Addio Game of Thrones, la serie che ci ha convinto tutti di essere sceneggiatori

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È finito il Trono di spade. Polverizzato il Re della Notte, pugnalata a morte Daenerys, eletto re dei Sette Regni il personaggio su cui nessuno avrebbe scommesso, disciolto il trono con una vampata di drago, volato via Drogon, è calato il sipario su quello che è stato un fenomeno unico nella storia della tv. Sentite già la mancanza di Daenerys e Cersei? Siete orfani del sarcasmo di Bronn delle Acque Nere e persino dello sguardo perso in lontananze siderali di Bran? Normale. Questa serie tv ci ha accompagnato dal 2011 fino a pochi giorni fa, in un alternarsi di aspettative ora esaudite ora deluse. In un’intervista, Maradona disse che del calcio gli mancavano anche i fischi. Può darsi che a voi mancheranno anche i post avvelenati e il senso di ingiustizia nel vedere una puntata sprecata, non girata come avrebbe dovuto perché pure lo sdegno è sintomo di una passione viva.

game of thrones

Mettendo da parte la malinconia inevitabile e cercando di essere un minimo analitici, spendiamo qualche riflessione su questa serie e su cosa ha significato. Di sicuro ha cambiato la natura dello spettatore che forse ormai è il caso di chiamare utente e basta. Lo ha reso più attivo e agguerrito. Lo ha fatto sentire partecipe di un progetto al punto di mettere in piedi una petizione per girare di nuovo l’ottava stagione. Prendo nuovamente in causa il mondo del calcio: si è soliti dire che gli italiani sono un popolo di CT mancati; oggi possiamo dire che gli spettatori di Game of Thrones sono una platea di sceneggiatori mancati. Mai come in questa serie, l’utente ha esercitato il diritto di critica attraverso post, gallery e tweet. Mai come in questa serie, gli sceneggiatori D. B. Weiss e David Benioff si sono trovati accerchiati da un fuoco di fila di accuse: di aver ucciso il Re della Notte in modo troppo sbrigativo, di non aver lasciato che il personaggio di Daenerys evolvesse in modo più graduale; di non aver concesso a Cersei le battute che meritava prima di accomiatarsi da un pubblico che l’ha amata e odiata al contempo; di aver girato quella che avrebbe dovuto essere la battaglia più epica nella storia del fantasy tv in piena notte senza che ci si capisse nulla, di non essere stati all’altezza delle stagioni basate sui libri eccetera.

Mai come in questa serie si è parlato di creatività degli sceneggiatori condizionata dal parere dei fan che avevano una chiara idea su che piega dovesse prendere la tal trama e che fine dovesse fare il tal personaggio. Con la fine di Game of Thrones non termina solo una storia ma si estingue una vera e propria ondata emotiva che ha investito tutti i media e le cui proporzioni epiche avevano avuto una timida anticipazione in Lost. Anche allora erano sorti forum in cui indovinare il segreto dell’isola, chi fosse il fantomatico Jacob eccetera. Ma Lost era andato in onda in un’epoca in cui la rete non era pervasiva come lo è oggi. Game of Thrones è stato ovunque. Quale sarà il prossimo passo lungo la scala evolutiva dell’intrattenimento – di chi lo produce e chi lo fruisce – è difficile prevederlo.

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