Migranti e violenza su Facebook: un colloquio con Alberto Abruzzese

0
173
Questo post è stato pubblicato qui

La cronaca, ormai quotidiana, delle tragedie dei migranti è incorporata nel flusso delle narrazioni, spesso polarizzate all’estremo, dove la tragedia stessa, il fatto, diviene un particolare marginale della storia. In questi racconti l’elemento prevalente sembra essere la definizione di un confine identitario, sociale, politico o culturale, piuttosto che l’evidenza del disastro che coinvolge milioni di persone, che tentano di sfuggire ad una sorte avversa o, quasi sempre, tragica, cercando di raggiungere terre promesse che si rivelano poi essere trappole senza vie d’uscita.
Queste narrazioni scorrono spesso, col cinismo della rapidità, nei social network, dove esistono “luoghi” diversi, spesso privati , come i gruppi segreti, dove gli aspetti più abietti della natura umana emergono a volte anche tra coloro che dovrebbero occuparsi di impedire che tali abomini si verifichino, come rappresentanti delle istituzioni o delle forze dell’ordine. In una discussione ampia sul senso di questi fenomeni, ne abbiamo parlato con il sociologo Alberto Abruzzese, sociologo e scrittore.

Lo scorso primo luglio, Alexandria Ocasio-Cortez e un gruppo di altri membri del Congresso degli Stati Uniti, si sono recati in visita in alcuni centri di raccolta per migranti ai confini del Texas. La visita, abbondantemente preannunciata e organizzata, avrebbe dato modo alle istituzioni preposte, in particolare la Polizia di Frontiera, di organizzare il tutto per il meglio, di mostrarsi efficiente, di propagandare un trattamento dei profughi in condizioni decenti e umane, di mostrare, anche soltanto in apparenza, un sistema di gestione, in poche parole, dignitoso.

Le condizioni dei migranti, riscontrate nella visita di questi centri, si sono invece rivelate indecenti, la Ocasio-Cortez ha iniziato un vero e proprio racconto dell’orrore via Twitter, rilevando condizioni igienico sanitarie disumane, storie di violenze e maltrattamenti raccontate in prima persona dalle vittime, storie raccapriccianti tanto da spingere i poliziotti di frontiera a sequestrarle il telefono perché “si sentivano minacciati da lei”.

In quello stesso giorno, ProPublica, autorevole testata nonprofit vincitrice di diversi premi Pulitzer, ha pubblicato un articolo che riportava alcune conversazioni di un gruppo segreto su Facebook, popolato da oltre 9500 membri, in gran parte della Polizia di Frontiera USA. In queste conversazioni emergevano il disprezzo e il dileggio verso i migranti, sopravvissuti o morti, mentre venivano attaccati i politici più aperti alle problematiche dell’immigrazione e anche quelli in visita nello stesso giorno nei centri di raccolta.  Alexandra Ocasio-Cortez veniva proposta in un fotomontaggio mentre era costretta al sesso orale con un migrante.

Cosa ne pensa, prof. Abruzzese di questa deriva istituzionale, di questa decadenza dei corpi preposti a rappresentare, anche nell’immaginario collettivo, la legge ed il rispetto per le sue istituzioni?
“Ai linguaggi che ufficialmente appartengono alle leggi della convivenza umana si oppongono e sovrappongono quelli della violenza e dell’odio, dell’istinto primordiale e della cecità di ogni razionale ponderazione dei conflitti. Così poliziotti che sono soggetti deputati a fare rispettare le regole di un regime sociale che gode di copertura democratica si rivelano persone caratterizzate da una emotività che le porta a derogare da tali regole.
“Sono forme di sdoppiamento estreme, come nel caso di Alexandria Ocasio-Cortez e dei suoi poliziotti ‘porno’: sono eccessi che tuttavia rivelano ciò che da straordinario s’è fatto ordinario non solo per i cattivi soggetti delle istituzioni (famiglia, stato, partiti, imprese) ma anche per alcuni cittadini, persone comuni in libera o coatta uscita dai loro vincoli sociali: la caduta progressiva di quei vincoli etici, estetici e politici su cui si basa il patto reciproco tra gli individui e la società civile.
“Una caduta che mostra quanto evidentemente tali vincoli non possano godere (e di fatto non abbiano goduto) di solidità illimitata, di tenitura stagna, e quanto il loro allentamento per cause endogene e esogene abbia lasciato venire alla luce la loro faccia nascosta, il loro rimosso”.

alexandria-ocasio-cortez-1541585430

I poliziotti violenti rappresentano quindi due aspetti di una stessa natura umana, una sorta di Dr. Jekyll e Mr. Hide, due facce della stessa medaglia o due mondi separati e distinguibili?
“In effetti per capire i traumi della nostra epoca è utile ritornare a questo racconto di Robert Louis Stevenson sul conflitto mortale tra intelligenza della scienza e violenza della carne, dei suoi desideri insopprimibili. In una stessa persona: Jekyll & Hyde. Un conflitto tragico che sembra non dare speranza al rapporto tra la tecnica e i suoi fini Il racconto ci ricorda un passaggio – davvero passaggio a Occidente e cioè salto epocale del tempo moderno dentro il cuore stesso della civiltà industriale ottocentesca. Un passaggio analogo per potenza catastrofica è ora costituito dall’estendersi delle reti digitali sulle piattaforme espressive – sui territori – della storia passata e di quanto di essa ancora resiste e sopravvive nel presente: nella nostra persona, nei ruoli sociali ai quali è destinata, nelle sue istituzioni e apparati.
“E dunque, se la domanda è: una sorta di due facce della stessa medaglia o due mondi separati e distinguibili? La risposta a me pare semplice: come è sempre stato nei processi di civilizzazione si tratta ancora di Hyde e Jekyll. Ovvero c’è Jekyll, nei panni adesso di uno sviluppo clamoroso del pensiero tecno-scientifico (internet delle cose, intelligenza artificiale, algoritmi, big data, robotica, neuroscienze, etc…). E c’è Hyde in quanto carne viva, desiderante e sfrenata, delle singole persone a fronte di tale mirabolante sviluppo delle professioni che hanno ora a carico la formazione di soggetti e ruoli di una società liquefatta nel suo e loro passaggio epocale da dimensione umana a dimensione postumana.
“Attualmente stiamo assistendo alla più assoluta impreparazione delle persone ad affrontare questo salto di qualità: considerate ancora nell’inquadramento umanistico, ideologico e utopistico assegnato loro dalla rivoluzione borghese, non c’è da meravigliarsi che esse vivano la stessa natura violenta, il loro stato di irrefrenabile necessità di sopravvivenza, che Stevenson aveva saputo vedere in Mister Hyde, alter ego di un dottore in medicina”.

Molti dicono “è colpa dei social…”
“Non condivido assolutamente la posizione tradizionalista di quanti attribuiscono ai social media l’emergere della violenza, l’uscire in strada della crudeltà ‘realmente’ oppure solo ‘apparentemente’ disumana, bestiale, di Hyde. I social media sono tanti, stratificati per fasce espressive e relazionali, identitarie e strumentali, tra loro diverse, spesso sconnesse (e tra questi face book è ormai in fase di obsolescenza, roba da vecchi ancora abituati alla scrittura assai più che all’immagine. Le ultime generazioni, quelle dei post-millennial, vivono sempre più in ambienti digitali radicalmente lontani dai media generalisti. Dalle loro narrazioni. Ricordate quando si accusava la televisione delle maggiori forme di degrado dei valori legati alla scrittura, alla stampa e alle arti? Lo si fa ancora, questa volta indirizzando le accuse ai social. Ma ad essere pericolose e foriere di degrado sociale non sono mai state le nuove tecnologie in sé ma le vecchie teorie con cui i sistemi sociali hanno di volta in volta tentato di interpretarle. I grandi salti tecnologici sono grandi metamorfosi della natura umana, sono il suo divenire nuove forme di mondo. Il peggio, in termini di incapacità di affrontare la complessità tipica del legame oggettivo tra catastrofe e innovazioni e la conseguente ingovernabilità dei conflitti, accade se i saperi istituzionali – i loro ceti, i loro apparati, le loro politiche – non riescono a comprendere i mutamenti da fronteggiare”.

Fonte: ProPublica

Paura di destabilizzazione? Eppure i politici sembrano usare con scaltrezza i nuovi media.
“Infatti. Al tempo stesso la scena pubblica s’è aperta a linguaggi e comportamenti che le dinamiche dei consumi, fondate sull’eccedere dalla norma, favoriscono a detrimento dei più tradizionali dispositivi di controllo e censura così come gestiti da galatei che si sono costruiti grazie a modelli sociali sostanzialmente gerarchici. Infine è ovvio che la comunicazione politica e le sue strategie di consenso vadano sempre più sfruttando tali fenomeni di destabilizzazione dei costumi, la loro dialettica tra desiderio e leggi, obblighi, a seconda degli schieramenti in gioco”.

In uno di quei post nel gruppo della Polizia di Frontiera Usa veniva irrisa la ormai tristemente famosa fotografia di quel padre abbracciato con la bimba, annegati nel Rio Grande, in un tentativo di attraversare la frontiera. L’autore del post sosteneva che fosse un fake. Proprio a proposito di quella foto e dell’eventualità che potesse trattarsi di un fake, Lei ha scritto “Immagine terribile (una di quelle immagini che non perderebbero neppure un grammo di tragedia umana anche se fossero un fake)” e poi “Una teoria dei fake dovrebbe partire dalla verità che produce”. Che intendeva?
“La notizia, falsa o vera che sia, offre al lettore una realtà in sé, una lettura del mondo. Una fake-news esprime un dato che pone due questioni: la prima è relativa al mittente e al motivo per il quale diffonde quella notizia; la seconda è relativa al perché quella notizia viene accettata o ritenuta credibile.
“Sulle fake-news, aggiungerei che c’è un detto difficilmente contestabile: la verità appartiene ai vincitori. Sono i regimi di potere sui conflitti sociali tra opposte soggettive necessità a persuadere l’opinione pubblica, a dare statuto di realtà e di verità alla propria necessità di dominio – sovranità, proprietà delle persone, del loro lavoro e di loro stesse – mediante specifiche retoriche mirate allo scopo. La frontiera da valicare spetta dunque alla persona: solo la persona può tentare di sentirsi e pensarsi non interamente assoggettata alle verità che è obbligata a condividere prestandosi alle funzioni in cui i regimi societari la costringono. La rivoluzione digitale ha aperto, seppure con esiti difficilmente prevedibili, territori in cui a entrare in relazione non sono soltanto soggetti ma anche persone.
“Ci sono moltissimi che contano di poter usare le piattaforme, gli algoritmi, per controllare la verità o falsità della notizia. Alcuni credono che si possa intervenire in modo tale che le fake-news vengano abolite, cancellate o spiegate, rivelate nel loro inganno.
“A mio modo di vedere è come se si volesse esonerare la capacità critica e la riflessione di una persona fornendogli anticipatamente il criterio di giudizio, liberare la persona dall’assumersi la responsabilità di interpretare il fatto o meglio, non chiedere alla persona di investire la propria vocazione sul senso del mondo, leggendo la notizia”.

Rendendo tutto più facile…
“Si, la complessità della tecnologia che cerca di introdurre una semplificazione estrema con l’impoverimento enorme della riflessione personale. Delegare alla macchina ciò che spetta all’essere umano”.

Delegare, appoggiarsi ad una visione del mondo calata dall’alto non è una tentazione molto forte ed incredibilmente comoda?
“Sicuramente. Affidarsi alla certezza della tecnologia come prima ci si affidava alla suggestione di una ideologia. E se vogliamo c’è in gioco anche un altro aspetto: proprio perché la tecnologia si presuppone disumana, la si ritiene più giusta della natura umana”.

The post Migranti e violenza su Facebook: un colloquio con Alberto Abruzzese appeared first on Wired.