Cosa c’è da sapere su The Last Watch, il documentario sull’ultima stagione di Game of Thrones

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Non è facile dire addio a un fenomeno globale come Game of Thrones, anche al netto di alcuni rimpianti. Per fortuna, Hbo ha scelto di aiutare i fan nella dura fase del distacco con The Last Watch, un lungo documentario sul making of dell’ottava stagione, che andrà in onda per l’Italia su Sky Atlantic il 3 giugno alle 21:15 e in streaming su Now.tv.

A girarlo è stata la regista Jeanie Finlay, che ha seguito le riprese per un anno tra Irlanda del Nord, Spagna e Croazia, catturando non soltanto l’emozione degli attori che ben conosciamo, ma anche e soprattutto quella degli “eroi invisibili” di Westeros, come lei stessa li definisce.

“Trattandosi dell’ultima stagione, sapevo che sarebbe stato tutto molto forte, dal punto di vista emotivo, perché di fatto si trattava di dare l’addio alla serie, ci ha raccontato. “Io voglio fare film sulle emozioni umane, quindi quando Hbo mi ha proposto questo documentario mi è sembrato perfetto per me”.

In effetti, Finlay non era una fan di Game of Thrones, prima di trovarsi catapultata sul set per The Last Watch. Addirittura, dice, confondeva continuamente Sansa e Cersei, e conosceva al massimo i tormentoni come “Non sai niente, Jon Snow” e “L’inverno sta arrivando”. Forse è anche per questo che Hbo l’ha scelta, perché il pregio del documentario è quello di non risultare uno sterile making of, ma un vero viaggio nel cuore della creazione di qualcosa.

“Volevo mostrare il sangue, il sudore, le lacrime, il fango… tutta la stanchezza della troupe, le ore di lavoro lontani dalle famiglie. Volevo intervistare persone che non erano mai state intervistate prima, perché è così che si coglie la verità di un momento”, ha confessato Finlay. “Il risultato è reale proprio perché ho parlato con persone abituate a stare dietro ai riflettori, che per una volta potevano mettersi in mostra. Non mi interessava mostrare come si crea un drago, ma come tutte quelle persone stessero vivendo insieme un momento così delicato”.

Circa duemila persone, per la precisione: praticamente un paese, che per quasi dieci anni ha vissuto dentro e attorno a Westeros. Per questo si vedono molte lacrime, tutte sincere, nel corso del film.

“Erano tutti molto emotivi, sul set. Emilia [Clarke, l’inteprete di Daenerys, ndr] ha pianto durante quasi tutta la lettura del copione. Il fatto è che, per le persone che hanno lavorato a Game of Thrones, questa serie è stata la loro vita per dieci anni. Il mio film parla di cosa significa costruire un mondo, e in che modo è possibile dirgli addio per le persone che hanno modellato la loro vita reale, attorno a questo mondo fittizio. C’erano molte emozioni in gioco, tutti sentivano che la fine stava arrivando, anche se nessuno voleva pensarci”, ha rivelato la regista.

Oltre al carico emotivo messo in gioco da ciascuno, a colpire Finlay è stato anche rendersi conto di quanto fosse ambiziosa la serie.

“Sono rimasta senza fiato, era tutto enorme, nel vero senso della parola. Per capirci: quando sei a Grande inverno, sei in un castello, non in un set vecchio stile, costruito dentro a un ufficio. Fa addirittura freddo, perché c’è neve ovunque. La scala di tutto è impensabile, finché non la vedi di persona. E poi il lavoro degli stuntmen, che cadevano da queste torri altissime… davvero incredibile”, ci ha detto.

Dal momento che The Last Watch è rimasto fino all’ultimo un progetto segreto, Finlay, il suo staff e la sua famiglia, erano vincolati contrattualmente al silenzio assoluto: “Immaginate mia figlia di 15 anni, a non poter dire a nessuno di aver visto il set di Game of Thrones”. Per un anno ha vissuto nel timore che avvenissero dei leak a causa sua, dal momento che aveva tutti i copioni. Tuttavia, è stata proprio questa segretezza a salvarla invece dalla pressione del pubblico.

“Mi sono veramente resa conto della portata del fenomeno soltanto in Spagna, durante la premiere”, ci ha rivelato. “In quel momento ho sentito tutta l’aspettativa tutta insieme e sono stata grata di aver potuto lavorare in tranquillità, senza ricordarlo di continuo. L’aspettativa di un pubblico così vasto e affezionato è difficile da gestire”.

A questo proposito, Finlay si dice consapevole del fatto che l’ultima stagione – il finale in particolare – non abbiano soddisfatto tutti i fan. Pur avendo partecipato in prima persona al duro lavoro che l’ha preceduta, però, non vede le critiche in modo negativo“Anche la famosa petizione, per me, dimostra semplicemente che i fan tengono a questo show, ed è giusto che possano esprimere i loro pensieri. Se volete firmare la petizione, fatelo. Se volete lamentarvi, fatelo. Game of Thrones non è solo lo show, ma anche la community che lo ama e ha opinioni molto forti in merito, e va bene così. Anche questa passione è qualcosa di bello”.

D’altra parte, il pregio di un documentario così umano e sentito è proprio quello di avvicinare gli spettatori ai lavoratori che, tutti insieme, hanno dato il massimo per creare questo epico e indimenticabile mondo che, adesso, è patrimonio dell’immaginario collettivo.

E conlcude: “In molti mi hanno scritto per dirmi che The Last Watch li ha aiutati a dire addio alla serie, ma anche a rendersi conto di quanto duro lavoro ci fosse dietro. Era questa la cosa più importante, per me: celebrare gli eroi invisibili di Westeros“.

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