Smartphone, 5G, reti: cosa cambia per Huawei dopo il dietrofront di Trump

0
195
Questo post è stato pubblicato qui
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e l'omologo cinese, Xi Jinping, al vertice G20 di Osaka (foto Sheng Jiapeng/China News Service/Vcg via Getty Images)
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e l’omologo cinese, Xi Jinping, al vertice G20 di Osaka (foto Sheng Jiapeng/China News Service/Vcg via Getty Images)

Il disgelo tra Stati Uniti e Cina al vertice G20 di Osaka arride al Dragone e alle sue aziende. Washington fa marcia indietro sul round di nuove sanzioni commerciali contro Pechino – valore 300 miliardi di dollari – e sospende dopo un mese il bando su Huawei, il campione cinese delle telecomunicazioni. Le aziende americane, ha deciso il faccia a faccia tra il presidente Usa Donald Trump e l’omologo cinese Xi Jinping, potranno tornare a vendere tecnologia e apparecchiature al colosso di Shenzhen.

L’esito dei colloqui di Osaka segna una svolta negli equilibri geopolitici delle telecomunicazioni, nelle strategie delle multinazionali della tecnologia (per esempio dei produttori di chip, come Micron e Intel) e nel ruolo giocato da Huawei nella corsa al 5G, di cui l’azienda è riconosciuto campione mondiale.

Passante davanti a un negozio di Huawei a Pechino (foto Vcg/Vcg via Getty Images)
Passante davanti a un negozio di Huawei a Pechino (foto Vcg/Vcg via Getty Images)

Cosa cambia per chi ha uno smartphone Huawei

Cosa succede adesso? Partiamo dal consumatore finale. Per chi ha uno smartphone del gruppo, a questo punto, “la situazione rimane invariata”, spiega a Wired Isabella Lazzini, direttrice marketing e retail di Huawei consumer business group (Cbg) Italia. A maggiore ragione rispetto al fatto che, precisa la manager “i nostri telefoni, dopo l’annuncio del divieto, hanno continuano a funzionare, così come le app”. I contraccolpi annunciati non si sono concretizzati.

Il quartier generale di Huawei a Shenzhen (Xiaolu Chu/Getty Images)
Il quartier generale di Huawei a Shenzhen (Xiaolu Chu/Getty Images)

Questione Android e sistema operativo

Alla luce del passo indietro di Trump, sbiadisce anche la scadenza del 19 agosto, concessa da Washington a Huawei per gestire in maniera più ordinata il blocco delle forniture made in Usa, soprattutto quella del sistema operativo Android e degli aggiornamenti da parte di Google, che avrebbe reso di fatto inutilizzabili gli smartphone di Shenzhen. Scenario tramontato, stando ai risultati dell’incontro in Giappone. “Con Google non abbiamo mai smesso di lavorare, è un partner che ha portato al successo Huawei”, commenta Lazzini.

Durante le settimane del braccio di ferro tra Pechino e Washington, ha preso quota l’ipotesi di un sistema operativo targato Huawei, Ark, con cui affrontare l’eventuale blocco di Google. “Non abbiamo intenzione di sostituire Android”, spiega la manager. Ciò detto, è vero che l’azienda ha esplorato altre strade, “qualora ci fossero impedimenti con impatti rilevanti sui clienti, ma non è l’opzione uno”, chiosa. Detto altrimenti: sarebbe la soluzione da tirare fuori dal cilindro solo se il blocco fosse totale. Scenario che si allontana, come conferma anche l’aggiornamento ad Android Q 10 di 17 modelli di smartphone Huawei.

Lo stand di Huawei al Mobile World Congress di Shanghai (foto: Qilai Shen/Bloomberg via Getty Images)
Lo stand di Huawei al Mobile World Congress di Shanghai (foto: Qilai Shen/Bloomberg via Getty Images)

Il 5G e le nuove reti

L’accerchiamento degli Stati Uniti su Huawei è iniziato dal 5G, la nuova generazione di reti mobili. Una tecnologia che il gruppo di telecomunicazioni studia dal 2009 e di cui è campione indiscusso, visto che produce tutti i pezzi del puzzle, dalle infrastrutture di rete agli smartphone.

Riuscire a convincere gli alleati di Washington a escludere Huawei dalle gare 5G avrebbe sparigliato le carte di un settore in cui il gigante di Shenzhen ha il mazzo vincente. La compagnia ha siglato 46 contratti di fornitura, ha spedito 120mila stazioni 5G in tutto il mondo e la sua tecnologia è presente in due terzi delle infrastrutture costruite fuori dalla Cina. “Il gap tecnologico degli Stati Uniti verso la Cina sul 5G è di 14 mesi”, commenta Lazzini. A Reuters Anders Nilsson, amministratore delegato di Tele2, ha ammesso che il blocco su Huawei in un solo mese ha generato rallentamenti nello sviluppo del 5G in Europa.

In Italia il gruppo è coinvolto ufficialmente nelle sperimentazioni volute dal ministero dello Sviluppo economico a Milano, con Vodafone, e a Bari e Matera con Tim e Fastweb. La compagnia inglese ha acceso le prime antenne 5G anche a Roma, Torino, Napoli e Bologna (Huawei è tra i fornitori) e nel 2020 conta di farlo in altre 40-50 città.

Con il segnale ormai disponibile, per l’azienda cinese suona il gong del lancio degli smartphone abilitati a ricevere il segnale delle reti di quinta generazione e, quindi, a beneficiarne delle potenzialità. Appuntamento il 9 luglio, quando Huawei metterà in vendita anche in Italia il suo smartphone 5G, Mate 20 X. Per chi abita nelle città dove il segnale è già attivo, si potranno sperimentare i primi effetti di connessioni più veloci e capienti.

Il P30 di Huawei allo stand del Mobile World Congress di Shanghai (foto: Hector Retamal/Afp/Getty Images)
Il P30 di Huawei allo stand del Mobile World Congress di Shanghai (foto: Hector Retamal/Afp/Getty Images)

I conti e il futuro

A metà giugno Huawei ha previsto un calo generale delle vendite di smartphone del 40% a livello globale. E Ren Zhengfei, l’amministratore delegato, ha tradotto questo primo rallentamento in 30 miliardi di dollari di perdite in due anni, per un’azienda che comunque conta di chiudere il 2019 con 100 miliardi di fatturato.

All’inizio di giugno la società di ricerche di mercato Canalys ha stimato un impatto negativo su tutto il comparto smartphone, di cui Huawei è il secondo produttore al mondo, pari al 4,7% in meno di unità vendute nel 2019 rispetto al 2018 (quando sono stati piazzati 1,3 miliardi di esemplari di telefonini). “La situazione è in netta ripresa e l’Italia è stato, in Europa, il mercato meno impattato”, spiega Lazzini: “La ripresa è già avvenuta dalle scorse settimane”, prima dell’accordo Usa-Cina che riaccende i canali commerciali.

Se la stretta di Trump è risultata subito indigesta alle aziende statunitensi, che hanno aggirato il blocco con stratagemmi, come l’etichettatura delle merci (lo ha svelato il New York Times), Huawei dalla sua ha un mercato domestico sconfinato, contratti 5G in Europa, Medio Oriente, Asia, Africa e America Latina e vendite incoraggianti anche sugli ultimi nati a Shenzhen. Come il P30. “Abbiamo registrato 10 milioni di spedizioni in 85 giorni, un record – cita Lazzini -. Il P20 aveva raggiunto gli stessi numeri con due mesi di tempo in più ed era un successo”.

L’armamentario fotografico, d’altro canto, è una delle ragioni con cui si sceglie uno smartphone, insieme alla batteria. “Ma con l’arrivo del 5G e la possibilità di fruire di più contenuti in mobilità, conterà anche il form factor”, spiega la manager. Ossia una forma più adatta a gioco e video: più schermo quindi. Detto altrimenti: uno smartphone pieghevole.

Il debutto del Mate X, il foldable di casa Huawei, è stato rimandato a settembre, ma, conferma Lazzini resta “un prodotto chiave per l’azienda. Ha un form factor diverso da altri ed è il foldable 5G più veloce al mondo. Il fatto che uscirà a settembre è legato alla conclusione di alcuni test, necessari per un prodotto innovativo e con un grado di complessità così elevato”. La parola, ora, passa al mercato.

The post Smartphone, 5G, reti: cosa cambia per Huawei dopo il dietrofront di Trump appeared first on Wired.