Tinder ha fatto uno sgarbo a Google

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Tinder vs Google
(Foto: Google Play)

Attacco frontale di Tinder a Google Play: la celeberrima applicazione dedicata al dating ha introdotto un sistema di pagamento per extra in-app che bypassa il versamento della quota – e, sopratutto, la relativa ritenuta – al negozio virtuale del colosso di Mountain View. Ci sono importanti precedenti e questa decisione potrebbe generare un trend destinato a espandersi.

A spiegare la decisione del nuovo metodo di pagamento ci ha pensato Justine Sacco, portavoce della parent company di Tinder, Match (e, per chi se lo stesse chiedendo, nota alle cronache di qualche anno fa per essere stata la protagonista di un caso molto dibattuto di gogna virale sul web) la quale, a Bloomberg, ha affermato che l’app testa costantemente nuove funzioni, mentre il sistema di pagamento è un’opzione che migliora i benefici dell’esperienza per l’utente.

A notare per primo questo nuovo espediente è stato l’analista Ben Schachter del gruppo Macquarie: al momento del versamento, l’app non rimanda su Play Store, ma richiede direttamente l’immissione dei dati della carta di credito all’interno dell’interfaccia. Ma non è finita qui: il sistema ricorda questa preferenza dell’utente e per i successivi pagamenti (come gli abbonamenti mensili, naturalmente) tutto avviene in automatico, sempre dall’app.

Soprattutto, così facendo Tinder non lascia per strada il 30% che Google Play, ma anche Apple con il suo App Store, chiede conto agli sviluppatori, grandi o piccoli che siano.

Non è la prima volta che ci troviamo di fronte a un caso simile. Ci sono precedenti anche importanti come Fortnite: Epic Games agli esordi aveva deciso direttamente di non pubblicare su Play Store, proprio per non dover sottostare alle regole di Google, poi è sbarcata sulla piattaforma. E Netflix ha già sospeso da tempo la sottoscrizione dell’abbonamento da App Store.

Con Tinder, però, c’è una sostanziale differenza: l’app è ben presente sul mercato e la sfida è aperta, ma Google non ha ancora commentato. A fronteggiare la dating app più famosa c’è sicuramente anche Spotify, visto che ogni mese deve versare ingenti somme ai contenitori che ospitano il software (si considerino 3 euro per ogni utente al mese, mediamente). Ma anche Tinder genera cifre colossali, quasi mezzo miliardo – dati Sensor Tower – solo nella prima metà del 2019 su iOS e Android.

I servizi musicali, peraltro, sono tra quelli più penalizzati, visto che c’è la concorrenza interna – che proprio per questo viene definita sleale. Restando in casa Apple, c’è Apple Music i cui introiti sono puliti per Cupertino, mentre – allo stesso prezzo – Spotify perde quasi un terzo. Non a caso si è registrata la segnalazione all’Antitrust europea. Come si muoverà Google ora? Non resta che attendere sviluppi.

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