Venduto, cornuto e picchiato, la dura vita degli arbitri nel calcio dilettantistico

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foto Getty

È successo ancora una volta: l’ennesimo arbitro è stato massacrato durante una partita in cui non erano in palio le sorti dell’umanità, e neanche un trofeo poco appetitoso. Domenica scorsa, a Roma, la Polisportiva Giovanni Castello, già promossa in Prima categoria, affrontava il Tormarancia, i cui giocatori hanno sfogato la loro frustrazione sul direttore di gara, il ventisettenne Daniele Pozzi. “Si accendono gli animi perché è stato espulso un giocatore e questa partita si trasforma in un match di fuoco”, commentava il cronista descrivendo l’escalation di violenza iniziata in campo, al trentesimo minuto dell’incontro di Seconda categoria, e terminata negli spogliatoi, dove il direttore di gara è stato picchiato finendo così in ospedale.

Una storia che avviene nella Capitale, nella stessa città dove l’11 novembre scorso gli spogliatoi del campo da calcio di San Basilio si erano trasformati in un ring costato sessanta giorni di prognosi a un giovane arbitro, Simone di Pio, classe 1984, chiamato a dirigere la partita tra Virtus Olympia e Atletico Torrenova. I fatti di cronaca della settimana scorsa raccontano anche un altro episodio, questa volta condito da insulti sessisti. A Mestre, durante la gara tra Treporti e Miranese, la ventiduenne Giulia Nicastro, fidanzata dell’attaccante del Palermo Stefano Moreo, arbitrava l’incontro valido per il campionato Giovanissimi. Alcuni genitori frustrati avevano deciso di riservare pesanti insulti sessisti al direttore di gara. Considerando l’esempio dato dai padri non c’è da stupirsi se un adolescente, in campo, abbia agito di conseguenza: un calciatore di 14 anni dopo essersi abbassato i pantaloncini, ha detto: “Vediamo se hai il coraggio di espellermi o di farmi…

 

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A post shared by Giulia Aurora Nicastro 🌸 (@nicastro.giulia) on Feb 10, 2019 at 11:07am PST

Episodi diversi, ma non isolati. Le ultime tre stagioni riportano numeri da incubo. Le aggressioni avvenute nel 2016/2017 sono 473, l’anno seguente 451. Da gennaio a oggi se ne contano oltre 50. La mappa stilata dall’osservatorio violenza dell’associazione italiana arbitri, analizza gli “episodi di violenza ai danni degli ufficiali di gara”, disegnando una mappa non uniforme che parte dai 95 casi calabresi e arriva al Friuli Venezia Giulia, dove gli arbitri dormono sogni tranquilli. I numeri e le statistiche sottolineano dunque la presenza di un fenomeno sociale in atto. E non si tratta di un problema esclusivo del mondo dello sport, ma più generale. Gli italiani e le regole non vanno d’accordo.

Le aggressioni all’arbitro rispecchiano il senso civico di un’Italia disorientata tra condoni e proposte di legge “salva-arbitri”. Dove le regole ci sono ma possono essere aggirate, non rispettate e anche la violenza è ammessa. Quella verbale viene sdoganata anche all’interno dell’industria culturale, nei giornali e nella politica. Quella fisica viene in certi casi giustificata. Noi non siamo mai il problema. Se la squadra del cuore fa più ridere della Longobarda di Oronzo Canà, che almeno aveva la comicità portata dal mitico schema del “555-bizona”, è quasi sempre colpa dell’arbitro; se mio figlio va male a scuola occorre accusare l’insegnante. L’arbitro è sempre “cornuto”, come il politico è sempre “ladrone”. E non si trascorre mai un secondo allo specchio per cercare di capire le proprie responsabilità.

Le regole e il loro rispetto, di cui l’arbitro ne è rappresentante, possono essere sfidate in tutti i modi. Non solo con il normale e legittimo senso critico. I limiti possono essere superati. E c’è l’idea che la frustrazione e le ingiustizie subite giustifichino l’azione, anche quella violenta. È questo che sta accadendo nel mondo del calcio dilettantistico, e anche fuori dagli stadi. E se l’Italia rischia di essere sanzionata con una multa da tre miliardi di euro per aver sforato ogni limite precedentemente e liberamente concordato con i partner europei, infondo, sarà colpa di quell’alcolizzato di Juncker. Arbitro cornuto.

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