La bambola assassina: stesso coltello, stesso ghigno ma ora è una IA

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Chucky è tornato e questa volta è una questione tecnologica. Il remake di La bambola assassina sposta il tono di poco, pur restando piantato nello slasher, cioè nelle storie di killer, coltelli, sangue e squartamenti, mette un piede nella fantascienza. Tutto è infatti ambientato in quello che pare un presente lievemente distopico nel quale la domotica e le internet company sono un passo più avanti rispetto ad oggi. All’origine di tutto (e curiosamente anche alla fine) c’è infatti la Kaslan, una compagnia che produce televisori, rumba, casse e qualsiasi altra cosa, anche con un po’ di sprezzo del ridicolo e dell’esagerazione.

In fondo La bambola assassina non è mai stato un franchise propriamente serio, ha prestato il fianco ad un po’ d’ironia fin dal primo film e con crescente entusiasmo ad ognuno dei sempre meno probabili sequel. Questo remake lo sa bene e non fa mai l’errore di credere davvero alla sua storia di una bamboletta meschina con ghigno e coltello. Così non tutto torna propriamente né suona effettivamente plausibile, ma va bene dal momento che il film fa subito capire di saper ridere con lo spettatore di sé quando è il momento e di saper creare un po’ d’inquietudine per bene quando invece è richiesto.

Chucky non è più una bambola posseduta da un killer tramite un rito voodoo ma un robot dalle fattezze di bambola, animato da un’intelligenza artificiale per essere un compagno per bambini e commercializzato dalla grande multinazionale che produce tutto. Si collega ad ogni altro device Kaslan, incluse le automobili, e impara a volerti bene. Come una versione ridicola e mal programmata di David di A.I. di Steven Spielberg memorizza il volto del suo padrone e promette di essergli amico. Tuttavia, siccome nel paese asiatico in cui è effettivamente prodotta è stata modificata da un programmatore maltrattato, quella particolare bambola non ha freni inibitori e non si ferma davanti a niente per raggiungere l’obiettivo di essere l’unico vero miglior amico del suo padrone.

Perché in fondo La bambola assassina non mira a mettere paura ma a far sorridere e creare divertimento tramite lo splatter, mira a stimolare nello spettatore un piacere che esso stesso cita il piacere metacinematografico degli horror a basso budget e alto uso di sangue. Del resto è quello che fanno i protagonisti del film quando ridendo e divertendosi guardano in tv Leatherface che fa il suo lavoro. È semmai l’inquietudine verso la somiglianza di quel che vediamo con quel che viviamo a creare una tensione scomoda, il fatto che una bambola come Chucky con un’imberbe intelligenza artificiale non sembri poi così lontana, o il fatto che le nostre case già siano piene di device connessi.

Partendo dal principio sempre più vero che la tecnologia al cinema è utilizzata come l’equivalente moderno della magia, il nuovo La bambola assassina inserisce la bambola Chucky (un po’ rivista nel design) in un film che avrebbe anche potuto non prevederla, che ha come protagonista silenzioso e invisibile la Kaslan ma che sa davvero dare un numero sufficiente di spallate a scene come un tosaerba che falcia il volto di una persona, per qualificarsi al rango di slasher. Proprio la Kaslan infatti potrebbe essere la colonna vertebrale di una possibile serie di sequel di questo film, visto come sono introdotti altri modelli di bambole e come la società occupi un posto cruciale ai vertici della catena del male.

Addirittura in un gran finale non perfetto ma dotato della giusta dose di avventura, il film si rivela un po’ cinema per ragazzi tra Goonies e Gremlins, con una banda di amici coinvolti in un grande showdown finale per la salvezza della mamma. Anche per questo alla fine la sensazione è che il miscuglio di suggestioni anni ‘80 e modernismi, il tono divertito e godereccio e la mancanza di qualsivoglia seriosità diano a La bambola assassina la coerenza più giusta e le chance migliori di essere apprezzato invece che dileggiato per lesa maestà dell’originale.

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