L’incredibile email della Chino Color di Lumezzane: no corrieri di colore

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Neanche il tempo di superare il caso Alitalia, con lo spot che utilizzava il blackface poi rimosso, che eccoci con un’altra azienda italiana che fa razzismo. E questa volta in modo decisamente più esplicito.
Chiediamo tassativamente, pena interruzione di rapporto di fornitura con la vs Società, che non vengano più effettuate consegne utilizzando trasportatori di colore e/o pakistani, indiani o simili”. È l’assurdo messaggio inviato dalla Chino Color Srl, azienda di Lumezzane che si occupa di lavorazione di metalli, a tutti i suoi fornitori. “Gli unici di nazionalità estera che saranno accettati saranno quelli dei paesi dell’est, gli altri non saranno fatti entrare nella nostra azienda né tantomeno saranno scaricati”. Insomma, il criterio usato sembra quello del colore della pelle, in una sorta di apartheid lavorativo che fa rivoltare lo stomaco.

L’episodio di Lumezzane non è un caso isolato, si inserisce piuttosto in un clima generale di discriminazione verso lo straniero che oggi caratterizza l’Italia. Un clima che è anche frutto della dialettica dei politici che oggi ci rappresentano nelle istituzioni governative, impegnati quotidianamente in una criminalizzazione di tutto ciò che non è italico. L’escalation di aggressioni razziste nell’ultimo anno, il dito puntato verso chi salva vite nel Mediterraneo, la messa in piazza con tanto di sponsorizzazione dei post dei crimini commessi dai non-italiani per creare un allarme sicurezza che in realtà non esiste – i crimini diminuiscono, compresi quelli commessi da stranieri. Tutto questo crea una sorta di legittimazione a fare outing della propria xenofobia da parte di chi non si vergogna del suo razzismo.

La mail della Chino Color Srl segue probabilmente quest’onda, non è un caso che non sia arrivata alcuna condanna da parte dei nostri ministri in proposito, come se fare discriminazione razziale sul luogo di lavoro in modo così esplicito vada bene. A indignarsi sono state le opposizioni, i media, i comuni cittadini. Non la politica di governo, troppo impegnata a elaborare una strategia d’azione su quello che sarà il suo nuovo spot elettorale: i migranti salvati dalla ong Mediterranea che si sta dirigendo in queste ore verso Lampedusa e su cui ricomincerà quell’assurda battaglia a suon di porti chiusi.

L’Italia del 2019 verrà ricordata come quella in cui il razzismo è stato sdoganato. Non che prima non esistesse, ma si tendeva a nasconderlo. Oggi non è più così. Ieri Salvini ha esultato su Twitter per lo sciopero della fame dei migranti che si trovano in un centro di accoglienza in provincia di Caltanissetta. “Peggio per loro se rifiutano di mangiare, vorrà dire che risparmiamo un po’ di soldi prima di espellerli”, ha scritto. Una frase di una disumanità totale, che fa ironia sulla sofferenza di queste persone, ignorando peraltro il peso simbolico e storico di una forma di lotta come lo sciopero della fame. Una frase che è venuta dal ministro dell’Interno. Se dal Viminale si rivolgono agli stranieri così, perché noi dobbiamo farci problemi a impedire l’ingresso ai non-italiani, devono aver pensato alla Chino Color Srl di Lumezzane.

È questo quello che sta succedendo. Il linguaggio di Salvini e compagnia bella sta spianando la strada a un’esternazione collettiva di razzismo nella società civile. Chi governa dovrebbe dare il buon esempio, e invece da un anno a questa parte sta alzando ogni giorno l’asticella dell’odio, con tutte le conseguenze del caso. Quanto successo a Lumezzane allora spaventa, ma non stupisce.

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