzialmente legato” ai lavori di ristrutturazione iniziati lo scorso giugno, ipotesi seguita anche dalla procura di Parigi, che nelle scorse ore ha aperto un’indagine per incendio colposo e distruzione involontaria.

Nonostante gli inquirenti abbiano prontamente escluso la pista del terrorismo e dell’incendio doloso, quegli stessi racconti si soffermano su un particolare che ha da subito colpito l’attenzione dell’opinione pubblica. Si tratta di una notizia d’agenzia, battuta nella tarda serata di lunedì, in cui si riferisce di “jihadisti ed esponenti di gruppi estremisti” che avrebbero “esultato sul web” alla notizia della cattedrale in fiamme, “condividendo foto e immagini sui social network”.

L’informazione è controintuitiva e in apparenza non combacia con il filone logico utilizzato per raccontare il fatto di cronaca, ma ha il pregio di introdurre nel flusso informativo l’elemento del terrorismo islamista, un’eventualità con cui abbiamo imparato a fare i conti – dentro e fuori dalle redazioni – a tal punto da sentirla familiare e da citarla immancabilmente tra le possibili spiegazioni di ogni eclatante fatto di cronaca internazionale, anche in assenza di indizi.

L’islamismo è insomma il grande elefante nella stanza delle nostre paure – come testimoniano le uscite scomposte di alcuni esponenti politici, che su quelle paure sperano di edificare le fondamenta di un consenso elettorale – ma da anni c’è chi si occupa di illuminare quell’elefante e di nutrire, più o meno inconsapevolmente, la narrazione della cosiddetta pista islamista. Il suo nome è Rita Katz e dirige il Site Intelligence Group, una società americana che si occupa di monitorare le attività dei jihadisti online, fornendo alle agenzie informazioni di prima mano sull’universo dei fondamentalisti islamici. La notizia dei “jihadisti che esultano” è probabilmente vera e arriva da qui, ma non è la prima volta che fa capolino nel nostro discorso pubblico.

Cos’è Site

Dagli attentati dell’11 settembre 2001 in poi abbiamo imparato a conoscere Site come una fonte autorevole per verificare l’autenticità di informazioni e video rilasciati dalle organizzazioni jihadiste in tutto il mondo. Il nome della società – che oggi è uno spin-off di quella originale, fondata nel 2002 e chiamata Search for International Terrorist Entities – è stato accostato ad alcune tra le più importanti esclusive degli anni 2000, prima fra tutte il video con cui Osama bin Laden tornò sulle scene nel settembre del 2007, dopo oltre due anni di assenza.

In quell’occasione l’organizzazione di Rita Katz riuscì a battere sul tempo gli stessi canali ufficiali di al Qaida e, anche se ad oggi non siamo ancora in grado di dimostrare la completa autenticità dell’audiovisivo, ciò le valse una certa influenza presso gli ambienti dell’amministrazione americana al tempo guidata da George Bush.

Nell’arco di 17 anni, Site è stato il punto di rifermento della stampa internazionale per tutto ciò che ha riguardato il terrorismo jihadista, con particolare intensità nel periodo più caldo dell’avanzata dello Stato islamico in Siria e in Iraq. Ancora oggi le maggiori agenzie stampa mondiali e alcuni tra i più importanti enti governativi sono abbonati a Site, che negli ultimi tempi ha ampliato il suo raggio d’azione all’estremismo di matrice suprematista.

Le critiche al modus operandi

Il metodo di Site, tuttavia, presenta non poche problematiche e negli anni è stato oggetto di numerose critiche, a partire da quelle che accusano la società di fare il gioco dei terroristi, fornendo loro visibilità.

In un lungo articolo pubblicato sul New Yorker dal titolo “Private Jihad”, Benjamin Wallace-Wells traccia il profilo di Rita Katz, descritta come una donna ossessionata dalla lotta al terrorismo e dal suo lavoro, e prova a sintetizzare alcuni degli argomenti di chi si oppone a Site – citando ad esempio la notizia del ritrovamento di un manuale per realizzare attacchi terroristici usando il botulino, una minaccia poi smentita dagli esperti – e concludendo che “la sua immersione nel mondo del terrorismo potrebbe aver rimosso ogni forma di dubbio e scetticismo residua”.

Nello stesso articolo è presente anche la testimonianza di Michael Scheuer, l’uomo che ha guidato l’unità speciale della Cia incaricata di catturare bin Laden, secondo cui “mentre Al Jazeera tende a minimizzare le minacce terroristiche, Site a volte le sopravvaluta”. Un buon esempio di ciò che dichiara Scheuer è la notizia dei possibili attacchi jihadisti a Roma e Milano del 2015, nata dalla pubblicazione da parte di Site di alcuni messaggi di minaccia scritti a penna e postati su Twitter. Anche in quel caso l’eccessiva attenzione prestata agli ambienti dell’islamismo online si tramutò in allarmismo, rilanciato acriticamente dalla maggior parte dei media italiani e internazionali.

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